Un funzionario di Fatah stringe la mano ad alcuni membri dell'apparato di sicurezza di Hamas durante il trasferimento del controllo della frontiera di Rafah, 1 novembre 2017 (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)
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  • giovedì 2 Novembre 2017

L’accordo fra Fatah e Hamas sembra reggere

In Palestina è avvenuto il primo passaggio concreto previsto dal patto ed è andato tutto liscio, anche se restano ancora diverse cose da chiarire

Un funzionario di Fatah stringe la mano ad alcuni membri dell'apparato di sicurezza di Hamas durante il trasferimento del controllo della frontiera di Rafah, 1 novembre 2017 (SAID KHATIB/AFP/Getty Images)

La giornata di ieri era considerata molto importante per verificare la solidità dell’accordo di “riconciliazione” fra Hamas e Fatah, le due principali forze politiche della Palestina, firmato il 12 ottobre. L’accordo prevede che Hamas ceda progressivamente il controllo della Striscia di Gaza al governo palestinese che gestisce la Cisgiordania, controllato da Fatah, in cambio della formazione di un governo di unità nazionale e di una più generale collaborazione. Ieri era in programma il primo passaggio concreto dell’accordo: il trasferimento della gestione delle frontiere della Striscia di Gaza da Hamas ai funzionari del governo palestinese.

Un po’ a sorpresa, è filato tutto liscio: gli impiegati di Hamas hanno svuotato i loro uffici e se ne sono andati a bordo di un gruppo di furgoni, mentre quelli di Fatah hanno preso il loro posto. Non ci sono stati momenti di tensione né proteste di fazioni contrarie all’accordo. Gli osservatori internazionali hanno reagito positivamente, ma in molti fanno notare che serviranno ancora diversi passaggi per capire se la riconciliazione avrà successo.

Dal 2007, l’anno della guerra civile fra Hamas e Fatah che portò alla separazione politica della Striscia di Gaza dalla Cisgiordania, i due milioni di persone che abitano nella Striscia vivono in condizioni molto difficili. Le ragioni, in sostanza, sono due: l’embargo imposto da Israele e dall’Egitto – che limita la disponibilità di diversi beni e impedisce lo sviluppo economico dell’area – e le condizioni imposte da Hamas, che governa grazie al pesante impiego di milizie paramilitari. Il tasso di disoccupazione nella Striscia è superiore al 40 per cento ed è considerato il più alto al mondo. Le carenze di beni essenziali come acqua e medicine sono frequenti. Questa estate, per via di un nuovo litigio fra Hamas e Fatah, gli abitanti della Striscia hanno ricevuto elettricità solamente per poche ore al giorno. Hamas si è convinta della necessità di fare la pace con Fatah sia per ragioni pratiche sia per non perdere il consenso politico di cui gode in tutta la Palestina, che quasi certamente consentirà loro di vincere le future elezioni politiche.

L’accordo con Fatah dovrebbe produrre degli effetti immediati, che hanno proprio a che fare con il trasferimento del controllo delle frontiere al governo palestinese. La frontiera di Rafah, posta al confine con l’Egitto e rimasta praticamente chiusa negli ultimi dieci anni, dovrebbe riaprire ufficialmente il 15 novembre, consentendo agli abitanti della Striscia una libertà di movimento – almeno fra i paesi arabi – che chiedevano con forza da anni. Le due frontiere che confinano con Israele, a Erez e Kerem Shalom, continueranno a esistere nella forma attuale, con il transito è permesso solo per ragioni umanitarie.

I punti dell’accordo che vanno ancora chiariti sono principalmente due: cosa succederà alle migliaia di dipendenti amministrativi assunti da Hamas negli anni successivi al 2007, e soprattutto alle potenti milizie che gestiscono la sicurezza della Striscia.

In un’intervista alla tv egiziana, il primo ministro palestinese Rami Hamdallah ha ammesso che il governo palestinese «non può permettersi l’onere di pagare i 50mila dipendenti» statali assunti da Hamas nella pubblica amministrazione, che in totale costerebbero allo stato circa 600 milioni di dollari all’anno. Il governo palestinese ha nominato un comitato che entro febbraio 2018 dovrebbe suggerire al governo come comportarsi. Al momento sembra probabile che almeno una parte dei dipendenti di Hamas possa essere riassorbita nelle strutture del governo palestinese.

Il secondo grande problema riguarda l’apparato di sicurezza messo in piedi da Hamas. L’ala militare di Hamas, che secondo alcune stime conta 25mila persone, ha già detto che non intende abbandonare la lotta armata contro Israele. Diverse fonti di al Monitor hanno raccontato che ci sono dei piani per fondere gli apparati di sicurezza di Hamas con quelli del governo palestinese, che però al momento rimangono sulla carta. Di questa e altre questioni rimaste in sospeso si discuterà il 21 novembre in una nuova fase delle trattative fra Hamas e il governo palestinese che si terrà al Cairo, in Egitto.