(Keystone/Hulton Archive/Getty Images)
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  • mercoledì 15 Giugno 2016

Quel Giro d’Italia del 1946

Fu il primo dopo la guerra, partì settant'anni fa e fu uno di quelli "Bartali contro Coppi": ma successe anche molto altro

(Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Il 9 giugno 1940 un Fausto Coppi poco più che ventenne vinse il suo primo Giro d’Italia, il 28esimo della storia. Il 29esimo iniziò più di sei anni dopo: il giorno dopo la vittoria di Coppi, infatti, Benito Mussolini annunciò l’entrata in guerra dell’Italia; poi ci furono la guerra, l’8 settembre del 1943, il 25 aprile del 1945 e il 2 giugno del 1946. Il 29esimo Giro d’Italia iniziò il 15 giugno del 1946, settant’anni fa oggi. Il favorito era sempre Coppi, un po’ meno giovane ma ancora forte: pochi mesi prima aveva vinto la Milano-Sanremo.

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Il Giro d’Italia del 1946 partì quando «l’orologio segna[va] le 11.40, parecchio in ritardo su quanto era stabilito. Colpa di qualche equipe che ama dormire», disse un cinegiornale Luce dell’epoca. Partì da Milano, andò a sud passando da Napoli e Ancona, risalì da Roma e Firenze e prima di tornare a Milano passò da Trento, Verona e Trieste, che negli anni della guerra ne aveva viste molte.

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Il primo Giro d’Italia dopo la Seconda guerra mondiale finì il 7 luglio 1946, dopo 17 tappe e poco più di tremila chilometri. Partirono in 79 e arrivarono in 40. Il più veloce, quello che vinse la maglia rosa, fu Gino Bartali: ci mise 95 ore e 32 minuti, con una media oraria di poco superiore ai 30 chilometri. Bartali – che negli anni della guerra aveva aiutato molti ebrei, meritandosi poi il riconoscimento di Giusto tra le nazioni – aveva 32 anni ed era considerato vecchio e sfavorito rispetto a Coppi e al più giovane Vito Ortelli, che arrivò terzo. Il Giro del 1946 fu anche il primo in cui fu introdotta la maglia nera, assegnata all’ultimo in classifica generale: la ottenne Luigi Malabrocca, che in classifica arrivò a più di 4 ore da Bartali.

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Il Giro d’Italia del 1946 fu il primo grande giro che Coppi e Bartali corsero uno contro l’altro in due diverse squadre (nel 1940 corsero entrambi nella Legnano) e fu anche la corsa a tappe più importante di quell’anno: anche perché l’altra importante gara a tappe, il Tour de France, non si corse.

In Italia quel Giro fu organizzato con gran fatica. Era appena finita la guerra ed era difficile trovare gran parte delle cose che servono per fare una gara di ciclismo su strada: ciclisti, biciclette e strade, per cominciare. A quel Giro parteciparono sette squadre e sei “gruppi”: le squadre erano le normali formazioni del ciclismo su strada, quello che oggi sono l’Astana di Nibali o la Sky di Froome e allora erano la Legnano di Bartali e la Bianchi di Coppi. I “gruppi” erano invece dei gruppi di ciclisti messi insieme all’ultimo momento: si chiamavano Milan-Gazzetta, V. C. Bustese, Fronte Della Gioventu’-Duluz, Azzini-Freni Universal e Centro Sportivo Italiano. Un po’ come quando si organizza un torneo di calcetto e si fa di tutto per trovare il decimo che venga a giocare.

In quel Giro d’Italia molte delle strade erano sterrate, quando andava bene, e dissestate a causa dei bombardamenti quando andava male. Nel 2004 Leonardo Coen scrisse su Repubblica:

«Ci sono tappe che superano ponti di barche sul Po e su tanti altri fiumi perché i raid degli Alleati e le ritorsioni dei tedeschi in ritirata hanno sbriciolato quel che c’era prima. Ma ricominciare anche con lo sport più popolare – il ciclismo sovrastava il calcio, allora – è voler dire: ritorniamo alla normalità, rimbocchiamoci le maniche». Coen spiegò che nel 1946 «una bicicletta nuova costa[va] un terzo dello stipendio medio annuo»

La prima importante tappa di montagna di quel Giro si corse il 19 giugno: 112 chilometri da Prato a Bologna. Bartali attaccò in salita e staccò Coppi, che cadde in discesa ma riuscì a riprendere i primi e vincere la tappa in volata. Coppi andò in crisi pochi giorni dopo – pare anche a causa delle botte prese nella caduta del 19 giugno – durante la tappa da Chieti a Napoli. La voce di un cinegiornale Luce dell’epoca dice che quello verso Napoli fu «un percorso a montagne russe su cui Bartali fuggiva leggero». Bartali fuggì ma non vinse; la maglia rosa la prese Ortelli, che la conservò per molte tappe. Bartali prese però vantaggio su Coppi, il rivale più importante.

Pochi giorni dopo «i girini» (allora li si chiamava così, ora è un termine un po’ in disuso) arrivarono a Roma e il cinegiornale disse di loro: «Beniamini dell’applauso, essi sono oggi lieti di applaudire». I corridori del Giro andarono infatti in Vaticano da Papa Pio XII, che disse loro: «Andate dunque, al sole radioso d’Italia, di questa vostra Patria, di cui conoscete le native splendenti bellezze e della quale volete essere campioni degni ed intrepidi. Andate, o prodi corridori della corsa terrena e della corsa eterna».

Il Giro passò poi da Firenze, in una tappa che il cinegiornale descrisse come un «colpo gobbo» perché «contro ogni attesa Renzo Zanatti taglia per primo il traguardo. Cosa dirà al traguardo? Molto semplice: si sentiva in forma e gli sembrava inutile far vincere la tappa a un altro». I girini arrivarono poi a Trieste, dove ci fu l’evento che qualche anno fa la Gazzetta dello Sport votò come “il più emozionante della storia del Giro d’Italia“, descrivendolo così:

Il 30 giugno 1946, durante la 12esima tappa del Giro, Rovigo – Trieste, attivisti anti-italiani favorevoli all’annessione di Trieste alla Jugoslavia bloccarono la carovana del Giro a circa 2 km a est di Pieris, ostruendo la strada con blocchi di cemento e bersagliando i corridori con lanci di chiodi e pietre. L’organizzazione del Giro aveva già deciso di dichiarare conclusa a Pieris la tappa, con tempi eguali per tutti, ma alcuni atleti, capeggiati dal triestino Giordano Cottur insistevano per raggiungere comunque Trieste.

Il cinegiornale spiegò che gli attivisti «non ce l’avevano con il Giro ma con la manifestazione d’italianità che rappresentava» ma che comunque tutto si risolse per il meglio e «gli stampati di propaganda slavofili» diventarono «un tappeto di carta straccia».

Il Giro continuò fino a Milano in un «generoso rovesciarsi di entusiasmi e di pioggia» e Coppi e Bartali riuscirono a guadagnare secondi e minuti nei confronti di Ortelli, che era ancora in maglia rosa. Bartali riuscì a prendersi la maglia rosa il 2 luglio, nella tappa con arrivò a Auronzo di Cadore, e la conservò fino a Milano, quando il Giro arrivò nell’Arena civica di Milano, proprio dove qualcuno vorrebbe fare arrivare il 100esimo Giro d’Italia, nel 2017. Qualche anno dopo il Giro d’Italia fu raccontato dallo scrittore Dino Buzzati, che fece l’inviato per il Corriere dello Sport: «Serve una faccenda stramba come il Giro d’Italia?», si chiese. Si rispose: «Certo che serve: è un caposaldo del romanticismo assediato dalle squallide forze del progresso».