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  • martedì 18 Luglio 2017

Inizia la fine del Tour de France

Con una classifica cortissima, con Froome meno Froome del solito e con Aru in gran forma

di Gabriele Gargantini

Mercoledì, giovedì e sabato si deciderà il Tour de France, che è iniziato il primo luglio e finirà domenica a Parigi, con la classica tappa finale e pianeggiante. Questa edizione del Tour de France, la numero 104, era particolare ancora prima di iniziare: pochi arrivi in salita e pochi chilometri a cronometro. Secondo qualcuno rischiava di diventare noioso, secondo altri c’era la possibilità che diventasse molto interessante. Delle due cose, è successa la seconda: al momento, dopo circa 70 ore e 2.500 chilometri in strada, il distacco tra il primo e il quarto in classifica generale è di 29 secondi. Una cosa rara, che non succedeva dagli anni Cinquanta e che renderà queste ultime tappe molto combattute, vivaci e di certo decisive.

Altri motivi d’interesse: i ciclisti dovranno fare più di cinquanta chilometri in salita; arriveranno per quattro volte oltre i duemila metri d’altezza; passeranno da storiche salite alpine del ciclismo; faranno una cronometro che partirà e arriverà in uno stadio. Poi, certo: subito dietro alla maglia gialla Chris Froome c’è l’italiano Fabio Aru, che finora ha vinto una tappa, vestito per un paio di giorni la maglia gialla e, in generale, fatto vedere ottime cose quasi ogni volta che la strada saliva.

I primi cinque in classifica

Al primo posto, in maglia gialla, c’è il britannico Chris Froome, che negli ultimi quattro anni ha vinto tre volte il Tour e che da cinque anni è il miglior ciclista al mondo di corse a tappe, perché è quasi sempre andato più forte di tutti sia a cronometro che in salita, e perché corre per la Sky, la squadra più forte, definita un «monolite a prova di proiettili». Gli anni scorsi succedeva spesso che alla prima cronometro e al primo arrivo in salita Froome staccasse tutti, guadagnando minuti su ogni avversario e limitandosi poi a controllare la corsa. Quest’anno no: sul primo arrivo in salita è stato Aru ad arrivare davanti a tutti, e anche dopo Froome è sembrato forte, ma mai più forte di tutti gli altri. È primo, ma di poco.

Le Tour de France 2017 - Stage TwelveChris Froome (Chris Graythen/Getty Images)

A 18 secondi da Froome c’è Fabio Aru. Finora Aru ha concluso solo un Tour, arrivando 13º, ma ha vinto una Vuelta di Spagna ed è arrivato secondo a un Giro d’Italia. Si sapeva fosse forte, ma non lo è mai stato come in questo Tour. In salita è andato meglio di Froome, ma a cronometro è più debole. Nelle due tappe alpine dovrà provare a guadagnare abbastanza secondi (un minuto, magari anche due) da Froome, perché sa già che potrebbe perderli nell’ultima cronometro. Al contrario di Froome, Aru ha una squadra debole, che lo ha lasciato spesso solo. Dovrà improvvisare molto, capire le situazioni e sfruttarle.

Le Tour de France 2017 - Stage FiveFabio Aru (Chris Graythen/Getty Images)

Al terzo posto, a cinque secondi da Aru, c’è il francese Romain Bardet, che come Aru è nato nel 1990 e che va così-così a cronometro e molto forte in salita. Bardet è anche il più forte di tutti in discesa, e in questo Tour ci sono diversi arrivi dopo una lunga discesa e pochi chilometri a cronometro. L’ultimo francese a vincere il Tour de France fu Bernard Hinault, nel 1985, ed erano anni che alla Francia non capitava un corridore così forte e così ben messo in classifica. Rispetto ad Aru, Bardet sembra avere dalla sua una squadra non fortissima ma solida, la AG2R La Mondiale. La cosa che potrebbe confortare Aru è che, date le caratteristiche simili e dato che in classifica i due sono uno subito dopo l’altro, lui e Bardet dovranno fare lo stesso tipo di corsa: attaccare Froome in salita e in discesa e cercare di staccarlo.

Le Tour de France 2017 - Stage TwelveRomain Bardet (Chris Graythen/Getty Images)

Il quarto in classifica, a 29 secondi da Froome, è il colombiano Rigoberto Uran, che nessuno si aspettava di vedere così avanti a questo punto del Tour. Ha già vinto una tappa – tra l’altro con il cambio che non funzionava, potendo spingere nei chilometri finali un solo, durissimo rapporto – e a cronometro va di solito meglio di Aru e Bardet e peggio di Froome. Finora in salita è quasi sempre rimasto con i migliori. I veri favoriti sono Froome, Aru e Bardet, ma va tenuto d’occhio anche lui. Il quinto in classifica, a un minuto e 17 secondi da Froome, è lo spagnolo Mikel Landa, suo gregario. In tutte le salite di questo Tour, Landa è sembrato molto, molto in forma, forse persino più di Aru, Froome e Bardet. Finora ha fatto il gregario e dovrebbe continuare a farlo. Di certo alla Sky fa comodo avere Froome in maglia gialla e lui, così in forma, al quinto posto.

Le tre tappe decisive

La prima è mercoledì, da La Mure a Serre-Chevalier, vicino a Briançon, a due passi dal Piemonte. Per arrivarci i ciclisti dovranno fare 183 chilometri, e più di cinquanta in salita. La prima salita sarà abbastanza facile, cinque chilometri al 6,7 per cento di pendenza media, poi arriveranno il Col de la Croix de Fer (che non è ripidissima ma è lunga 24 – ventiquattro! – chilometri), il Col du Télégraphe (12 chilometri con pendenza media del 7,1 per centro) e il Col du Galibier: una delle salite più famose del ciclismo, lunga poco meno di 18 chilometri e con una parte finale molto dura. In cima al Galibier, i ciclisti arriveranno a un’altezza di 2.642 metri e da lì faranno una lunga e non facile discesa fino all’arrivo. C’è da aspettarsi qualche attacco – i più quotati per farlo sono Aru o Bardet – sul Galibier: il momento giusto per accendere la tv – o aprire la scheda in più del computer, di nascosto dal capo – sarà tra le 16 e le 16.30.

PROFIL

Qualcosa succederà mercoledì. Ma la vera e ultima occasione per gli scalatori sarà giovedì. La tappa sarà lunga 170 chilometri e l’arrivo sarà in uno dei pochi posti che in quanto a fama e storia se la possono giocare con il Galibier: il Col d’Izoard, una salita da immagini in bianco e nero di Fausto Coppi, ma anche di tante altre e più recenti grandi tappe del Tour. Sarà l’ultima salita e l’ultimo arrivo in salita: chi ne avrà ci proverà; chi avrà fatto male i calcoli, finendo le energie una salita o anche solo un chilometro prima del previsto, perderà il Tour.

PROFILCOLSCOTES_2

La cronometro di sabato – dopo la tappa non troppo difficile di venerdì – sarà lunga 23 chilometri e quasi tutta in pianura. Partenza e arrivo saranno nel famoso stadio Vélodrome, quello dove gioca l’Olympique Marsiglia e che ora, per ragioni di sponsor, si chiama Orange Vélodrome. Ci sarà un’atmosfera inusuale (ciclisti in uno stadio) ma c’è da vedere se sarà una tappa decisiva. Soprattutto se i primi saranno ancora a pochi secondi l’uno dall’altro – e soprattutto se davanti ci saranno quelli più deboli a cronometro – sarà avvincente e decisiva come lo è stata l’ultima tappa del Giro d’Italia, la cronometro di Milano. Il Giro l’ha vinto l’olandese Tom Dumoulin, che prima di quella cronometro era quarto.

Poi, come sempre dal 1975, il Tour finirà domenica con la classica “passerella” tutta in pianura con arrivo sul viale degli Champs-Élysées, che porta all’Arco di Trionfo, a Parigi. La vittoria ufficiale sarà dopo quell’arrivo, ma nella pratica chi indosserà la maglia gialla sabato sera sarà certo di avere vinto il Tour de France.

Chi, cosa, quando e come

La premessa è: sarebbe bello vedere ciclisti fare folli attacchi a cento chilometri dall’arrivo. Ogni tanto capita, ma succede sempre più raramente, perché si tratta di sportivi che sono due settimane che pedalano quattro, cinque, sei ore al giorno a circa 40 chilometri all’ora. Spesso, se non attaccano, è perché non ce la fanno. Anche perché di recente il ciclismo sembra essere cambiato: i migliori si assomigliano molto nelle prestazioni e, in particolare al Tour, la Sky è così forte da riuscire a controllare la corsa per gran parte delle tappe più decisive.

Gli attacchi da lontano non sono impossibili. Dovessero esserci, sono però da considerarsi piacevoli e sorprendenti eccezioni a un ciclismo che sembra andare ormai da un’altra parte. Potrebbero comunque provarci Aru e Bardet: sono giovani, hanno poco da perdere (meglio rischiare, puntando al primo posto e finendo magari ottavo, che difendere il terzo senza nemmeno provarci), sanno che Froome non è quello degli ultimi anni e che comunque arrivare all’ultima cronometro dietro o con troppo poco vantaggio su di lui vorrebbe dire essere quasi certi di vedersi superare in classifica.

“Froome non è quello degli ultimi anni” ma non è che sia diventato scarso, anzi. È sempre un corridore completo, esperto, abituato a certe pressioni e a certe tappe e sostenuto da una squadra fortissima. Sia che dovesse trovarsi nella condizione di difendersi da attacchi di Aru e Bardet (ma magari anche di altri), sia che dovesse decidere di attaccare lui, un po’ per orgoglio un po’ per portarsi avanti col lavoro, ha tutto quello che gli serve. Il bello del Tour finora e con molta probabilità del Tour da qui alla fine, è che non c’è un corridore davvero più forte degli altri e che gli altri in grado di provarci sono almeno cinque. Un mal di pancia, una foratura, un’azione particolarmente avventata o una giornata un po’ più sì o un po’ più no delle altre e di quella degli altri potrebbe decidere questo Tour.