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  • martedì 16 agosto 2016

Con i migranti l’Europa ha scherzato

Sette mesi dopo la chisura delle frontiere europee ai migranti e le promesse di aiuto a Grecia e Italia, è cambiato poco: e il tentato golpe in Turchia ha peggiorato le cose

Quattro donne lavano i piatti in una scuola abbandonata usata come rifugio per i richiedenti asilo ad Atene, l'1 luglio 2016 (ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images)

Sette mesi fa l’Unione Europea cominciò a chiudere le sue frontiere ai massicci flussi di migranti che stavano arrivando dall’Africa e dal Medio Oriente, e in particolare dalla Siria. Diversi paesi europei dicevano di non essere più in grado di assorbire l’enorme numero di richiedenti asilo sbarcati sulle coste greche e diretti verso i paesi del nord tramite la cosiddetta “rotta balcanica”. L’Unione Europea aveva trovato così un accordo con la Turchia, che si basava su uno scambio: la Turchia avrebbe bloccato i migranti e riaccolto i richiedenti asilo ancora bloccati in Grecia a cui era stato impedito di proseguire il viaggio verso nord; in cambio l’Unione Europea avrebbe dato al governo turco molti soldi e la garanzia di un nuovo regime di visti, che avrebbe permesso ai cittadini turchi di muoversi liberamente all’interno dell’area Schengen. L’accordo fu criticato da diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, che sostennero che le espulsioni dalla Grecia alla Turchia fossero contrarie al diritto internazionale, ma fu anche giudicato una buona base di partenza da diversi giornalisti ed editorialisti.

Sette mesi dopo, i risultati di quella decisione si possono definire quanto meno controversi. Molte delle migliaia di persone bloccate in Grecia (57mila in tutto) continuano a vivere nei campi profughi allestiti per i richiedenti asilo, senza che la loro richiesta venga ancora esaminata: non possono tornare in Turchia e nemmeno possono proseguire il loro viaggio verso nord. Vivono in condizioni pessime – «squallide», le ha definite il New York Times – con poco cibo e condizioni sanitarie precarie. L’Unione Europea non ha mandato gli aiuti promessi alla Grecia per gestire l’emergenza; nel frattempo c’è stato anche un tentato colpo di stato in Turchia, che ha cambiato radicalmente le priorità del governo guidato dal presidente Recep Tayyip Erdoğan. «Siamo venuti qui scappando da una guerra e ci siamo ritrovati in un’altra guerra, solo più lenta», ha detto Malek Haj Mohamed, un 23enne siriano scappato da Raqqa, la città siriana controllata dallo Stato Islamico (o ISIS).

Cosa è cambiato negli ultimi sette mesi
Partiamo dal cosa-non-è-cambiato. È rimasta la reticenza di molti stati europei a rispettare le promesse e gli accordi trovati sulla gestione dell’emergenza migranti. Per esempio, alla fine del 2015 la Commissione europea aveva messo in piedi un programma di recolation, che doveva coinvolgere i migranti di nazionalità siriana, irachena ed eritrea “con evidente bisogno di protezione”. La relocation doveva essere un piano per spingere Italia e Grecia, i due paesi più coinvolti dall’arrivo di migranti, ad accogliere nelle rispettive strutture i richiedenti asilo prima che fossero “smistati” negli altri paesi secondo delle quote stabilite in precedenza. Sulla carta la relocation sembrava un ottimo piano, nella pratica è stato disastroso: i trasferimenti si sono fermati quasi subito e la stragrande maggioranza dei migranti inseriti nel programma si trovano ancora nelle affollate strutture italiane e greche in attesa di un trasferimento che non si sa se e quando arriverà.

È rimasto anche un forte sentimento anti-migranti in diversi paesi europei, con la crescita di partiti di estrema destra e le critiche a quelle forze politiche che si sono dimostrate più aperte e accoglienti. La retorica anti-immigrati è cresciuta ulteriormente negli ultimi mesi, quando sono emerse le prime prove che hanno confermato come alcuni terroristi dello Stato Islamico siano arrivati in Europa tramite la rotta dei migranti (si parla di numeri bassissimi comunque, molto lontani da quelli citati da diversi partiti nazionalisti e di estrema destra).

Poi c’è stato il tentato colpo di stato in Turchia, che ha cambiato le priorità del presidente Erdoğan e ha raffreddato parecchio i rapporti tra Europa e governo turco. Le purghe successive al tentato golpe hanno portato al licenziamento di migliaia di funzionari pubblici, inclusi quelli che avrebbero dovuto occuparsi concretamente di riaccogliere i migranti espulsi dalla Grecia sulla base dell’accordo tra Turchia e Unione Europea. Anche sul fronte europeo non sono arrivate buone notizie. Dei 400 esperti di richieste d’asilo promessi dall’Europa alla Grecia ne sono stati mandati finora solo 27; dei 400 interpreti promessi ne sono arrivati in Grecia solo 24. La poca assistenza esterna è andata ad aggiungersi a un sistema di accoglienza – quello greco – già debole e sovraffollato. Stando agli accordi tra Turchia e Unione Europea, prima di rimandare i migranti in territorio turco il governo greco è obbligato a completare tutte le procedure per le richieste di asilo. Senza esperti, interpreti e funzionari – sia europei che turchi – tutto il processo si è rallentato.

Com’è oggi la situazione in Grecia
Le conseguenze dell’accordo sull’immigrazione sono particolarmente evidenti nei campi per i richiedenti asilo in Grecia, dove i rallentamenti hanno creato situazioni difficili di sovraffollamento e complicazioni burocratiche. I migranti che alla chiusura delle frontiere si trovavano a Idomeni, vicino al confine con la Macedonia, sono stati trasferiti in un altro campo nel nord della Grecia, con la promessa che le loro richieste di asilo sarebbero state valutate in breve tempo. Ma così non è stato. La 28enne siriana Shiraz Madran, madre di quattro bambini, ha raccontato al New York Times che le settimane sono diventati mesi e lei e la sua famiglia sono rimasti bloccati nel campo senza possibilità di andarsene o di sapere a che punto è la loro pratica di asilo: «Nessuno ci dice niente, non abbiamo idea di come sarà il nostro futuro. Se avessimo saputo che sarebbe stato così, non avremmo nemmeno lasciato la Siria».

Anche nel campo profughi di Softex, vicino alla città settentrionale di Salonicco, la situazione non è migliore. Qui le tende dei migranti sono state allestite in una zona industriale vicino a una strada trafficata da camion e a un impianto di gas che produce molto calore. A quasi nessun ospite del campo è stata ancora valutata la domanda di asilo e in molti si chiedono se i recenti attacchi in Germania compiuti da due profughi siriani possano avere ridotto ancora di più le loro possibilità. Anche a Moria, nel campo profughi dell’isola di Lesbo, la situazione è molto complicata da settimane: qui i profughi – circa 3mila sistemati in un’ex caserma militare riaggiustata con reti d’acciaio e filo spinato – hanno cominciato a protestare contro le condizioni del campo, nel quale manca spesso l’elettricità e il cibo non è sufficiente, e ci sono stati episodi di scontri tra i vari gruppi nazionali ospitati. La mancanza di personale qualificato per valutare le domande di richieste d’asilo ha rallentato moltissimo le pratiche dei migranti e ha fatto crescere la frustrazione di coloro che stanno aspettando una risposta.

MoriaAlcuni migranti nel campo profughi di Moria, dopo uno scontro tra pakistani e afghani, il 2 giugno 2016 (STR/AFP/Getty Images)

Le cose insomma non sembrano andare per niente bene. La Grecia non sembra in grado di risolvere da sola l’emergenza migranti – e non solo per mancanze proprie, anche per l’enormità e la complessità del fenomeno – e gli attraversamenti in barca nel mar Egeo verso le coste greche sono tornati ad aumentare dopo il tentato golpe in Turchia. La scorsa settimana il primo ministro greco Alexis Tsipras ha tenuto una riunione con il suo gabinetto per affrontare l’emergenza, ma finora non è stata trovata nessuna vera soluzione al problema.

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