(AP Photo/Phelan M. Ebenhack)
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  • lunedì 13 giugno 2016

È stato un attentato dell’ISIS?

L'attentatore del locale gay di Orlando era probabilmente un "lupo solitario", ma non vuol dire che lo Stato Islamico c'entri di meno

(AP Photo/Phelan M. Ebenhack)

Nella notte tra sabato 11 e domenica 12 giugno (in Italia era domenica mattina) Omar Mateen, un uomo americano di origini afgane di 29 anni, è entrato nel Pulse, un locale gay di Orlando, in Florida, e ha iniziato a sparare sulla folla. Mateen ha ucciso 49 persone e ne ha ferite 53, prima di essere ucciso dalla polizia che ha fatto irruzione nel locale circa tre ore dopo l’inizio della sparatoria. All’interno del locale, prima di essere ucciso, Mateen ha preso alcune decine di ostaggi, e si è barricato nei bagni del locale. Alle 2.22 ha chiamato il 911, il numero di emergenza della polizia: lunedì mattina il capo della polizia di Orlando ha spiegato che nella telefonata Mateen era calmo, non ha fatto particolari richieste e ha giurato fedeltà allo Stato Islamico.

Nel pomeriggio il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha detto che “non ci sono chiare prove” di un legame con l’ISIS, ricordando che comunque le indagini sono ancora in corso. L’FBI sta trattando la strage del Pulse come un “atto di terrorismo” e che Mateen “si è radicalizzato su Internet”.

Dopo l’attacco Seddique Mateen, il padre di Omar Mateen, ha detto che le motivazioni del figlio non erano religiose, ma legate alla sua omofobia: ha raccontato che qualche mese fa, mentre erano insieme in una spiaggia di Miami, avevano visto due ragazzi gay baciarsi, e Mateen si era arrabbiato molto. Mateen frequentava il Centro Islamico di Fort Pierce, una moschea della sua città, e l’FBI negli scorsi anni aveva aperto due indagini su di lui: la prima nel 2013, dopo che aveva detto ad alcuni suoi colleghi di avere legami con dei gruppi terroristici, inclusa al Qaida. L’FBI interrogò Mateen, ma alla fine concluse che l’uomo stava mentendo. Nel 2014 fu di nuovo interrogato dopo che l’FBI scoprì che aveva frequentato la stessa moschea di Moner Mohammad Abusalha, un cittadino americano di 22 anni che si era unito ad al Qaida in Siria, compiendo un attentato suicida. L’FBI stabilì che Mateen e Abusalha probabilmente si conoscevano di vista ma non avevano un vero legame.

Domenica sera Amaq, una specie di ufficio stampa dello Stato Islamico, ha scritto che l’attentato di Orlando era stato compiuto dallo Stato Islamico. Il testo della notizia riportata da Amaq diceva: «Fonte dell’agenzia Amaq: l’attacco che ha colpito un locale per omosessuali a Orlando, in Florida, e che ha causato oltre 100 tra morti e feriti, è stato compiuto da un combattente dello Stato Islamico». Normalmente, hanno notato diversi analisti, Amaq non dà notizia degli attentati attribuendoli a proprie fonti: questa formulazione ha portato molti osservatori a ipotizzare che lo Stato Islamico non fosse a conoscenza dell’attacco prima di apprendere la notizia dai media americani. Lunedì mattina, circa 26 ore dopo la sparatoria, al Bayan, la stazione radio dello Stato Islamico, ha rivendicato l’attentato di Orlando, descrivendo Mateen come “un soldato del Califfato in America”.

Rita Katz, direttrice di SITE, tra i principali siti che monitorano le attività dei gruppi terroristici sui social network, ha notato un’altra differenza rispetto ad altri attacchi, come quelli di Bruxelles. Sui canali di Telegram dei sostenitori dello Stato Islamico, non ci sono state esortazioni a celebrare Mateen dopo l’attacco di Orlando. L’analista Michael Horowitz ha poi sostenuto che una rivendicazione arrivata direttamente attraverso un organo ufficiale dello Stato Islamico – come avvenne per gli attentati di Parigi – avrebbe avuto «un maggiore peso».  Secondo le ricostruzioni degli osservatori, quindi, è probabile che Mateen abbia agito come un cosiddetto “lupo solitario”: ha cioè compiuto l’attacco senza ricevere ordini dallo Stato Islamico, ma solo ispirandosi all’ideologia del gruppo. Secondo questa ipotesi, lo Stato Islamico avrebbe poi sfruttato il giuramento di Mateen per rivendicare l’attentato.

Rukmini Callimachi, una giornalista del New York Times esperta di terrorismo, ha però sottolineato come le modalità con le quali lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco di Orlando siano in realtà simili a quelle adottate dal gruppo terrorista negli ultimi mesi. Sia in occasione degli attentati di Bruxelles dello scorso marzo, sia nella strage dello scorso dicembre a San Bernardino, in California, la prima fonte ad attribuire allo Stato Islamico gli attacchi fu Amaq, che fu poi seguita da un comunicato ufficiale dello Stato Islamico. Gli attentatori di San Bernardino, però, furono descritti da Amaq e da al Bayan come “sostenitori dello Stato Islamico”, mentre la definizione riservata a Mateen sembra indicare una forma di riconoscimento maggiore.

Secondo Callimachi la teoria del “lupo solitario” non è completamente corretta, perché non tiene in considerazione le strategie adottate negli ultimi due anni dallo Stato Islamico per incitare i suoi seguaci nel mondo a compiere attacchi come quello di Orlando. Lo Stato Islamico ha concentrato su questo obiettivo molta della sua propaganda, proprio per confondere e rendere meno nette le distinzioni tra gli attacchi ordinati dai vertici dell’organizzazione e quelli compiuti in autonomia dai suoi seguaci nel mondo.

Il mese scorso Abu Muhammad al Adnani, portavoce dello Stato Islamico, ha esortato i seguaci dell’organizzazione a compiere attacchi all’estero durante il mese del Ramadan, dicendo che «l’azione più piccola che fate nel cuore della loro terra ci è più cara della nostra azione più grande, ed è più efficace e dannosa nei loro confronti». Nel settembre del 2014 Adnani aveva detto che non era necessario chiedere il permesso allo Stato Islamico per compiere attacchi in suo nome, che potevano essere fatti anche senza armi da fuoco, con pietre, coltelli o automobili.

Il giuramento fatto per telefono da Mateen allo Stato Islamico è uno degli elementi fondamentali della procedura prevista dall’organizzazione per i suoi attentati, ed è sostanzialmente l’unica cosa che lo Stato Islamico richiede ai suoi seguaci. Secondo Callimachi, il fatto che Mateen abbia fatto il giuramento dimostra che era a conoscenza del “protocollo”. A sostenere l’ipotesi che ci fossero dei legami tra Mateen e lo Stato Islamico ci sarebbe anche il fatto che l’uomo aveva avuto contatti con Abusalha, che apparteneva al fronte al Nusra, il gruppo che combatte in Siria a cui in precedenza apparteneva anche lo Stato Islamico. Secondo Callimachi, queste informazioni sembrano posizionare Mateen a metà tra un lupo solitario e un combattente agli ordini del gruppo: qualcosa di simile a Ayoub El Khazzani, l’uomo che lo scorso 21 agosto tentò – e fallì – un attentato sul treno Amsterdam-Parigi. Inizialmente El Khazzani fu definito come un lupo solitario, ma in seguito si scoprì che aveva contatti con esponenti dello Stato Islamico in Siria: nonostante l’organizzazione non avesse ordinato direttamente l’attentato, lo Stato Islamico aiutò El Khazzani a scegliere l’obiettivo e a progettare l’attacco.

Nelle ore successive all’attentato, Charlie Winter, un ricercatore della Georgia State University esperto di terrorismo, ha scritto che l’insistenza dei media nel collegare l’attentato di Orlando allo Stato Islamico avrebbe potuto incentivare l’organizzazione a rivendicarlo, anche nel caso in cui non fosse coinvolta. Winter ha spiegato che la strategia adottata dallo Stato Islamico nel gestire attentati come quello di Orlando è molto efficace, perché permette all’organizzazione di trasformare jihadisti che si sono radicalizzati da soli in guerrieri dello Stato Islamico, dopo un semplice giuramento di fedeltà. Winter ha anche fatto notare come alcuni sostenitori dello Stato Islamico stiano insistendo sul fatto che l’attacco al Pulse non aveva come specifico bersaglio gli omosessuali, ma era un attacco terroristico contro l’America.

Horowitz ha spiegato che gli attacchi dei lupi solitari «creano la percezione che l’ISIS li controlli rimanendo “al sicuro” nel suo Califfato in Iraq e in Siria. In generale, però, l’ISIS ha poco controllo su questi individui radicalizzati, più che spingerli ad agire all’interno di uno specifico arco temporale. Per la prima volta il gruppo è sembrato “prendersi un rischio” rivendicando un attacco senza essere completamente a conoscenza delle circostanze del “giuramento di fedeltà”. Questo potrebbe dipendere dalla situazione dell’ISIS, che sta subendo diverse offensive in Iraq e in Siria, e spiegherebbe anche la formulazione “fonte di Amaq” prima del comunicato». Su Twitter, Horowitz ha scritto che «la fretta con cui l’ISIS ha rivendicato l’attacco spiega bene quanto il gruppo stesse aspettando di sollevare il proprio morale mentre subisce diversi attacchi».

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