“Ricordati una cosa sola”

Un capitolo dell’ultimo libro di Paolo Nori, "Undici treni"

Marcos y Marcos ha pubblicato il libro Undici treni di Paolo Nori, scrittore, traduttore e blogger del Post. Il libro è ambientato a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna: il protagonista, Stracciari, racconta la sua vita al vicino Baistrocchi, il narratore del romanzo, che incontra nel bar sotto casa, talmente squallido che i due lo hanno ribattezzato Tristobar. Il racconto arriva a Baistrocchi come una sequenza di file audio registrati da Stracciari e inviatigli per posta elettronica dopo la sua partenza da Casalecchio; il libro si compone così della trascrizione di questi file, che Baistrocchi sbobina e organizza in capitoli del libro, aggiungendo delle note a commento di alcuni passaggi.

Questo è l’inizio del racconto di Stracciari.

Undicitreni_cover

***

Zio campanaro, stanotte questo bagaglio non vuol funzionare, no, spetta, adesso funziona… pronto pronto pronto.
Dài.
Cominciamo.

Allora: era il periodo che mi chiamavo Stracciari e ero nato a Medicina, e era un periodo che mi era successa una cosa che era stato come essere trasferiti in un mondo con un’altra atmosfera, con un’altra legge di gravità, come avere un corpo con un altro peso specifico e era stata una cosa non tanto piacevole, devo dire.
Era successo in agosto, un giorno che un mattino, la prima cosa che avevo letto al mattino era stata una mail che mi informava che era nato il primo comparatore di Funerali e Agenzie funebri on line, “Il miglior modo di dare ai tuoi cari l’ultimo ciao” c’era scritto, e io avevo pensato “I miei cari? Che cari?”
L’avevo detto a un mio vicino di casa che mi aveva detto «Se non lo sai tu».
Non lo sapevo.
Mi piaceva, essere Stracciari.
Mi piaceva molto il giubbetto, di Stracciari, che era un giubbetto con un’etichetta che c’era scritto “100% poliestere”.
Era una cosa semplice, modesta, il poliestere non è un materiale pregiato, non era di cashmere, non ho mai avuto niente, di cashmere, non perché non mi piacesse, non avevo niente contro il cashmere, solo che non ce l’avevo, un giubbetto cento per cento di cashmere, avevo un giubbetto cento per cento poliestere e quel fatto lì, che fosse cento per cento poliestere, nell’etichetta c’era scritto in trenta lingue diverse.
In ceco: “100% polyester”.
In ungherese: “100% poliészter”.
In polacco: “100% poliester”.
In finlandese: “100% polyesteriä”.
In bulgaro: “100% полиестер”.
Erano quelle, le cose che mi piacevano.
Perché erano inutili, forse, ma era così bella, quell’etichetta lì, chissà quanti traduttori ci avevano lavorato.

«Ricordati una cosa sola» mi diceva ogni tanto mio babbo, e poi diceva la cosa che mi sarei dovuto ricordare.
Sarà successo, nei ventidue anni che io e mio babbo siam stati tutti e due in questo mondo, adesso non so di preciso, ma se dovessi dire un numero, direi che sarà successo un centinaio di volte, e tutte le volte era una cosa nuova, la cosa sola che mi sarei dovuto ricordare.
E io, di tutte quelle cento cose sole che mi sarei dovuto ricordare, mi ricordavo solo la prima frase: “Ricordati una cosa sola”.
Mio babbo non sarebbe stato contento.
Meno male che non lo sapeva.
Era morto.

Forse non ci aveva lavorato neanche uno, di traduttori.
Forse l’avevano fatto con i traduttori automatici che ci sono adesso dentro i computer.
Che è una cosa però comunque che a me piace perché il mio giubbetto, in un certo senso, vuol dire che è contemporaneo, da un certo punto di vista.
Cioè è un giubbetto del 2016, anche se poi è più vecchio, cioè sarà di quattro anni fa, grossomodo.
E li dimostra tutti, gli anni che ha, però a me mi piace così tanto.
Con quell’etichetta lì, poi.

Mio babbo era strano, come babbo.
I babbi della sua generazione, in generale, lui era nato nel 1945, e i babbi della sua generazione, in generale, erano della gente che faceva fatica, a parlar coi suoi figli.
Ecco lui, no.
No.
Non faceva fatica.
«Ricordati una cosa sola» mi diceva continuamente.
Erano i figli, nel senso di io, che facevano fatica a ascoltarlo, povero babbo.
Mica sempre, però.

C’eran delle volte, lui, mio babbo, quando parlava con mia mamma, a mia mamma mio babbo c’era una frase che le diceva spesso, che era una frase che io non me la son mai dimenticata, «Täs zò, un pär d’ori» le diceva.
Dialetto.
«Taci, un paio d’ore».
Una frase memorabile.
Che se mi avesse detto, mio babbo, «Ricordati una cosa sola: täs zò, un pär d’ori, d’ogni tànt» (Ricordati una cosa sola: taci, un paio d’ore, ogni tanto), io credo che me la sarei ricordata, la cosa sola che mi dovevo ricordare.
Invece adesso son qua che mi mancano quel centinaio di cose sole che mi devo ricordare, non mi trovo benissimo.

Quello lì era un periodo che ascoltavo tutti ma non parlavo con nessuno, solo con un mio vicino di casa che si chiamava Baistrocchi che era un comico1 ma un comico strano, era appena uscito di prigione aveva un sacco di cose da raccontare lui mi sembrava che facesse il contrario di come facevo io, che parlasse con tutti non ascoltasse nessuno.

Lui diceva che i mestieri, in quel periodo lì, anche i traduttori, Baistrocchi il suo mestiere era il comico ma faceva anche il traduttore, dal russo, e secondo lui, secondo Baistrocchi, per lui i traduttori nel giro di pochi anni sarebbero stati sostituiti tutti da dei robot che avrebbero fatto il mestiere molto meglio di come erano abituati a farlo gli uomini e senza sudare, senza disperdere energia, con la fredda energia dei robot che erano nati per quello «Robot viene dalla parola ceca robota che sai cosa significa?» mi chiedeva Baistrocchi.
«No» gli avevo detto io «non lo so».
«Significa lavoro» mi aveva detto lui.

E diceva che sarebbero spariti molti mestieri, come già cominciavano a sparire, i casellanti, i bibliotecari, i cassieri dei supermercati, gli scambisti, nel senso di quelli che scambiavano i soldi per il cambio, come si chiamano, i cambisti, lì, i cosi, quelli che quando vai all’estero ti cambiano i soldi, sostituiti dai cambi automatici, dalle macchinette, e i fotografi, sostituiti dalle macchine fotografiche automatiche, i tassisti, sostituiti dai piloti automatici, i piloti degli aeroplani, anche loro, le hostess, sostituite da delle hostess automatiche, simpatiche, loro, mica come le hostess vere che ci son delle hostess, quando prendi un aereo, che si danno tanta di quell’importanza che sembra che siano delle neuroscienziate, altro che delle hostess, diceva Baistrocchi.
Non c’entra niente con la cosa che mi era successa.

Insomma a lui, a Baistrocchi, gli piaceva lamentarsi, per esempio una volta, mentre scendeva le scale che stava venendo al Tristobar, noi ci trovavamo tutte le sere, o quasi tutte le sere, al Tristobar, così lui mi raccontava le cose e io lo ascoltavo e gli davo ragione e una sera, Baistrocchi, gli era suonato il telefono, aveva risposto, era un giornalista del Corriere della sera, edizione di Bologna, che gli aveva detto «Senta, ma lei, cosa ne dice di questo calo delle iscrizioni a lettere, all’università?»
E lui, che non sapeva niente, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università, gli aveva risposto: «Niente, ne dico, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università. Mi chiedo soltanto come mai lo chiede a me» gli aveva detto.
«Ma scusi» gli aveva detto il giornalista del Corriere della Sera, edizione di Bologna, «ma lei non è un letterato?»
«E lei non è un giornalista?» gli aveva chiesto lui.
«Sì» gli aveva detto il giornalista.
«E io le ho forse chiesto di dirmi qualcosa del calo delle vendite dei giornali?»
«No» gli aveva detto il giornalista «non me l’ha chiesto».
«Ecco» gli aveva detto Baistrocchi, mi aveva raccontato Baistrocchi tutto contento.2
Zio campanaro, che testa che aveva.

Che io, non lo so, per farli contenti, bastava che gli dicesse che il calo degli iscritti a lettere era il segno della sempre minore significanza della letteratura nel mondo moderno che era un segno positivo, dal suo punto di vista, che lui era sempre dietro a parlare dell’importanza della condizione di marginalità3, per chi scrive, solo che lui, secondo me, non voleva davvero essere marginale, che quello ci riusciva benissimo, voleva essere originale, che quello si sforzava tantissimo, per essere originale per prendere delle posizioni che era l’unico a prenderle, Baistrocchi.

I miei cari.
Non è che mio babbo non mi fosse caro, a me piaceva, mio babbo.
Anche Baistrocchi, mi piaceva.

Noi, secondo me, adesso io non lo so, di preciso, ma se dovessi dire qual è, noi, la prima cosa che ci caratterizza, come individui, ammesso che noi si sia degli individui caratterizzati, che non so se è vero, credo che molti siamo degli individui poco caratterizzati, ma lasciamo perdere, quello che volevo dire che noi, quello che ci caratterizza, prima di tutto, secondo me, come individui, è il modo in cui guardiamo il mondo e la gente.
Il mio babbo, per dire, guardava il mondo e la gente in un modo come per dire che si faceva come diceva lui, e basta.
E se per caso te non eri d’accordo, lui non faceva mica niente, lui ti guardava e taceva.
E te, nel senso di io, o mia mamma, non facevi mica niente, lo guardavi, tacevi, abbassavi la testa gli davi ragione, anche quando non aveva ragione, che non è che succedeva sempre ma succedeva, e quando succedeva, non era neanche colpa sua, di mio babbo, era che lui si era così abituato, a aver ragione, che era convinto di aver ragione anche quando non ce l’aveva.
Ecco.

Il mio vicino di casa, invece, era uno che aveva uno sguardo, sul mondo e sulla gente, che era uno sguardo come per dire “Ma il mondo, ma la gente, le cose che fanno, ma non si rendono conto che non andrebbero fatte come le fanno loro ma come le faccio io?”
“È incredibile” sembrava che dicesse il mio vicino di casa, Baistrocchi, si chiamava Baistrocchi.
Un po’ come mio babbo, dopo tutto.
Una specie di variante, ma con una variazione minima che comportava il fatto che Baistrocchi, lui, mio babbo se non eri d’accordo con lui si zittiva, ti guardava e taceva, Baistrocchi non lo concepiva neanche, il fatto che tu non fossi d’accordo con lui, con Ermanno Baistrocchi, che era un blogger, perché aveva un blog, era uno youtuber, perché aveva un account su YouTube, era stato un twitterer, perché aveva avuto un account su Twitter, era stato, molto tempo prima, un facebooker, perché aveva avuto, molto tempo prima, un profilo Facebook, non era mai stato un instagrammer, perché non aveva mai avuto un account su Instagram però era un traduttorer, perché faceva delle traduzioni, e un romanzer, perché scriveva dei romanzi, cioè in parole povere, era un comico, se così si può dire.

Come traduttorer, Baistrocchi era traduttorer dal russo e, ultimamente, anche dal ceco, anche se dal ceco aveva tradotto una parola sola: robota.
Voleva dire lavoro.

Lui, diceva Baistrocchi, tutto secondo lui dipendeva dal posto dove uno nasceva difatti una delle prime cose che mi aveva chiesto quando ci eravamo conosciuti «Dove sei nato, te?» mi aveva chiesto.
Io, quello lì era il periodo che ero nato a Medicina, «A Medicina» gli avevo detto.
«Quindi sei» mi aveva detto Baistrocchi «come si chiamano gli abitanti di Medicina? Medicinali?»
«No» gli avevo detto io «medici».
«E le femmine?»
«Dottoresse».
Lui, Baistrocchi, mi aveva guardato, aveva scosso la testa aveva detto: «Mavaffanculo».4

Mi piaceva, quando Baistrocchi mi mandava affanculo.
Io, devo dire, in generale, mi piaceva, quando mi mandavano affanculo.

Un po’ credevo che dipendesse da me, un po’ credevo dipendesse anche dal periodo in cui ero venuto al mondo, che io, la prima parola straniera che avevo imparato, io, probabilmente era ‘Austerity’. Mia mamma mi parlava sempre dell’austerity come di uno dei periodi più belli della sua vita. Le domeniche senza macchine, che si andava a piedi, per lei erano un incanto, una specie di festa che la città era dentro una bolla che le dava tutta una faccia diversa.
Austerity.
Dove volete che vada, uno così?

Mi piaceva molto, Baistrocchi.
Mi piacevano molto, quelli con cui lavoravo e i miei vicini di casa, ma non mi piacevano perché erano belli, Baistrocchi non era bello, mi piacevano perché era della gente che non l’avevi scelta, ti era capitata per caso e li dovevi sopportare e sopportare, io, non so come mai, era una cosa che, zio campanaro, mi piaceva, a me, sopportare, e mi piaceva soprattutto sopportare la gente che ti era capitata per caso, come quelli con cui lavoravi, o il babbo, o la mamma, o i vicini di casa, invece la gente che la sceglievi tu, non lo so.
Come Lidia.

Lidia.
Chi si crede di essere, una che si chiama Lidia?
Cosa sei, una regione dell’Asia minore?
Un regno dell’Età del ferro?
Tuo babbo faceva il fontaniere a Sassari.
Lidia.
Ah, è un bel nome, va’.
Zio campanaro.

Baistrocchi, lui, una cosa che mi piaceva, che lui ripeteva sempre le stesse cose.
Io credo che tutti, più o meno, ripetessimo sempre le stesse cose, ma Baistrocchi di più, e una cosa che diceva sempre Baistrocchi non l’aveva detta lui, Baistrocchi era difficile che dicesse delle cose che diceva lui, lui diceva delle cose che le avevan dette degli altri, e quella cosa lì in particolare l’aveva detta un comico francese che una volta aveva raccontato cosa succedeva quando qualcuno che hai scelto, che te ne sei innamorato, e che ti ha scelto anche lei, che si è innamorata anche lei, o perlomeno ti ha detto di essersi innamorata, quando quella lì d’un tratto sceglie di scegliere un altro e ti lascia, che sono cose che ogni tanto succedono, son successe a tutti, io credo.
«Una persona scompare, e il mondo si ripopola»5 aveva detto più o meno una volta un comico francese, aveva detto Baistrocchi.
E io avevo pensato che era vero.

Che tutte le volte che qualcuna mi aveva lasciato, e mi era successo una volta sola, a dire il vero, era successo così anche a me. Lei era scomparsa, e era spuntato il mondo.
Come se una relazione fosse una scatola protettiva, un imballaggio, una confezione che è vero, si stava meglio, più riparati, più al caldo, ma non si vedeva un cazzo.

Invece adesso, da soli, io tutti i giorni mi sembrava che succedesse qualcosa, non so per esempio in quei giorni, sotto casa mia, avevano aperto un’agenzia di pompe funebri, e io mi ero chiesto, non avevo mai capito bene cos’era una start up, ma un’agenzia di pompe funebri che apriva poteva essere considerata una start up?, mi ero chiesto.
E l’avevo poi chiesto a Baistrocchi, lui m’aveva detto che non lo sapeva.
Che lui, quando c’era bisogno, non sapeva mai niente, Baistrocchi.
Zio campanaro.

1 Stracciari, sia qui che più avanti, quelli che scrivon dei libri, non solo io, anche gli altri, non so perché li chiama tutti comici.

2 Non ero contento.

3 In quel periodo lì avevo fatto un corso sulla letteratura popolare, e uno dei compiti che avevo dato era stato Descrivete in cinque righe la letteratura popolare, e uno dei partecipanti, che si chiamava Daniele Marchi, aveva scritto: “Erano anni che ormai la crisi durava, ma quella sera era decisa a troncare, così non si poteva continuare.
“Anche quella sera Popolare era uscito con gli amici, o almeno così sosteneva, e Letteratura in casa ad aspettarlo come sempre. La macchina si fermò qualche minuto dopo la mezzanotte davanti alla loro abitazione comprata con mille sacrifici molti anni prima quando Letteratura e Popolare avevano un progetto di vita assieme. I primi dissapori iniziarono quando Popolare si mise a frequentare quello che lui diceva essere il nuovo che avanzava. Quello che Letteratura non sopportava non erano queste nuove compagnie, era l’ansia di Popolare di piacere a tutti i costi e con più piaceva, più Popolare si allontanava da Letteratura.
“Popolare uscì dal suo suv e si incamminò nel vialetto che lo conduceva alla loro casa. Capì subito come stavano le cose quando vide le tre valige sul pianerottolo. Non entrò neanche per chiedere spiegazioni caricò le tre valige sulla macchina e partì sgommando. Letteratura dietro al vetro della cucina non riuscì neanche a piangere. Non si videro mai più”.

4 Confermo.

5 Grégoire Bouillier, Rapport sur moi, Paris, Allia 2002, traduzione di Paola Vallerga, Milano, Isbn 2009.

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