("I magnifici sette")
  • Cultura
  • lunedì 26 settembre 2016

I due “Magnifici sette”

Un confronto tra il film nei cinema da giovedì e quello del 1960, che a sua volta era ispirato a "I sette samurai" di Akira Kurosawa

("I magnifici sette")

Per qualcuno I magnifici sette è un nuovo film western con Chris Pratt, nei cinema da giovedì scorso; per qualcun altro è quel bel film western del 1960 (di John Sturges, con Eli Wallach, Steve McQueen e Charles Bronson); per altri ancora che hanno visto il primo, e sanno già che nei cinema c’è il secondo, è soprattutto un dilemma. Il nuovo I magnifici sette – diretto da Antoine Fuqua, il regista di Southpaw – L’ultima sfida, Shooter e Training Day – è al livello dell’altro, di cui è un remake? O comunque vale la pena vederlo, anche solo come interessante remake?

L’idea generale della maggior parte dei più importanti critici è che I magnifici sette non sia un brutto film. Quasi nessuno dice che è bellissimo e quasi nessuno dice che è al livello del primo, ma comunque ha cose interessanti: una buona regia, dei bravi attori e un soddisfacente western contemporaneo, che ormai ce ne sono pochi. Quindi polvere, saloon, cavalli, pistole, stivali, cappelli e tutte quelle cose da western, con qualche aggiunta di cose più da film-e-popcorn. Per vederlo non serve aver visto quello del 1960 (non è che sia pieno di citazioni che rischiereste di non capire) e le storie sono simili – con una grossa differenza nelle premesse – ma non uguali. È possibile che dopo averlo visto vi venga voglia di vedere o rivedere il primo, ma questa è un’altra storia. Per capire se vale la pena vederli, abbiamo messo insieme un po’ di cose sui due film: SENZA SPOILER.

La trama e il trailer

Un villaggio è in pericolo ma i suoi abitanti sono contadini o comunque gente per nulla capace di difendersi. Hanno bisogno di aiuto e lo trovano in sette individui che non si conoscono tra loro, che hanno storie diverse e che non sono proprio buoni a tutto tondo («fuorilegge, cacciatori di taglie, giocatori d’azzardo e sicari»). Il film è ambientato nel 1879, alcuni anni dopo la fine della Guerra Civile americana.

Le cose da sapere su I magnifici sette del 2016

Dura 132 minuti, è costato circa 90 milioni di dollari, è stato girato in circa due mesi a Baton Rouge, in Louisiana, e solo per girare l’ultima mezz’ora scarsa di film ci sono volute tre settimane. Fuqua, il regista, ha già diretto Denzel Washington – che è il vero protagonista, più degli altri sei – in The Equalizer – Il vendicatore e in Training Day, il film del 2001 grazie a cui Washington vinse l’Oscar come miglior attore protagonista. Uno degli sceneggiatori è Nick Pizzolatto, l’ideatore di True Detective, e la colonna sonora è stata fatta quasi tutta da James Horner, che morì nel 2015 a 61 anni, prima di terminarla (l’ha poi finita un suo collega e amico). Fuqua scoprì solo dopo la sua morte che Horner aveva già iniziato a scrivere alcune parti della colonna sonora, decidendo di usarle.

Oltre a Washington – che è al suo primo western e di cui Flavorwire ha scritto che è “il nuovo John Wayne” – e Pratt – che un po’ come in Guardiani della Galassia fa la parte di quello simpatico, che non vorrebbe ma finisce per fare il buono – nel cast ci sono anche Haley Bennet (che sarà co-protagonista in La ragazza del treno e in certe situazioni assomiglia a Jennifer Lawrence), Ethan Hawk e Vincent D’Onofrio.

Il film arriva in un periodo in cui i western vanno così-così – The Lone Ranger con Johnny Depp andò malissimo, Il Grinta benino – e fatta eccezione per i due western di Tarantino (che sono “di Tarantino” più che western) è un genere che non tira tantissimo. Forse le cose cambieranno dopo l’uscita di Westworld, una serie che è sia di fantascienza che western e di cui si parla benissimo. Su Hollywood Reporter, Todd McCarthy ha scritto che il film «funziona ma è poco ispirato», Bryan Bishop di The Verge ha scritto che il film «è un ottimo modo per ricordarci di perché i western andavano così di moda: se questo è il risultato che si ottiene rifacendo film classici, io ci sto sempre». Per David Ehrlich di IndieWire il film «è fatto di piccoli piaceri, e tutte le piccole cose sono giuste. I magnifici sette non è invece piaciuto a Jordan Hoffman del Guardian: «c’è una sottile linea tra un film lento-ma-giusto e un film noioso, e questo film sta spesso dalla parte sbagliata di quella linea».

I magnifici sette del 1960 (e I sette samurai del 1954)

Anche lì erano gli anni Ottanta dell’Ottocento e anche lì c’era un villaggio e sette individui apparentemente discutibili che decidevano di aiutarli. Solo che gli abitanti erano messicani e la trama era diversa: i sette prima provavano a difendere il villaggio, poi cambiavano idea, poi tornavano. E poi c’era Steve McQueen, in uno dei suoi ruoli migliori. Un’altra gran cosa di quel film fu la colonna sonora, scritta da Elmer Bernstein, ed è piuttosto famosa: ci sono buone possibilità che l’abbiate già sentita altrove, anche senza sapere che arrivava da questo film.

I magnifici sette è oggi un classico del western ma non lo fu da subito: negli Stati Uniti andò male e fu rivalutato solo al suo arrivo in Europa.  Anche in quel caso l’idea dei critici era che “fosse meglio il primo”: il film è infatti a sua volta un remake di I sette samurai, un film del 1954 di Akira Kurosawa: è ambientato nel Giappone del Sedicesimo secolo, uscì nel 1954 ed è da allora uno dei film che capita spesso di trovare in molte classifiche dei film più belli di sempre. In quel caso era il capo del villaggio – che anche in quel caso era vessato e in difficoltà – a consigliare agli abitanti di rivolgersi a dei Rōnin, degli ex samurai in disgrazia, gente non molto raccomandabile. I sette samurai fu uno dei primi film importanti a raccontare la storia di un personaggio che deve reclutarne altri, per completare una “missione”: un meccanismo narrativo che è stato poi ripreso da tantissimi film di ogni genere.

Parlando di I magnifici sette Howard Thompson del New York Times scrisse che si trattava di una «pallida e pretenziosa copia dell’originale giapponese». Il film piacque però subito a Kurosawa, che dopo averlo visto fece avere a Sturges una spada da samurai (da considerarsi come un omaggio, non come una minaccia) e nei mesi e negli anni successivi il film fu rivalutato da pubblico e critica statunitensi e da anni è uno di quei film che vengono spesso trasmessi in televisione (un po’ come il nostro Lo chiamavano Trinità…). Dal 2013 I magnifici sette è uno dei film che la Library of Congress, la biblioteca nazionale degli Stati Uniti, ha deciso di inserire nel National Film Registry, un insieme di film da preservare perché «culturalmente, storicamente o esteticamente significativi».

Non tutti sono però d’accordo: il regista John Carpenter disse che I magnifici sette rappresentò «l’inizio della fine dei grandi western americani». Dopo il film del 1960 furono tratti una serie di sequel, adattamenti e remake (tra cui un I magnifici sette nello spazio): quelli si possono trascurare. I magnifici sette del 1960 è invece un bel film, anche visto ora: a tratti un po’ lento e meno dinamico di quello con Washington e Pratt, ma non noioso. È invece bellissimo – ma forse quello sì, per qualcuno “noioso” – I sette samurai di Kurosawa. Vale quello che vale per La corazzata Potëmkin: capolavoro per qualcuno, qualcos’altro per qualcun altro.

Bonus: Il trailer del film nuovo, come se fosse invece quello vecchio.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.