Mike Pence con Donald Trump. (Aaron P. Bernstein/Getty Images)

Mike Pence sarà il vice di Trump

Ora è ufficiale: le cose fondamentali da sapere sul governatore dell'Indiana, e i pro e i contro della sua nomina

di Francesco Costa – @francescocosta
Mike Pence con Donald Trump. (Aaron P. Bernstein/Getty Images)

Donald Trump, candidato del Partito Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, ha scelto Mike Pence come suo candidato vicepresidente. L’annuncio era previsto per oggi ma era stato inizialmente rinviato da Trump dopo la strage di Nizza. Poi Trump, senza preavviso, venerdì pomeriggio ha confermato che Pence sarà il suo vice. Mike Pence – 57 anni, una moglie, tre figli – è il governatore Repubblicano dell’Indiana. La nomina di Trump a candidato presidente e di Pence a suo vice sarà formalizzata ufficialmente col voto dei delegati eletti alle primarie durante la convention del Partito Repubblicano, che si terrà a Cleveland, in Ohio, dal 18 al 21 luglio.

Pence è stato eletto governatore dell’Indiana nel 2013 e prima di essere scelto da Trump come vice stava cercando di ottenere la rielezione a un secondo mandato alle elezioni di novembre. Prima di essere eletto governatore, Pence era stato deputato dell’Indiana dal 2001 al 2013: in generale è considerato a tutti gli effetti parte dell’establishment del Partito Repubblicano che tanto Trump ha contestato durante le primarie. È laureato in Legge ed è un politico molto ortodosso e tradizionale – non ha nessuno dei tratti sovversivi di Trump – ma ha posizioni molto conservatrici, soprattutto sui temi sociali, e per questo è molto apprezzato dall’ala più estrema del partito e dalla corrente dei cosiddetti Tea Party: è contrario all’aborto, ai matrimoni gay, all’aumento delle tasse e alle restrizioni sulle armi. Già alle elezioni del 2012 era circolato il suo nome come possibile candidato alle primarie Repubblicane, anche se non se ne fece nulla.

L’ultima ragione in ordine di tempo per cui si è parlato di Pence fuori dall’Indiana è una controversa legge sull'”obiezione religiosa” che permette per esempio ai negozianti cristiani di rifiutarsi di servire clienti omosessuali senza per questo essere accusati di discriminazione. La legge, approvata e firmata da Pence lo scorso marzo, ha provocato le proteste di moltissimi cittadini e associazioni e di grandi aziende e marchi come Apple, NBA e Yelp, costringendo Pence a promuovere una parziale revisione della legge e scrivere sul Wall Street Journal un editoriale chiarificatore («Se vedessi il titolare di un ristorante rifiutarsi di servire una coppia gay, smetterei di andarci a mangiare»).

L’intera carriera politica di Pence è fatta di storie e polemiche come questa, comunque: Pence è antiabortista al punto da aver approvato una legge che rende obbligatori i funerali dei feti abortiti. In passato ha ricevuto molti finanziamenti elettorali dall’industria del tabacco, e una volta ha scritto su un giornale che «il fumo non uccide».

Quali sono i pro di aver scelto Mike Pence
Trump ha vinto le primarie contestando apertamente l’establishment del Partito Repubblicano, i suoi deputati, senatori e governatori, accusandoli di aver tradito desideri e bisogni del loro elettorato e di essere corrotti e compromessi. Se la base del partito ha dato ragione a Trump, votandolo e facendogli vincere le primarie, tra i suoi dirigenti molti gli sono ancora molto ostili, al punto da decidere di non partecipare del tutto alla convention di Cleveland e di tramare – inutilmente – per privarlo della candidatura. Inoltre, sono ostili a Trump anche i più religiosi nel Partito Repubblicano, soprattutto i gruppi evangelici, per ragioni piuttosto evidenti: le tre mogli, il linguaggio spesso eccessivo e volgare, il non essere esattamente un tipo da chiesa. Pence può rassicurare entrambe queste ali del partito.

Inoltre, prima di fare il politico Pence era un popolare conduttore radiofonico in Indiana: ha buone capacità oratorie, che in campagna elettorale potrebbero renderlo prezioso sia per attaccare Hillary Clinton sia nel dibattito televisivo di ottobre durante il quale si confronterà con il candidato alla vicepresidenza dei Democratici (a volte però, proprio per questa sua conoscenza del mestiere, dà la sensazione di essere costruito, posticcio, poco spontaneo).

Mike Pence su Israele e Palestina.

Quali sono i contro di aver scelto Mike Pence
Per quanto le posizioni conservatrici di Pence riflettano per molti aspetti quelle degli elettori del partito e dello stesso Trump, potrebbero allontanare ancora di più gli elettori giovani e le donne, che considerano sempre di più il Partito Repubblicano estremista e fuori dalla realtà. Il problema principale della nomina di Pence però è un altro, secondo la gran parte degli osservatori: e cioè che è troppo diverso da Trump. Pence era favorevole alla guerra in Iraq, Trump è contrario; Pence è favorevole al trattato di libero scambio con i paesi dell’Asia (TPP), Trump è contrario; Pence vorrebbe privatizzare la previdenza sociale e alzare l’età pensionabile, Trump è contrario. Queste differenze politiche riguardano anche cose molto recenti: quando Trump ha promesso di vietare ai musulmani l’ingresso negli Stati Uniti, per esempio, Pence ha detto che era un’idea «offensiva e incostituzionale».

Anche se oggi Pence dice che «Trump capisce le frustrazioni e le speranze degli americani come nessun politico americano dai tempi di Ronald Reagan», soltanto il 29 aprile aveva deciso di sostenere Ted Cruz – e non Trump – alle primarie del Partito Repubblicano. Pence ha insomma tutti i difetti dei politici tradizionali – è un po’ opportunista, un po’ voltagabbana – e, come ha scritto Ezra Klein su Vox, gli elettori Repubblicani hanno mostrato di gradire altro.

Donald Trump non è un Repubblicano normale: non è normale e forse non è nemmeno Repubblicano. La sua intera campagna elettorale è costruita sull’idea che persino i Repubblicani non vogliono un altro Repubblicano normale. Questo ha trasformato le sue eccentricità, la sua eterodossia e la sua indipendenza dai dirigenti del partito in veri punti di forza. Il “trumpismo” è una cosa molto diversa dal “Repubblicanismo”: è una forma di nazionalismo bianco mescolato a un po’ di populismo economico, all’odio per i politici di Washington e un po’ di carisma da celebrità.

Scegliendo Pence, Trump ha scelto un vice che indebolisce tutti i suoi punti di forza.

L’argomento di Klein ha senso ma fino a un certo punto. Nella politica americana, infatti, i candidati alla vicepresidenza a volte sono scelti effettivamente per rafforzare l’identità del candidato presidente (nel 1992, per esempio, Bill Clinton scelse un quarantenne del sud come lui, Al Gore), ma altre volte sono scelti perché complementari con le qualità del candidato presidente e non è detto che sia un errore: Barack Obama nel 2008 scelse Joe Biden (esperto, bianco, apprezzato dall’establishment del partito) per compensare quelli che potevano essere i suoi punti deboli (inesperto, nero, vincitore delle primarie contro Hillary Clinton). E fu una scelta che funzionò molto bene.

Perché Pence ha accettato?
In questi mesi diversi politici Repubblicani hanno preferito evitare di essere associati a Donald Trump, convinti che avrebbe danneggiato i loro consensi attuali e le loro prospettive future di carriera: alcuni importanti senatori e governatori hanno detto esplicitamente di non essere interessati a fare il vice di Trump, altri non andranno nemmeno alla convention di Cleveland. Una delle ragioni per cui Pence si è mostrato interessato all’incarico – secondo alcuni persino troppo – è che la sua campagna elettorale per la rielezione a governatore dell’Indiana sta andando piuttosto male.

Pence non è popolarissimo nel suo stato, e dovesse mancare la rielezione a governatore la sua carriera politica sarebbe praticamente finita. Accettando la proposta di fare il vice di Trump, Pence si è ritirato da quella campagna elettorale – i Repubblicani dovranno trovare un altro candidato – e per quasi quattro mesi avrà la possibilità di accrescere molto la sua popolarità. Se Trump dovesse vincere le elezioni, Pence diventerebbe il secondo politico più potente del paese; ma anche se Trump dovesse perdere, i danni per Pence potrebbero essere minimi: una sconfitta di Trump sarebbe appunto una sconfitta di Trump, e solo in minima parte di Pence. D’altra parte Paul Ryan era il candidato vice di Mitt Romney nel 2012: oggi è lo speaker della Camera, cioè il Repubblicano più alto in grado al Congresso.

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