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  • domenica 25 settembre 2016

Dove va la Germania?

Dopo 11 anni al governo Angela Merkel sembra logorata, mentre attorno a lei il panorama politico è cambiato moltissimo: per molti però è ancora la persona giusta al posto giusto

(AP Photo/Michael Sohn)

Il 2015 è stata un anno molto particolare per la Germania e per la sua cancelliera Angela Merkel. Il paese ha dovuto affrontare un numero di crisi senza precedenti negli ultimi anni: dal rischio di default greco alla guerra in Ucraina, passando per l’enorme flusso di richiedenti asilo accolti nell’arco di pochi mesi. Sul piano internazionale, manovrando con abilità tra Obama, Putin e Tsipras, Merkel è stata coinvolta in moltissimi tavoli e fronti, compreso quello europeo.

Nonostante queste premesse, la crescita economica è rimasta solida all’1,7 per cento, mentre la disoccupazione ha raggiunto il minimo storico e gli stipendi sono cresciuti. Quando in estate c’è stata la crisi dei rifugiati, il governo tedesco è stato uno dei pochi in Europa a mantenere la calma. Ad agosto, con un annuncio che ha occupato le prima pagine dei giornali di tutto il mondo, Merkel ha detto che tutti i rifugiati avrebbero trovato accoglienza nel suo paese. Entro la fine dell’anno, la Germania ha accolto circa un milione di persone, più di tutti gli altri paesi europei messi insieme. A dicembre, la rivista Time ha nominata Merkel persona dell’anno.

Nove mesi dopo, però, la situazione è molto cambiata. L’economia è ancora solida, ma è stata colpita dal rallentamento globale. All’orizzonte non ci sono più grandi crisi, in cui Merkel può mettere in mostra la sua abilità nell’ottenere compromessi, mentre la sua scelta di accogliere i richiedenti asilo sta cominciando ad esigere un prezzo politico. Per questa scelta Merkel è stata criticata anche dai suoi alleati della CSU e da mesi sta affrontando la crescita continua della destra radicale di Alternativa per la Germania (AfD), che in una serie di elezioni locali è riuscita spesso a mettere in difficoltà il suo partito, la CDU. Ma è l’intero panorama politico ad essersi frammentato, con i grandi partiti tradizionali e moderati che sembrano sempre più in difficoltà nel raccogliere i consensi necessari per mantenere la guida del paese (come del resto sta accadendo in vari paesi europei).

Dopo 11 anni e tre mandati trascorsi alla guida della Germania, Merkel sembra insomma un po’ logorata, e il 50 per cento dei tedeschi dice che preferirebbe non vederla candidarsi per un quarto mandato. Ma la sua approvazione personale è ancora a livelli impensabili per quasi qualunque altro leader europeo e nessuno, in Germania, sembra in grado di eguagliare il suo talento politico. Merkel non ha ancora chiarito cosa intende fare alle elezioni del 2017 e molti si aspettano che annuncerà la sua decisione al congresso annuale del partito, il prossimo dicembre.

Cosa farà Merkel è la domanda più importante che politici e commentatori tedeschi si stanno ponendo in queste settimane. Ogni frase o dichiarazione della cancelliera viene esaminata nel tentativo di cogliere un’indicazione sulla sua decisione. La più importante fino ad oggi risale a pochi giorni fa ed è quella che Politico ha definito “quasi una specie di mea culpa” sulla questione dei rifugiati, il problema più grosso verso una quarta candidatura della cancelliera. Nel discorso, Merkel non ha rinnegato le sue decisioni dell’estate 2015, ma ha ammesso che ci sono state difficoltà nel comunicarle correttamente ai cittadini.

Merkel ha anche sottolineato che i cali nei consensi subiti dal suo partito in diverse elezioni amministrative sono stati causati da problemi locali, ma ha detto che la responsabilità ultima rimane comunque sua, in quanto capo del partito. È stato un discorso coraggioso e molto apprezzato in Germania, soprattutto dagli alleati della CSU, tra i più critici nei confronti della politica di accoglienza. La cancelliera ha fatto una concessione ai suoi alleati, ammettendo gli errori di comunicazione, ma ha ripetuto che se avesse la possibilità di tornare indietro non cambierebbe la sua decisione, piuttosto cercherebbe di preparare meglio il paese alla sfida dell’accoglienza.

È stato un discorso tipico per Angela Merkel, la cui caratteristica principale è considerata la capacità di ottenere compromessi, cedendo sempre qualcosa agli avversari ma mantenendo fermi i punti che considera fondamentali. Secondo il tabloid tedesco Bild, si tratta anche di un segnale inequivocabile che Merkel intende candidarsi ancora una volta. Non sarebbe la prima volta che accade, come ha notato Bloomberg: il mentore di Merkel, Helmut Kohl, governò per quattro mandati consecutivi, e Konrad Adenauer governò per 12 anni a partire dal 1949. Anche i sondaggi non sembrano essere così negativi: per quanto molte elezioni statali siano andate male e i consensi siano in calo, la CDU è data ancora al 35 per cento, e tuttora è di gran lunga il partito più grande del paese. È lo stesso livello di consensi del 2005, quando Merkel venne eletta per la prima volta, e circa sette punti in meno del record storico ottenuto dalla cancelliera alle elezioni del settembre 2013.

Ma per quanto Merkel, con la sua abilità politica e con un’economia robusta alle spalle, sia ancora lontana dall’essere battuta, il panorama politico tedesco sembra irrimediabilmente cambiato nel corso dell’ultimo anno. Per decenni, la politica della Germania si è basata su due grandi partiti: la centrista CDU e il partito Socialdemocratico (SPD). Prima della riunificazione questo sistema veniva chiamato “Repubblica di Bonn” (un po’ come il nostro “Prima Repubblica”), dal nome della capitale della Germania Ovest. Di fatto, il sistema è sopravvissuto alla riunificazione nel 1990: in 70 anni di storia, compresi gli ultimi 25, nessun cancelliere è mai appartenuto a un partito che non fosse la SPD e la CDU, le due forze politiche che hanno sempre egemonizzato le coalizioni di governo, lasciando ai loro alleati soltanto pochi voti residuali. Quell’epoca sembra definitivamente tramontata. A Berlino, considerata in genere una spia che rivela in anticipo la direzione in cui si sta muovendo il paese, alle ultime elezioni i due partiti un tempo egemoni hanno raccolto insieme poco più del 40 per cento dei voti, un calo di più di dieci punti rispetto alle elezioni del 2011.

Molti si sono concentrati sulla crescita della destra radicale, ma il voto in città ha rivelato che tutti i partiti radicali – e alle elezioni si sono presentati in parecchi – sono ormai considerati attori politici legittimi. Si tratta di una tendenza comune in tutta Europa, dove i grandi partiti tradizionali non riescono più a rappresentare larghe fette di una società sempre più sfaccettata e devono cedere il passo a formazioni più piccole, che ritagliano i loro programmi sugli interessi di gruppi specifici.

Secondo Joerg Forbrig, un ricercatore del German Marshall Fund of the United States, questa frammentazione per la Germania rappresenta la fine della “Repubblica di Bonn” e l’inizio della “Repubblica di Berlino”, una stagione in cui la frammentazione dell’offerta politica renderà sempre più difficile la formazione delle grandi coalizioni di governo che hanno retto la Germania negli ultimi vent’anni. Secondo Forbrig, di pari passo, la retorica politica si farà sempre più polarizzante e la radicalizzazione non resterà confinata ai dibattiti politici. Alle ultime elezioni di Berlino, nota il ricercatore, più di 200 incidenti “politicamente motivati” sono stati denunciati in città. Le implicazioni del congresso della CDU a dicembre, quindi, saranno doppiamente importanti. Per molti, Angela Merkel è l’unico politico dotata della freddezza e dell’esperienza necessaria a gestire questo difficile passaggio. Altri invece sostengono che con la sua estenuante ricerca del compromesso, Merkel rappresenta un’era della Germania oramai definitivamente conclusa e la sua candidatura finirà con l’accelerare il processo di disgregazione dei partiti tradizionali. È difficile prevedere come si muoverà il quadro politico tedesco, ma a metà dicembre, durante il congresso annuale della CDU, sapremo probabilmente cosa intende fare Angela Merkel.

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