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  • sabato 1 aprile 2017

Cosa ne sarà di Gibilterra con Brexit

La prima bozza delle trattative tra UE e Regno Unito suggerisce che la Spagna avrà molti poteri sulle decisioni riguardo al futuro del territorio britannico, e in molti protestano

La Rocca di Gibilterra vista da La Linea de la Concepcion, in Spagna, il 28 marzo 2017 (JORGE GUERRERO/AFP/Getty Images)

Il 31 marzo Donald Tusk, il presidente del Consiglio Europeo, ha presentato un documento che contiene una bozza delle linee guida dell’Unione Europea per le trattative che definiranno l’uscita del Regno Unito dall’UE, come deciso con il referendum su Brexit del giugno del 2016. Il documento è stato presentato dopo che martedì scorso la prima ministra del Regno Unito Theresa May ha firmato la lettera con la richiesta formale di lasciare l’UE. Il documento di Tusk, che dovrà essere approvato dai 27 paesi membri dell’Unione (se ne discuterà il 29 aprile a Bruxelles), dice che l’obiettivo generale delle trattative è «preservare gli interessi dell’Unione, dei paesi membri, dei loro cittadini e delle loro economie». Dice anche che l’uscita del Regno Unito dall’UE avverrà per fasi successive: la prima cosa da decidere è come avverrà l’uscita effettiva (ci sarà anche una specie di multa da pagare per il Regno Unito, che potrebbe ammontare fino a 60 miliardi di euro), poi si stabilirà come avverranno in futuro gli scambi commerciali tra l’Unione Europea e il Regno Unito. Tra le altre cose il documento contiene anche alcune indicazioni per risolvere la delicata questione di Gibilterra, che appartiene al Regno Unito e su cui la Spagna cerca praticamente da sempre di ottenere maggiore influenza.

Gibilterra è una piccola città nel sud della Spagna, che il Regno Unito occupò all’inizio del Settecento trasformandola rapidamente in una fortezza e in una base navale con cui per secoli i britannici hanno controllato l’accesso all’intero Mar Mediterraneo. Al referendum su Brexit, a Gibilterra, su 33 mila abitanti 19.322 hanno votato per il “Remain”, e soltanto 823 per il “Leave”: in nessun distretto del Regno Unito c’è stato un risultato così netto a favore della permanenza nell’UE. La ragione è che i gibilterrini rischiano di rimetterci più degli altri cittadini britannici, lasciando l’Unione.

Una delle principali industrie della città è quella del gioco d’azzardo, che, soprattutto negli ultimi anni, ha sfruttato le permissive leggi locali per stabilire in città le sedi di numerosi casinò online e siti di scommesse. Gibilterra gode anche di un regime doganale speciale, che ha trasformato il suo piccolo porto in un’importante stazione di interscambio, dove le navi dirette nel Mediterraneo possono fermarsi e cambiare gli equipaggi pagando meno tasse di quelle che pagherebbe normalmente nei paesi dell’Unione Europea. Sono attività che in buona parte funzionano proprio perché Gibilterra gode di un regime speciale all’interno dell’UE, e che quindi potrebbero proseguire anche in caso di Brexit.

Ma uscire dall’Unione presenterebbe a Gibilterra altri problemi, uno in particolare: Gibilterra ha solo un confine terrestre, che è lungo poche centinaia di metri e la separa dalla Spagna. Ogni giorno il confine è attraversato da circa diecimila cittadini spagnoli che arrivano dalla vicina città di La Linea per lavorare, spesso come domestici o camerieri. Dal confine passano dunque migliaia di lavoratori, fondamentali per l’economia della città, oltre a merci e cittadini inglesi che hanno proprietà nel sud della Spagna. Se in seguito all’uscita del Regno Unito dall’UE questo confine – oggi aperto e facile da attraversare – dovesse diventare un “hard border”, cioè un vero confine con controlli, lunghe code e difficoltà di accesso, l’intera economia di Gibilterra ne risentirebbe. Il primo ministro Fabian Picardo ha detto di volere un accordo speciale con l’UE per mantenere la libera circolazione di persone tra Gibilterra e la Spagna e l’accesso al mercato unico europeo, ma non ci sono certezze che questo sarà possibile. Da un lato i gibilterrini vogliono continuare a fare parte del Regno Unito, dall’altro però sono consapevoli che la loro economia dipende dalla Spagna.

Il documento sulle procedure per Brexit presentato da Donald Tusk parla sia del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord (che è una parte del Regno Unito, l’unica oltre a Gibilterra che ha un confine di terra con un paese membro dell’UE) sia di quello tra Gibilterra e Spagna. Riguardo al confine irlandese, il documento invita a trovare soluzioni «flessibili e creative» per impedire che diventi un “hard border”. Sulla questione di Gibilterra invece il documento dice:

«Dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, non sarà fatto nessun accordo tra l’Unione e il Regno Unito riguardo al territorio di Gibilterra senza un accordo tra la Spagna e il Regno Unito».

In pratica, si deduce da queste poche righe, la Spagna avrà un ruolo importante per decidere come saranno gestiti in futuro i rapporti tra Gibilterra e Unione Europea. Per moltissimo tempo la Spagna ha avanzato pretese di sovranità sulla penisola di Gibilterra, ma nel 2002, a un referendum sulla possibilità di unirsi alla Spagna, il 98 per cento dei gibilterrini votò per rimanere nel Regno Unito. Dopo la vittoria dei “Leave” al referendum su Brexit, l’allora ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel Garcia-Margallo disse che l’uscita del Regno Unito dall’UE avrebbe reso molto più probabile una soluzione di sovranità condivisa tra Spagna e Regno Unito e una futura annessione di Gibilterra.

La frase su Gibilterra contenuta nel documento presentato da Tusk potrebbe voler dire che la Spagna avrà la possibilità di veto sugli accordi riguardo al futuro di Gibilterra presi da Regno Unito e Unione Europea. La Spagna peraltro avrà una posizione di vantaggio sul Regno Unito nella questione, perché in quanto paese membro dell’Unione Europea parteciperà alle riunioni del Consiglio Europeo per stabilire le condizioni con cui il Regno Unito uscirà dall’Unione. Quello che il documento di Tusk dice sulla Spagna comunque non nasce da un’iniziativa del Consiglio Europeo: il mese scorso l’attuale ministro degli Esteri spagnolo Alfonso Dastis si è incontrato con Michel Barnier, il commissario europeo responsabile delle trattative per Brexit, e in quell’occasione ha parlato della clausola su Gibilterra presente nel documento. Picardo se ne è lamentato, dicendo che Gibilterra è stata tagliata fuori dalla questione che la riguarda e che ha ricevuto un trattamento scorretto da parte del Consiglio Europeo a beneficio della Spagna.

Sia i politici gibilterrini che quelli spagnoli hanno notato che May non ha citato Gibilterra nella lettera con la richiesta formale di lasciare l’Unione Europea, interpretandolo come segno di disinteresse del Regno Unito. Il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson ha telefonato a Picardo per rassicurarlo sul sostegno del Regno Unito verso Gibilterra.

Secondo il Guardian, realisticamente la cosa che la Spagna cercherà di ottenere dai negoziati con il Regno Unito non sarà né la sovranità su Gibilterra e nemmeno una forma di co-sovranità con il Regno Unito. Potrebbe invece provare a privare Gibilterra del suo aeroporto, perchè la Spagna non riconosce al Regno Unito la sovranità sull’istmo su cui è costruito. Un’altra possibile richiesta che la Spagna potrebbe avanzare è di far modificare l’attuale imposta sul reddito delle società (l’equivalente dell’IRES italiana) a Gibilterra, che è del 10 per cento: in Spagna parte dal 25 per cento. Il vantaggio fiscale di Gibilterra rende le aziende che vi hanno sede più competitive rispetto a quelle spagnole che si trovano nel “Campo de Gibraltar”, nome con cui gli spagnoli chiamano l’entroterra della penisola, che è una delle regioni più povere della Spagna.

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