Come si diventa editorialisti del Financial Times a 27 anni

Ed essendo italiani, per giunta: nel libro sugli italiani a Londra di Enrico Franceschini c'è anche la storia di Ferdinando Giugliano

Laterza ha pubblicato il libro Londra Italia di Enrico Franceschini, giornalista di Repubblica, da più di dieci anni corrispondente da Londra. Nel libro Franceschini racconta le storie di successo di alcuni rappresentanti della comunità italiana a Londra, composta da almeno mezzo milione di persone che si trasferiscono in cerca di lavoro in un ambiente molto diverso dall’Italia che siamo abituati a conoscere. E in partticolare in questo capitolo, intitolato Il ragazzo prodigio del “Financial Times”, descrive la storia di Ferdinando Giugliano, conosciuto da studente napoletano a Oxford e diventato a soli 27 anni tra gli editorialisti del quotidiano londinese Financial Times (e nel frattempo, tornato in Italia da dicembre a fare il commentatore di economia su Repubblica).

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Un giorno di qualche anno fa ricevo un commento da uno studente italiano di Oxford al mio blog sulla homepage di “Repubblica.it”. Un commento intelligente, così intelligente che gli chiedo di mandarmi un contributo più lungo e poi lo pubblico per intero. Mi viene la curiosità di conoscerlo, quello studente, così lo invito a passare a trovarmi in redazione – o meglio, tra la camera da letto e il soggiorno: la maggior parte dei corrispondenti italiani lavorano da casa, perché al giornale costerebbe troppo affittare anche un ufficio – la prima volta che gli capita di venire a Londra. Viene, gli offro un caffè e dopo una mezz’ora di chiacchiere non lo trovo più intelligente, bensì straordinariamente intelligente. A Oxford si è laureato, con il massimo dei voti e la menzione d’onore, ha preso un master e ora sta conseguendo un dottorato in Economia. Con quelle credenziali, potrebbe entrare in una banca della City come analista e diventare rapidamente ricco, molto ricco. Gli domando se è quello che vuole. Risponde di no: il suo sogno è fare il giornalista. Commento che, da quel poco che ho letto e che mi ha detto di sé, sembra nato per farlo e mi riprometto di dargli una mano, convinto che un talento così non si incontra tutti i giorni e nemmeno tutti gli anni.
L’estate seguente riesco a organizzargli uno stage di due mesi alla redazione economica di “Repubblica”, a Roma. Lo avverto di limitare le aspettative: so come funziona con gli stagisti estivi, fanno un lavoro duro, oscuro e generalmente anonimo. La cosiddetta gavetta dà però almeno un’idea di cosa sia il giornalismo: avrà le idee più chiare sulla professione. Inoltre, in cuor mio temo che, con il suo curriculum e un PhD in Economia a Oxford, ai veterani della redazione centrale sembri un saputello e che venga trattato di conseguenza.

Devo ricredermi una seconda volta: non solo è straordinariamente intelligente, ma sa anche adattarsi straordinariamente bene in un ambiente non sempre facile come la redazione di un giornale. Merito suo o merito del fatto che è napoletano, non saprei: fatto sta che quell’estate a “Repubblica” non fa un lavoro oscuro, firma pezzi, talvolta anche in prima pagina, e con uno di questi vince addirittura un premio giornalistico. Tornato a Londra, chiedo a un amico inglese, pardon, scozzese, John Lloyd, editorialista del “Financial Times”, collaboratore di “Repubblica” e direttore del Centro Studi di Oxford sul Giornalismo, se ha bisogno di un giovane che gli dia una mano. John ne aveva bisogno e da allora non ha più smesso di ringraziarmi: il giovane in questione, ovvero il napoletano straordinariamente intelligente di Oxford, non solo gli dà una mano ma finisce per scrivere insieme a lui un libro a quattro mani, pubblicato da Feltrinelli, sul giornalismo italiano. A quel punto, impressionato quanto me dalle qualità del ragazzo prodigio che il destino gli ha messo vicino, Lloyd gli consiglia uno stage al “Financial Times”, che non è solo “il quotidiano della City”, intesa come cittadella della finanza londinese, ma probabilmente anche il miglior quotidiano di informazione politico-economico-culturale d’Europa e, a mio modo di vedere, uno dei due migliori del mondo insieme al “New York Times”; insomma: il massimo traguardo nella carriera di un giornalista.
Ebbene, dopo tre mesi di stage il “Financial Times” assume il giovane stagista napoletano di Oxford e subito gli affida uno degli incarichi più delicati e prestigiosi: lo mette a scrivere gli editoriali non firmati che rappresentano il pensiero di Lionel Barber, il direttore. Dopo un anno e mezzo, nuovo incarico: caposervizio delle pagine di business. Dopo altri sei mesi, corrispondente economico a tutto campo, che significa inchieste, interviste, recensioni dei più importanti libri di economia, una rubrica di commenti con foto e un blog. Da allora, l’ormai ex napoletano di Oxford, diventato un napoletano-londinese, viene regolarmente invitato ai più importanti convegni in giro per l’Italia a dire il suo parere o a intervistare ospiti illustri come il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Non sorprende, tenuto conto che quando Giorgio Napolitano, all’epoca presidente della Repubblica, è venuto in visita a Oxford è a lui che l’università ha chiesto di pronunciare il discorso di benvenuto.

Fra noi che conosciamo Ferdinando Giugliano, il napoletano prodigio alto e magro come un giocatore di volley, il dubbio è uno solo: se diventerà direttore di un giornale come Barber, primo ministro come Renzi o presidente della Repubblica come Napolitano, magari passando – come tappa intermedia – per il ruolo di governatore della Banca d’Italia o della Banca centrale europea (ha partecipato a un concorso per diventare economista dell’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo europea: c’erano seimila candidati, ha vinto lui ma poi non ha accettato il posto – gli piace troppo, dice, fare il giornalista). Insomma, più che un capitolo, su di lui dovrei scrivere un libro: sì, proprio come sulla star dei tabloid Nancy Dell’Olio, con la differenza che in questo caso non è il soggetto del capitolo a chiederlo, sono io a pensarlo. E non mi sorprenderei se un giorno, quando sarà un po’ più grande (a proposito: non ha neppure trent’anni), qualcuno il libro lo scriverà davvero. Da quando si è trasferito a Londra, Ferdinando abita in un appartamento vicino al British Museum insieme ad altri tre giovani prodigio come lui, un avvocato, un banchiere e un economista: con quello che costano le case nella capitale, anche i geni devono adattarsi alla convivenza.
Ma ragazzi prodigio si nasce o si diventa? Una sera lo invito a cena e mi faccio raccontare qualcosa di più della sua storia. “L’amore per il giornalismo dev’essere nato al liceo, quando lavoravo al giornalino della mia scuola, a Napoli. Ma non avevo ancora le idee chiare su cosa volevo fare. Ero il più bravo della classe in latino. A quel tempo mi piaceva così tanto che pensavo perfino a una carriera come latinista. Il prof di lettere mi stimolò a fare un concorso per una famosa scuola internazionale di Trieste in cui tutti i corsi si svolgono in inglese. Non so bene quale relazione vide tra il latino e l’inglese, ma la svolta per me fu quella”. C’erano trenta posti all’anno e ottocento candidati: ma Ferdinando i concorsi tende a vincerli e vinse anche il primo. “Pur essendo figlio di un avvocato, non ho mai pensato di seguire le orme di mio padre. In quella scuola di Trieste continuai a studiare il latino, ma cominciò a piacermi anche un’altra materia: l’economia. Di nuovo, devo molto a un professore, un gallese che ci insegnava storia, e che un giorno mi disse in tono perentorio: ‘Tu devi andare a Oxford’. Mandai un’application e iniziai il processo di ammissione”.

Processo, come ho già descritto, laboriosissimo: servono voti eccellenti, lettere di raccomandazione ufficiale (diverse dalle raccomandazioni italiane: ci vuole una persona, possibilmente importante, che spieghi perché il candidato è una persona eccezionale), colloqui orali. Naturalmente, lo ammisero. E a Oxford ha preso la laurea, un master, il PhD. E poi? “E poi un giorno ho scritto una mail a Enrico Franceschini, un commento al suo blog, e lui dopo un po’ mi fa: ‘Cosa vuoi fare nella vita? Uno come te deve fare il giornalista’, mi pubblica il commento, mi procura uno stage a ‘Repubblica’, mi presenta a John Lloyd e ora mi ritrovo al ‘Financial Times’”. Non certo per meriti di Enrico Franceschini. È che Ferdinando è un fuoriclasse, un ragazzo prodigio, un genio italiano: chiunque, incontrandolo, se ne rende rapidamente conto.
Gli chiedo cosa gli piace di Londra. “Mi piace che c’è il mondo intero. È un’esperienza che tutti dovrebbero fare, almeno per tre, quattro anni, è una città che ti arricchisce, ti apre la testa… è il posto più internazionale d’Europa, forse del globo. Poi è un posto dove, se vuoi fare qualcosa, qualunque cosa, hai l’opportunità di provarci: non è detto che tu ci riesca, ma puoi provare. Se in Europa esiste la terra delle opportunità, versione europea del sogno americano, è questa”.
E Oxford, com’era? Classista, snob, elitaria? “Sì, tutto questo. Ma lì c’è posto anche per un altro tipo di gente”. E il “Financial Times” com’è? “Non conoscevo nessuno quando ci sono arrivato. Ho mandato un’application e mi hanno preso sulla base delle mie credenziali. Non so se è così che si entra in un giornale, in Italia”. Non lo so neanch’io: sono all’estero da trent’anni e non ho mai lavorato in una redazione centrale in Italia, ma scommetto che, se l’application la mandasse lui, lo prenderebbero al volo come ha fatto il “Financial Times”. “È anche vero che al ‘Financial Times’, come in genere in certi ambienti di Londra, fai più fatica a entrare se non sei inglese e non appartieni a una certa classe sociale, se non hai frequentato certe scuole. Il ‘Financial Times’ è un’istituzione molto inglese, come la Banca d’Inghilterra, con regole e formalismi inglesi. Ma, a dispetto di tutto questo, ci lavora gente di mezzo mondo… e del resto, oggi il governatore della Banca d’Inghilterra è canadese. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che a Londra esiste un classismo che privilegia una parte della società, ma anche una meritocrazia che consente all’altra parte della società – e, più in generale, a qualunque persona di talento proveniente da qualunque parte del mondo – di accedere alle posizioni più importanti. In ogni modo, dopo tanti anni, un po’ inglese, o almeno londinese, penso di esserlo diventato anch’io”. Un anglo-napoletano? “Vengo da una famiglia borghese, non dai vicoli, però sono orgoglioso della mia napoletanità, oltre che molto attaccato alla mia famiglia e alle mie origini. Eppure, sento che Londra un po’ mi ha ‘snapoletanizzato’. Londra ti marchia, ti passa qualcosa del suo Dna, ti fa diventare un altro – anche se poi quando gioca il Napoli ridivento napoletanissimo, al cento per cento”.

E cosa, invece, non ti piace di Londra? “È anche una città difficile. Tutte le grandi città lo sono, e questa è sterminata. Oltre che, notoriamente, molto cara. Ho un amico che lavora a Roma, alla Banca d’Italia: ha uno splendido appartamento con terrazza panoramica che costa di affitto come la mia stanza a Londra… la mia stanza, non il mio appartamento, e i miei coinquilini sono giovani di successo. Ma dovremmo guadagnare come dei superbanchieri per permetterci un appartamento come quello del mio amico a Roma. E poi a Londra sono sempre tutti impegnatissimi, per vedere qualcuno devi metterti d’accordo con settimane di anticipo… è complicato. Se scegli di rimanere qui, di mettere su famiglia, hai solo due strade: o fai un sacco di soldi, o vai a vivere nei sobborghi”. E in Italia ci torneresti? “Mah… sì… forse. Amo molto il mio paese… ma amo anche Londra. Si vedrà”.

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