(Kayhan Ozer/Presidential Press Service, Pool Photo via AP)
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  • mercoledì 3 Agosto 2016

La Turchia contro tutti

Dopo il tentato golpe e la repressione, il governo del presidente Erdoğan ha litigato con tutti: dagli Stati Uniti all'Italia e ora anche l'accordo con l'UE sui migranti sembra a rischio

(Kayhan Ozer/Presidential Press Service, Pool Photo via AP)

Nelle ultime settimane, la Turchia si è trovata sempre più isolata da un punto di vista politico e diplomatico. In parte è stata una conseguenza della repressione seguita al tentato colpo di stato dello scorso 15 luglio, in parte è dipeso dall’atteggiamento aggressivo che il governo turco ha assunto verso alcuni dei suoi alleati, tra cui Stati Uniti e paesi europei. Dopo il tentato golpe, decine di migliaia di dipendenti pubblici sono stati licenziati, tra cui centinaia di giudici e ufficiali dell’esercito e della polizia; migliaia di persone sono state arrestate, tra cui decine di giornalisti, mentre 131 tra testate e organizzazioni giornalistiche sono state chiuse dalla magistratura. Poi il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha litigato con il governo americano – che ha accusato di avere sostenuto il colpo di stato – con l’Unione Europea e anche con Matteo Renzi, su un’inchiesta che coinvolge il figlio di Erdoğan. Come hanno notato diversi osservatori, i problemi tra Turchia e resto del mondo non sono però una cosa recente: sono peggiorati nelle ultime settimane, ma i disaccordi c’erano già prima. A dimostrarlo c’è stata per esempio la pochissima solidarietà arrivata a Erdoğan dagli altri capi di stato e di governo nelle ore successive al tentato golpe.

Gli Stati Uniti e il golpe
Gli Stati Uniti – il principale fornitore di armi della Turchia – sono il paese con cui il governo turco ha avuto più problemi dopo il tentato golpe. La questione ruota per buona parte attorno a Fetullah Gülen, un religioso turco che dal 1999 vive in un esilio autoimposto negli Stati Uniti. Gülen, fino a qualche anno fa alleato di Erdoğan, è a capo di “Hizmet”, una rete clandestina molto potente in Turchia e molto estesa soprattutto tra la polizia e la magistratura turche. Gülen è stato accusato dal governo turco di avere organizzato il golpe e per questo Erdoğan vorrebbe la sua estradizione (negli ultimi giorni molti documenti che dovrebbero dimostrare il coinvolgimento di Gülen sono stati inviati dal governo turco negli Stati Uniti, anche se non è ancora stata formulata una richiesta ufficiale di estradizione). Negli ultimi giorni la campagna del governo contro gli Stati Uniti ha raggiunto livelli mai visti prima: ogni giorno le prime pagine dei principali giornali nazionali escono con titoli molto duri e accusatori contro il governo americano. Spesso negli articoli ci sono anche i nomi dei funzionari e degli accademici americani che secondo Erdoğan avrebbero aiutato i golpisti. Le accuse di complicità tra governo americano e Gülen, scrive il New York Times, sono diventate così diffuse da costringere il segretario di Stato John Kerry e il presidente Barack Obama a smentire ogni coinvolgimento.

I problemi con la Germania
Lunedì 1 agosto il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha convocato il vice-ambasciatore tedesco ad Ankara, un gesto che nel linguaggio diplomatico serve a dimostrare una grossa insoddisfazione per il comportamento di un altro paese (normalmente si convoca l’ambasciatore, che però in questo caso era in vacanza). L’episodio che ha provocato il richiamo è stata la decisione di un tribunale amministrativo tedesco che domenica aveva proibito la trasmissione di un videomessaggio di Erdoğan nel corso di una manifestazione a favore del governo turco organizzata a Colonia, in Germania, un paese dove vivono moltissimi immigrati turchi in gran parte sostenitori dell’attuale governo. La convocazione del vice-ambasciatore è stata accompagnata da molte dichiarazioni di esponenti del governo turco che hanno duramente criticato la Germania. L’episodio è l’ultimo di una lunga serie di incidenti diplomatici che da settimane mostrano come i rapporti tra Germania e Turchia siano sempre più tesi. Lo scorso 2 giugno, ad esempio, il parlamento tedesco ha votato una mozione per riconoscere il genocidio degli armeni, compiuto dal governo turco durante la Prima guerra mondiale e sempre negato dalla Turchia; prima ancora i due paesi avevano avuto qualche attrito quando la Turchia aveva chiesto alla Germania di processare un comico tedesco che aveva offeso Erdoğan durante una trasmissione televisiva.

Turchia, UE e l’accordo sui migranti
Una delle conseguenze delle nuove tensioni diplomatiche tra Turchia e Germania, e tra Turchia e diversi altri paesi europei, è che si indebolisca l’accordo sui migranti che negli ultimi mesi ha garantito l’arresto dei flussi di migranti dallaTurchia alla Grecia (ovvero la prima tappa della cosiddetta “rotta balcanica”, con cui i migranti entravano in Europa per raggiungere la Germania o arrivare ancora più a nord). In base all’accordo, la Turchia si è impegnata a contrastare con più efficacia il traffico di migranti e ad accettare il rimpatrio di coloro che riescono ad arrivare in Grecia illegalmente. In cambio, l’Unione Europea si è impegnata a versare alla Turchia sei miliardi di euro, ad approvare un nuovo regime che permetta ai cittadini turchi di entrare nell’Unione senza visto e a riaprire le pratiche per l’ammissione della Turchia all’Unione.

La confusa situazione politica in Turchia ha reso più difficile l’applicazione dell’accordo sui migranti, e la tensione con l’Unione Europea è peggiorata dopo che, in seguito al tentato colpo di stato, la Turchia ha apertamente parlato della possibilità di reintrodurre la pena di morte, cosa che renderebbe impossibile ogni ulteriore colloquio sulla possibilità di fare entrare la Turchia nell’Unione Europea.

Anche la possibilità di ottenere un cambio nel regime dei visti sembra per ora bloccata. L’accordo prevedeva una modifica del regime se la Turchia avesse rispettato un elenco di 72 punti tra cui era compresa una modifica delle attuali leggi anti-terrorismo, che consentono al governo un ampio margine per arrestare oppositori politici e per controllare i media. La Commissione Europea ha già detto che fino ad ora la Turchia non è riuscita a soddisfare tutti i 72 punti dell’accordo e diversi leader politici europei hanno detto che nell’attuale situazione è impossibile pensare a un cambio nel regime dei visti e ad una riapertura delle procedure di accesso all’Unione. Il governo turco, però, continua a chiedere che gli accordi siano rispettati. In una recente intervista al Frankfurter Allgemeine, il ministro degli esteri turco Çavuşoğlu ha detto che il suo governo si aspetta «una data precisa» in cui far entrare in vigore il nuovo regime dei visti, possibilmente l’inizio o la metà di ottobre. In caso contrario, la Turchia potrebbe decidere di riconsiderare completamente l’accordo di marzo.

Se questa eventualità dovesse verificarsi, è possibile che un numero significativo di migranti torni a sbarcare in Grecia. Circa mille persone sono arrivate in Grecia dalla Turchia nel mese di luglio, contro le 50mila sbarcate nel luglio dell’anno scorso: erano state un milione nel corso del 2015.

Il litigio con Renzi
Martedì in un’intervista data a RaiNews24, Erdoğan ha parlato di suo figlio Bilal, che è indagato dalla procura di Bologna con l’accusa di riciclaggio di denaro, dicendo che i magistrati italiani dovrebbero occuparsi della mafia, invece che degli affari della sua famiglia.

«Se mio figlio tornasse in Italia in questo momento potrebbe essere arrestato, perché c’è un’inchiesta aperta nei suoi confronti dai magistrati italiani. Perché? Non c’è una risposta. E quando tu chiedi loro perché, non ti rispondono. Mio figlio dovrebbe tornare a Bologna per completare il dottorato. In quella città mi chiamano dittatore e fanno cortei per il PKK [il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che si oppone a Erdoğan, ndr]. Perché non intervengono? È questo lo stato di diritto? Questa vicenda potrebbe mettere in difficoltà perfino le nostre relazioni con l’Italia. Mio figlio è un uomo brillante che viene accusato di riciclaggio di denaro. Che si occupino della mafia in Italia, non di mio figlio»

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha risposto poco dopo la diffusione del servizio con un tweet piuttosto diretto.

Bilal Erdoğan, che ha 35 anni, si era trasferito a Bologna per fare un dottorato alla Johns Hopkins University. A febbraio è stato indagato dopo che Murat Hakan Huzan, un imprenditore e oppositore di Erdoğan che vive in Francia, aveva presentato un esposto in cui suggeriva di indagare su delle presunte somme di denaro portate con sé in Italia da Balil Erdoğan per essere riciclate. Balil Erdoğan è poi tornato in Turchia a marzo.