(KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)
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  • sabato 1 Luglio 2017

È cominciato il Tour de France

Con un percorso strano e un favorito meno favorito del solito: una guida completa

di Gabriele Gargantini
(KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)

Il Tour de France – la più importante corsa del ciclismo su strada e uno degli eventi sportivi più seguiti al mondo – è iniziato oggi e finirà, dopo 21 tappe e 3540 chilometri, il 23 luglio: come succede dal 1975, l’arrivo dell’ultima tappa sarà sul viale degli Champs-Élysées, che porta all’Arco di Trionfo, a Parigi. L’inizio, invece, cambia sempre: stavolta è partito da Düsseldorf, in Germania. Quella di quest’anno è la 104esima edizione del Tour de France e tanto per cambiare il favorito è Chris Froome, il britannico della Sky che ha vinto tre delle ultime quattro edizioni. Froome sembra però un po’ meno più-forte-di-tutti rispetto agli ultimi anni, e il percorso è strano: ci sono pochi arrivi in salita e pochi chilometri a cronometro. Potrebbe esserci spazio anche per altri, e uno dei migliori tra gli altri è Fabio Aru, italiano dell’Astana: avrebbe dovuto partecipare al centesimo Giro d’Italia ma si è fatto male e ha cambiato piani. È in forma ed è uno di quelli che in genere fanno divertire i tifosi: perché rischia, prova, azzarda. L’unico recente Tour non vinto da Froome l’ha vinto Vincenzo Nibali, che a questo Tour non ci sarà.

Ci sono due modi per guardare le tappe di un giro ciclistico: dall’alto o di profilo. A guardarle dall’alto si vede che dopo la partenza da Düsseldorf (avrebbe dovuto essere a Londra, ma l’allora sindaco Boris Johnson cambiò idea all’ultimo) si andrà in Belgio – con arrivo a Liegi, e dove altrimenti – e in Lussemburgo. Il Tour passerà poi dalla Francia orientale per arrivare in quella meridionale: niente ovest e niente nord. Il Tour è anche noto come la Grand Boucle, un termine francese che significa “il grande circuito”: questo perché spesso in passato ha fatto un vero e proprio giro della Francia prima di arrivare a Parigi. Quest’anno un po’ meno. Il Tour del 2017 passerà però da tutte le principali catene montuose della Francia (non succedeva da 25 anni): il Giura, i Pirenei, il Massiccio centrale e le Alpi.

Guardandolo di profilo, si vede che questo Tour ha nove tappe pianeggianti, cinque di media montagna (ma va bene anche dire collina) e cinque di alta montagna, tre delle quali con arrivo in salita. Il punto più alto del Tour di quest’anno sono i 2642 metri del Col du Galibier, a circa due ore di macchina da Torino: è la salita del famoso scambio di borraccia tra Coppi e Bartali, anche se in realtà era una bottiglia, non una borraccia. La prima tappa sarà una cronometro di 14 chilometri e il primo arrivo in salita sarà il 5 luglio su La Planche de Belles Filles: è sui Vosgi e il Tour ci è già arrivato nel 2012 (vinse Froome) e nel 2014 (vinse Nibali). Il nome vuol dire “piana delle belle ragazze” e sembra derivi da una leggenda secondo la quale durante la Guerra dei Trent’anni, nel Diciassettesimo secolo, alcune ragazze dei vicini villaggi andarono a suicidarsi per non essere rapite dai soldati mercenari. Il giorno in cui vi conviene cancellare ogni eventuale impegno è il 9 luglio: ci saranno sette Gran premi della montagna, tre dei quali Hors Categorie (le più difficili) e quasi cinquemila metri di dislivello complessivo; l’arrivo è però dopo una lunga discesa.

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Il 13 luglio ci sarà un’altra bella tappa con arrivo sul Peyresourde, nei Pirenei, e il 20 luglio l’arrivo ai 2360 metri dell’Izoard: un’altra salita storica del Tour. Prima dell’ultima tappa con arrivo a Parigi ci sarà, sabato 22 luglio, una cronometro di 22,5 chilometri: a Marsiglia, con partenza e arrivo nel famoso stadio Vélodrome, quello dove gioca l’Olympique Marsiglia e che ora, per ragioni di sponsor, si chiama Orange Vélodrome. Potrebbe essere la tappa decisiva.

Il percorso di questo Tour è strano perché le salite ci sono, ma tante volte non sono alla fine della tappa. E non ci sono nemmeno molti chilometri a cronometro complessivi: sono meno di 40; in passato sono spesso stati 60, 70 o 80. Le salite e le cronometro sono le cose che fanno più la differenza. Quindi: se dovesse essere un Tour equilibrato, senza un corridore davvero troppo più forte degli altri, potrebbe uscire una gara bellissima, con tanti ciclisti che dovranno inventarsi attacchi anche a molti chilometri dall’arrivo. Se un corridore dovesse rivelarsi nei primi giorni molto più forte degli altri, potrebbe invece finire per essere un Tour piuttosto monotono.

A proposito di corridori, quelli al via saranno 198, divisi in 22 squadre. Gli italiani sono 18: Aru punta alla classifica generale e magari a una vittoria di tappa, altri due che potrebbero vincere una tappa sono Sonny Colbrelli e Diego Ulissi, magari dopo una lunga fuga. I favoriti per le volate sono i tedeschi Marcel Kittel e Andre Greipel, ma bisognerà tenere d’occhio, tra gli altri, anche il britannico Mark Cavendish, che è a quattro vittorie di tappa dal record di Eddy Merckx (ne ha vinte 34), ma che non è al meglio della forma. Uno che potrebbe vincere almeno due o tre tappe è il campione del mondo Peter Sagan, che in certe tappe – non volate di gruppo (ma se cava benissimo anche lì) e non tappe di montagna – è il più forte di tutti. Il problema è che lo sanno tutti, che lui è il più forte, e fanno di tutto per non arrivare agli ultimi chilometri insieme a lui, perché altrimenti sanno che perderebbero quasi di sicuro. È anche il favorito per la maglia verde, che premia il vincitore della classifica a punti (si guardano cioè i piazzamenti, non i distacchi): l’ha già vinta negli ultimi cinque anni. Al Tour ci sono poi la maglia a pois (rossi su sfondo bianco), assegnata al miglior scalatore, e quella bianca per il miglior giovane. I favoriti per la maglia gialla – che è gialla perché quello era il colore delle pagine di L’Auto, che organizzò i primi Tour – sono:

  • Chris Froome, britannico della Sky: perché ha vinto le ultime edizioni ed è stato negli ultimi anni il miglior corridore da corse a tappe, fortissimo sia a cronometro che in salita, e con una squadra nettamente più forte di tutte le altre. Ogni anno si prepara quasi solo per vincere il Tour. Almeno un paio dei suoi gregari sarebbero capitani in altre squadre di questo Tour.
  • Richie Porte, australiano della BMC: l’anno scorso e negli ultimi mesi Froome è sembrato meno imbattibile che in passato e Porte – un suo ex gregario – sembra quello più attrezzato per batterlo. Ha una squadra forte, va veloce in salita e a cronometro e quest’anno è sembrato molto in forma. I contro sono due: ha 32 anni e non ha ancora mai fatto nemmeno un podio finale a un Grande Giro; gli è successo spesso di andare molto bene e poi beccare una giornata-no in cui per qualche motivo rovina tutto.
  • Nairo Quintana, colombiano della Movistar: negli ultimi anni è l’unico che in salita ha saputo andare bene come Froome e, molto raramente, pure un po’ meglio. Contro: sono anni che gli arriva sempre dietro, va molto peggio di Froome (e Porte, e molti altri) a cronometro e quest’anno ha già corso il Giro (potrebbe arrivare stanco all’ultima settimana del Tour). Molti lo criticano poi per essere un corridore poco fantasioso e poco amante degli azzardi: cosa che potrebbe invece essere determinante in questo Tour.
  • Alberto Contador, spagnolo della Trek-Segafredo: era il più forte, prima che il più forte lo diventasse Froome. È uno dei sei corridori che nella storia hanno vinto tutti e tre i Grandi Giri (e li ha vinti tutti almeno due volte). Quelle cose che si dice Quintana non abbia, lui le ha da vendere. Però ha 34 anni e da almeno un paio non è davvero competitivo per la vittoria di un Grande Giro.
  • Fabio Aru: mettiamola così: in un articolo di un giornale neozelandese sul Tour, forse Aru non sarebbe tra i cinque favoriti. Ma è comunque quasi sempre tra i dieci. Perché finora ha partecipato a un solo Tour, l’anno scorso, arrivando 13º. Però: nelle ultime settimane sta andando forte, è giovane (più degli altri quattro di questa lista) ed è uno di quelli che ci provano spesso (più alla Contador che alla Quintana, per capirci). Una sua vittoria finale sarebbe piuttosto sorprendente, ma non impossibile da immaginare. Quasi certamente sarà uno di quelli che in salita si faranno vedere di più.
  • Oppure: giusto per evitare di farvi dire, poi, che non li avevamo scritti. Alejandro Valverde (compagno di Quintana) e Jakob Fuglsang (compagno di Aru) partono da co-capitani, più che da gregari, e arrivano entrambi da una grande stagione. Poi ci sono due francesi – Romain Bardet e Thibaut Pinot – e, se vi piacciono le scommesse, il colombiano Estevan Chaves: nel 2016 è arrivato secondo al Giro e terzo alla Vuelta di Spagna; nel 2017 si è fatto vedere poco, ma chissà.