(Jeff Swensen/Getty Images)

Ora Trump sta rimontando davvero

Lo dimostrano il numero di sondaggi nazionali e statali che lo danno in crescita, complice il pessimo momento di Hillary Clinton

(Jeff Swensen/Getty Images)

Nell’ultima settimana diversi esperti e giornalisti che si occupano di elezioni americane hanno notato un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi mesi, durante i quali sembrava che la vittoria di Hillary Clinton, la candidata dei Democratici, fosse sempre più probabile. Donald Trump, il controverso candidato dei Repubblicani, è dato sempre più vicino a Clinton in diversi sondaggi nazionali e soprattutto in alcuni recenti sondaggi compiuti nei cosiddetti swing state, cioè gli stati in bilico che storicamente decidono l’esito delle elezioni. A metà agosto, il modello elaborato dal giornalista e statistico americano Nate Silver prevedeva che Clinton avesse l’86 per cento di possibilità di vincere le elezioni; ora quel dato è sceso al 61 per cento, contro il 39 per cento di Trump.

È uno sviluppo sorprendente, se si guarda a questa campagna elettorale con gli occhi di un marziano. Sulla carta Trump è un candidato senza speranze: è un miliardario 70enne bianco che si candida in un paese dalla popolazione sempre più etnicamente variegata, e in gran parte appartenente alla classe media; è un produttore seriale di errori, inciampi, provocazioni, polemiche e bugie in un mondo in cui se prendi in giro un giornalista disabile, quel video viene visto centinaia di migliaia di volte. La sua campagna elettorale è gestita in una maniera considerata poco professionale e fino a qualche tempo fa si poteva definire «moribonda». Ma l’inadeguatezza di Trump è bilanciata e riscattata da Hillary Clinton, l’unico politico americano che ha un tasso di impopolarità paragonabile a quello di Trump e una lunga serie di errori compiuti in campagna elettorale. In un editoriale in cui sostanzialmente rinuncia a predire il risultato di queste elezioni, il Boston Globe sintetizza: «una delle ragioni dell’imprevedibilità unica di questa competizione, è l’imprevedibilità unica di Donald Trump. Nessuno sa davvero cosa farà o dirà da qui a novembre. Le sue posizioni potrebbero cambiare. Potrebbe mettersi di nuovo a fare il matto. Le azioni di Clinton sono più prevedibili, ma il suo passato potrebbe produrre risultati imprevedibili».

Un piccolo ripasso
Questa estate è stata molto positiva per Clinton: dopo la convention i suoi consensi nei sondaggi sono cresciuti moltissimo, il guaio delle email sembrava essersi sgonfiato e soprattutto era riuscita a tenersi alla larga da grosse polemiche o scandali, cosa che le aveva permesso di concentrarsi sui propri impegni elettorali senza che sui giornali si parlasse di lei.

Questa settimana però sono successe due cose. Durante un evento di beneficenza a New York, Clinton ha definito «metà» dei sostenitori di Trump «la banda degli spregevoli», definendoli esplicitamente «i razzisti, i sessisti, gli omofobi, gli xenofobi, gli islamofobi, eccetera». Il giorno dopo Clinton ha dovuto scusarsi per avere usato l’espressione «metà». Due giorni dopo, sempre a New York, Clinton ha dovuto abbandonare le commemorazioni per gli attentati dell’11 settembre a causa di un calo di pressione, a sua volta causato da una polmonite che le era stata diagnosticata pochi giorni prima. Sarebbe rimasto un piccolo incidente, se non fosse stato gestito malamente dal suo staff – che per un’ora e mezzo non ha chiarito alla stampa cosa stesse succedendo, prima di parlare di un generico «colpo di calore» e poi spiegare con due giorni di ritardo che era polmonite – e se non fosse circolato un video sgradevole in cui si vede Clinton camminare a fatica e inciampare prima di salire a bordo del furgone che la stava portando via dalla commemorazione (cosa che ha alimentato ancora le varie teorie complottiste sullo stato di salute di Clinton).

Contemporaneamente Trump ha avuto una delle sue migliori settimane da mesi a questa parte: i guai di Clinton hanno oscurato il consueto articolo lungo pubblicato da un grande giornale istituzionale che smonta le sue dichiarazioni o i miti sulla sua carriera – questa settimana ne sono usciti ben due: uno del Washington Post sulla sua fondazione e uno di Newsweek sulla sua principale società, la Trump Organization – e altre piccole polemiche. Da qualche settimana, inoltre, Trump sta cercando di abbassare i toni della sua campagna, come da mesi lo imploravano di fare i dirigenti del partito Repubblicano: durante i comizi legge sempre più spesso dal gobbo elettronico, su Twitter ha diradato moltissimo gli insulti e i retweet di cose disdicevoli, e ancor più recentemente è stato ospite di due popolari talk show, quello di Jimmy Fallon e quello del medico televisivo Dr. Oz (quest’ultimo definito persino «un trionfo»).

Quello che è successo nei giorni scorsi si è solamente inserito in una tendenza che va avanti da un po’: la progressiva rimonta di Trump e il cattivo momento di Clinton.

Un po’ di dati
Già da qualche giorno Trump sta andando molto meglio di Clinton sia sui sondaggi nazionali – che finora davano quasi tutti Clinton in leggero vantaggio – sia in alcuni di quelli locali. Nell’ultimo sondaggio nazionale del New York Times in collaborazione con CBS, Trump e Clinton sono dati entrambi al 42 per cento in un sondaggio che tiene conto anche dei due candidati “minori” (Jill Stein dei Verdi e Gary Johnson del Partito Libertario). Il vantaggio di Clinton si è assottigliato anche nella media dei sondaggi nazionali calcolata dal sito Real Clear Politics: a fine agosto era di quasi sette punti, ora è solo un punto e mezzo.

realclear Quel “salto” nella linea di Trump è il suo convention bounce, che è stato molto più effimero di quello di Clinton

Il buon momento di Trump emerge anche da diversi recenti sondaggi locali: in Florida, uno degli swing state per eccellenza, un sondaggio di CNN dà Trump in vantaggio di tre punti su Clinton. In Nevada, uno stato in cui Barack Obama ha vinto nettamente sia nel 2008 sia nel 2012, un sondaggio della Monmouth University dà Trump in vantaggio di due punti (complici anche i molti consensi per Johnson). Il sondaggio più preoccupante per Clinton arriva dall’Ohio, altro storico swing state vinto da Obama sia nel 2008 sia nel 2012: l’ultimo sondaggio di Bloomberg dà Trump in vantaggio di 5 punti su Clinton sia in un’ipotetica elezione a due sia tenendo conto di tutti e quattro i candidati. L’inversione di tendenza è visibile anche nella media dei sondaggi di Real Clear Politics: Clinton è stata stabilmente in vantaggio almeno da metà luglio in avanti, ma adesso è dietro.

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Negli ultimi giorni è circolato anche un altro sondaggio dai risultati sorprendenti, ripreso anche da diversi giornali italiani: quello del Los Angeles Times che dà Trump in vantaggio di ben sei punti su base nazionale. È un sondaggio che va contestualizzato, come ha spiegato lo stesso Los Angeles Times: alle persone contattate, a differenza di altri sondaggi, viene chiesto quante possibilità ci siano da 1 a 100 che vadano davvero a votare, e la loro preferenza viene inoltre bilanciata con quella che sostengono di aver dato alle elezioni del 2012. Secondo il New York Times, è possibile che il secondo fattore avvantaggi i Repubblicani: dato che in caso di ambiguità le persone hanno la tendenza a schierarsi con chi ha vinto, è probabile che fra gli elettori che sostengono di aver votato per Obama nel 2012 ci siano diversi Repubblicani, cosa che sbilancerebbe il sondaggio a loro favore. In effetti, a guardare i risultati dei vecchi sondaggi del Los Angeles Times, sembra che l’elezione sia rimasta molto più in bilico di quanto raccontato.

losangelestimes

Cosa dobbiamo pensare?
Trump ha ancora qualche possibilità in meno di Clinton di vincere le elezioni. Sia perché tecnicamente è ancora indietro nei sondaggi – il modello statistico del New York Times ancora oggi assegna a Clinton il 76 per cento di possibilità di vincere – sia perché Clinton continua ad avere un vantaggio di base notevole: oltre agli stati saldamente dei Democratici, le basterà vincere in Florida e in Pennsylvania – dove ha ancora un buon margine, stando ai sondaggi – per battere Trump, o anche solo in Pennsylvania e Georgia, se anche Trump dovesse vincere in Florida e Ohio (qui trovate tutte le combinazioni per la vittoria finale: Clinton al momento ne ha 937 possibili, Trump solo 78).

Su Slate il giornalista politico Josh Voorhees ha inoltre fatto notare che proprio in queste settimane gli istituti che fanno i sondaggi stanno iniziando a considerare le persone che sostengono che andranno a votare più che quelle iscritte nei registri elettorali. Cosa che avvantaggia i sostenitori più entusiasti, proprio per via del buon momento del proprio candidato, cioè quelli di Trump, al momento: secondo l’ultimo sondaggio del New York Times, il 51 per cento dei sostenitori di Trump ha detto si è definito “entusiasta” riguardo le prossime elezioni, contro il 43 per cento dei sostenitori di Clinton. Chris Cillizza del Washington Post ha un’altra teoria, che ha più a che fare con l’appartenenza politica del corpo elettorale americano.

Mettete insieme il miglioramento del “messaggio” di Trump e l’avvicinarsi delle elezioni e otterrete un numero sempre maggiore di elettori Repubblicani che si riavvicinano al partito. Questo non significa che tutti quelli che sono sospettosi di Trump o che lo sono diventati dopo un’estate molto complicata si siano convinti che sarà un grande presidente conservatore. La maggior parte di loro non lo è ancora. Ma le elezioni presidenziali sono le più “tribali” di tutti, e i Repubblicani che si erano allontanati dalla base stanno tornando a casa, spinti dall’idea di una presidenza Clinton. In un certo senso, stiamo assistendo a un ritorno alla politica polarizzata a cui siamo stati abituati dal 2000 in avanti.

Va tenuto conto che sotto moltissimi aspetti l’elezione di quest’anno è una delle più particolari e imprevedibili di sempre: nessuno si immaginava che Trump potesse vincere le primarie, che Bernie Sanders diventasse un politico di rilevanza nazionale, che Jeb Bush e Chris Christie si ritirassero così presto, e così via. Possono succedere ancora moltissime cose che potranno spostare voti e quindi decidere l’esito delle elezioni: un grossissimo guaio per Clinton, un inciampo di Trump talmente negativo da far ricredere persino i suoi sostenitori, e altre cose ancora. Una di quelle da tenere d’occhio è il primo dibattito presidenziale, previsto per il 26 settembre (in Italia saranno le prime ore del mattino del 27).