Donald Trump e Mike Pence (JIM WATSON/AFP/Getty Images)

Come Donald Trump ha scelto il suo vice

Mike Pence ha avuto soprattutto il pregio di accettare dopo la rinuncia di molti altri, spiega il New York Times

Donald Trump e Mike Pence (JIM WATSON/AFP/Getty Images)

Nel corso della terza serata della Convention repubblicana, in corso a Cleveland in Ohio, il candidato vicepresidente Mike Pence ha tenuto il suo primo importante discorso ai delegati e agli altri rappresentanti del partito. In teoria sarebbe dovuto essere l’evento più importante della serata, ma le polemiche intorno al discorso di Ted Cruz e alla sua decisione di non fare l’endorsement per Donald Trump hanno oscurato il discorso di Pence, e la sua possibilità di farsi conoscere meglio dagli elettori. Il candidato alla vicepresidenza è stato indicato meno di una settimana fa e il modo in cui è stato scelto racconta qualcosa sul modo di pensare e prendere decisioni importanti da parte di Trump, scrive il New York Times in un articolo che sulla base di diverse fonti ha ricostruito come si è arrivati alla scelta di Mike Pence.

All’incirca a metà maggio, due dei più stretti collaboratori di Donald Trump e responsabili della sua campagna elettorale, Paul Manafort e Corey Lewandowski (che si è in seguito dimesso), hanno messo insieme una lista di 16 nomi che è stata poi proposta a Trump, che ha dato il suo assenso. La lista è stata quindi sottoposta ad A.B. Culvahouse, che si era già occupato di trovare un candidato vicepresidente per John McCain nella campagna elettorale del 2008 (fu poi scelta Sarah Palin).

Secondo il New York Times, nella lista non c’erano nomi particolarmente stravaganti come poteva esserlo quello di Sarah Palin nel 2008. Erano tutti politici, fatta eccezione per il tenente generale Michael Flynn, nel rispetto della volontà di Trump di avere qualcuno che ci capisse qualcosa della politica di Washington e che sapesse gestirla un minimo. Tra i più conosciuti in lista c’erano alcuni protagonisti delle primarie repubblicane: il senatore Marco Rubio, al quale però non è mai stata formulata una richiesta formale per l’incarico, e il governatore dell’Ohio John Kasich, a quanto pare uno dei nomi preferiti dai responsabili della campagna di Trump.

Oltre a dare qualche probabilità in più per vincere in Ohio alle presidenziali, Kasich era ritenuto ideale per mantenere il controllo delle cose a Washington e a colmare l’inesperienza politica di Trump. Il figlio più vecchio di Trump, Donald Trump Jr. si era messo personalmente in contatto con uno dei consiglieri di Kasich per fargli un’offerta molto generosa: essere il vicepresidente più potente nella storia degli Stati Uniti. A lui sarebbe spettato il compito di occuparsi della politica interna e di quella estera del paese, una concentrazione di potere insolita per il vicepresidente. Il consigliere aveva risposto chiedendo di cosa si sarebbe occupato nel frattempo il presidente, e Trump figlio aveva risposto candidamente: “Di rendere di nuovo grande l’America”, citando lo slogan della campagna elettorale del padre “Make America Great Again”. Questa ricostruzione dei fatti pubblicata dal New York Times è basata sulla testimonianza del consigliere di Kasich, ma è stata messa in discussione dai responsabili della campagna di Trump.

In seguito, nel corso di una telefonata con Trump, Kasich aveva rifiutato direttamente l’offerta dicendo che una squadra tra i due sarebbe stato come la fusione tra due aziende con filosofie commerciali molto diverse tra loro. A Trump era comunque rimasta la speranza di ottenere per lo meno un endorsement da parte di Kasich, in tempo per l’inizio della Convention a Cleveland, ma l’indicazione di voto dal governatore dell’Ohio non è mai arrivata.

Tra i nomi nella lista c’erano il senatore del North Carolina, Richard Burr, che però avrebbe dovuto rinunciare alla campagna elettorale per il rinnovo del suo seggio, e il governatore del Nevada, Brian Sandoval, che aveva però il difetto di avere sostenuto Kasich durante le primarie e di essere stato criticato spesso da Trump per questa scelta. Secondo molti poteva essere un candidato ideale per mitigare gli aspetti più controversi di Trump: buon carisma, origini latine e popolare governatore di uno stato in bilico.

Il New York Times spiega che in lista c’erano anche cinque donne tra le quali le governatrici di Arizona e Oklahoma, Jan Brewer e Mary Fallin, la senatrice dell’Iowa Joni Ernst e la governatrice del South Carolina, Nikki Haley. Trump inizialmente aveva pensato a Susan Martinez, governatrice del New Mexico, la prima donna di famiglia messicana alla guida dello stato, che avrebbe potuto aiutare Trump a recuperare consensi nella grande comunità latina che vive negli Stati Uniti, facendo passare in secondo piano la storia della promessa costruzione di un muro lungo il confine con il Messico per fermare l’immigrazione irregolare. Martinez non aveva però mai risposto alle chiamate dello staff di Trump, che aveva quindi deciso di lasciar perdere.

Nella lista c’era anche l’ex segretario di Stato americano Condoleezza Rice durante la presidenza di George W. Bush, una persona di alto rilievo, ma in contrasto con molte affermazioni fatte da Trump durante la campagna elettorale sull’inutilità della guerra in Iraq e le dure critiche nei confronti di chi l’aveva sostenuta. Incuranti di questa incongruenza, alcuni membri dello staff di Trump si erano comunque messi in contatto con Rice, ricevendo un garbato ma perentorio “Non mi interessa”.

Nei primi giorni di giugno, mentre si avvicinavano le date della Convention, Manafort e Lewandowski hanno chiesto a Culvahouse di concentrarsi su 6 delle 16 persone in lista: Sessions, Ernst, Mike Pence, Newt Gingrich, Bob Corker e Chris Christie, governatore del New Jersey e tra i più esposti sostenitori di Trump. A Ernst e Trump è bastato un breve incontro a New York per capire che non avrebbe funzionato. Corker, che è un senatore del Tennessee piuttosto rispettato, ha incontrato Trump e gli ha spiegato di non ritenersi la persona ideale per il ruolo di vicepresidente, lasciando comunque aperta qualche possibilità per un coinvolgimento in un eventuale governo Trump dopo le elezioni.

Secondo le fonti del New York Times, Corker era una delle prime scelte di Trump insieme a Kasich e a Pence. Essendosi fatti quasi tutti da parte, la scelta è ricaduta forzatamente su Mike Pence, che aveva comunque dalla sua il fatto di essere un repubblicano, un governatore e di avere una buona popolarità tra gli evangelici, essendo un fervente credente. Il pregio principale di Pence è stato quello di dire “Sì” a Trump quando gli si è presentata l’occasione, dicono diversi osservatori. La sua scelta dimostra da un lato le difficoltà di Trump nel trovare sostegno da parte degli esponenti più in vista del Partito Repubblicano, e dall’altro la scarsa organizzazione della sua campagna elettorale.