Blocchi anti-auto in piazza Duomo a Milano (ANSA/ IGOR GREGANTI)
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  • lunedì 21 Agosto 2017

L’ISIS ha minacciato di nuovo l’Italia, dobbiamo preoccuparci?

La risposta è si, ma non da oggi e non solo per questo

Blocchi anti-auto in piazza Duomo a Milano (ANSA/ IGOR GREGANTI)

Sabato su un canale di Telegram frequentato da sostenitori dello Stato Islamico (o ISIS) è comparsa una nuova minaccia contro l’Italia. Un messaggio diceva: «Bruxelles, Parigi, Stoccolma, Berlino, Florida, Nizza, inserisci qui una città, Spagna, Finlandia, Russia. Chi è il prossimo?», e appena sotto una bandiera italiana. Quasi tutti quelli elencati nel messaggio sono posti dove negli ultimi due anni sono stati compiuti attentati rivendicati dallo Stato Islamico, e negli ultimi tre – Spagna, Finlandia, Russia – gli attacchi risalgono agli ultimi giorni. Il messaggio comparso su Telegram citava anche direttamente due persone: Tariq ibn Ziyad, un capitano musulmano di origine berbera che guidò la conquista araba della penisola iberica nell’Ottavo secolo dopo Cristo; e Omar al Mukhtar, protagonista della resistenza anti-coloniale contro l’Italia negli anni Venti. I due riferimenti potrebbero essere stati fatti per collegare la minaccia verso l’Italia agli attentati in Catalogna – i primi dello Stato Islamico in Spagna – e all’attività italiana in Libia, che già in passato era stata oggetto delle minacce dell’ISIS.

Il messaggio pubblicato su Telegram, e ripreso dalla stampa italiana dopo la segnalazione di SITE, una società privata di consulenza che tra le altre cose monitora le attività dei jihadisti online, non è il primo di questo tipo diffuso dallo Stato Islamico. In passato l’ISIS aveva minacciato in modi anche più diretti l’Italia, individuandola come un potenziale obiettivo. Negli ultimi due giorni le autorità italiane hanno rafforzato alcuni dispositivi di sicurezza, per esempio mettendo dei blocchi anti-auto in zone pedonali molto frequentate di Milano e Roma. Quello che si chiedono in molti ora è: dobbiamo preoccuparci?

La risposta è sì, ma ovviamente non da oggi. Dopo gli attentati in Catalogna, a Barcellona e a Cambrils, l’Italia è rimasta l’unico grande paese dell’Europa occidentale a non essere stata ancora colpita da un attentato dello Stato Islamico. Le ragioni sono diverse e sono oggetto di dibattito da tempo: rispetto ad altri paesi europei l’Italia ha una comunità di immigrati musulmani di seconda generazione – quelli più influenzabili dalla propaganda dello Stato Islamico – molto più ridotta; gli italiani che sono andati a combattere in Siria e in Iraq sono qualche decina, un numero notevolmente più basso di quello registrato in paesi come per esempio Francia e Belgio, dove si parla di migliaia di persone; i “foreign fighters” italiani tornati dalla Siria e dall’Iraq, inoltre, sono molti meno rispetto alle decine che le polizie di altri paesi europei si sono ritrovati a dover controllare e sorvegliare. Insomma, finora l’antiterrorismo italiano ha lavorato bene ma aiutato da una minaccia piuttosto ridotta; questo non significa che non ci saranno in futuro attentati dello Stato Islamico in Italia (alcuni esperti considerano al contrario questa eventualità molto probabile).

Per questa ragione l’ultima minaccia dello Stato Islamico all’Italia va presa seriamente, come tutte le altre, ma non è niente di nuovo rispetto al passato. Nell’ottobre 2014, per esempio, lo Stato Islamico diffuse il quarto numero della rivista Dabiq sulla cui copertina c’era un fotomontaggio che mostrava la bandiera dell’ISIS in cima all’Obelisco di Piazza San Pietro, a Roma. Nel febbraio 2015 diffuse un video che mostrava l’uccisione di diversi ostaggi su una spiaggia libica: alla fine un uomo dello Stato Islamico puntava un coltello verso l’Italia, minacciando Roma. Nel corso del 2016 – quando la macchina della propaganda dello Stato Islamico funzionava ancora piuttosto bene – l’ISIS diffuse due video a poca distanza l’uno dall’altro nei quali l’Italia veniva citata e minacciata direttamente, soprattutto per il suo appoggio in Libia al governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Fayez al Serraj: nei video comparivano anche Paolo Gentiloni, oggi presidente del Consiglio ma allora ministro degli Esteri, e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.