Hillary Clinton saluta i suoi sostenitori dopo il dibattito. (AP Photo/Jim Cole)

Hillary Clinton ha vinto un altro dibattito

Ha fatto una gran figura – e ha anche citato Star Wars – nell'ultimo confronto del 2015 tra candidati Democratici alla presidenza degli Stati Uniti

di Chris Cillizza – Washington Post
Hillary Clinton saluta i suoi sostenitori dopo il dibattito. (AP Photo/Jim Cole)

Questa notte i tre candidati democratici per la presidenza degli Stati Uniti hanno partecipato all’ultimo dibattito del 2015, tenuto a Goffstown, in New Hampshire. C’erano Hillary Clinton, ex Segretario di Stato e favorita per la vittoria alle primarie, il senatore “socialista” del Vermont Bernie Sanders e l’ex governatore del Maryland Martin O’Malley, molto indietro ai primi due nei sondaggi. Si è parlato soprattutto di politica estera – e quindi di Stato Islamico (o ISIS), Siria e Libia – e di sicurezza interna, con un dibattito molto acceso sulla questione del controllo delle armi. Si è anche chiuso un caso degli ultimi giorni: approfittando di un guasto a un enorme database informatico dei Democratici, lo staff di Sanders aveva rubato dei dati sugli elettori registrati al partito messi insieme dallo staff di Clinton, dando successivamente la colpa alla società esterna che gestisce il database. Per la prima volta, Sanders si è scusato formalmente con Clinton, che ha accettato le scuse senza discutere.

Per sintetizzare i risultati del dibattito, ho scelto i vincitori e gli sconfitti di ieri: li trovate qui sotto. Cose da tenere a mente: l’ultimo dibattito prima dell’inizio delle primarie si terrà il 17 gennaio a Charleston, in South Carolina, il luogo della strage nella chiesa metodista compiuta dal 21enne Dylann Roof il 17 giugno 2015. Uno degli ultimi sondaggi nazionali compiuti mostra Clinton al 59 per cento, Sanders al 28 e O’Malley al 5.

Chi ha vinto
Hillary Clinton
L’ex Segretario di Stato ha dimostrato di essere l’unica persona sul palco a poter entrare nell’ufficio ovale della Casa Bianca domani mattina. La sua dimestichezza con la politica estera – dall’ISIS alla Siria – è significativamente più alta di quella dei suoi rivali, e si è visto.

Clinton ha anche dimostrato la sua abilità nel parlare di interessi locali: come ha fatto altre volte in passato, ha lodato le politiche di Market Basket, una catena di supermercati diffusa in New Hampshire che condivide parte dei profitti coi propri dipendenti. Ha anche cercato di “tenere unito” il fronte dei Democratici distogliendo l’attenzione dalle differenze fra i candidati presenti sul palco e sottolineando le divergenze che tutti loro hanno con Donald Trump, il candidato più controverso dei Repubblicani. Ha anche dimostrato un certo senso dell’umorismo: quando il moderatore David Muir gli ha chiesto se «l’America delle multinazionali debba apprezzare Hillary Clinton», lei ha risposto «tutti dovrebbero farlo!», ottenendo risate e un grosso applauso.

Ma Clinton ha anche attaccato i propri avversari su alcuni temi – rispettivamente: O’Malley sui soldi che prese dalle grosse aziende quando era un importante funzionario del partito, Sanders sull’insostenibilità economica delle sue proposte – dimostrando di non volere giocare solamente in difesa.

La performance di Clinton ha dimostrato ancora una volta quanto lei sia brava nel format del dibattito. E mi sono chiesto di nuovo perché il suo staff sembra preferire un numero ridotto di dibattiti, a questo giro. Clinton ha sempre fatto bella figura, come ieri. La frase con cui ha chiuso la serata – “Che la Forza sia con voi”, un esplicito riferimento al nuovo film di Star Wars – è stata la ciliegina sulla torta di una serata formidabile.

Donald Trump
Nessuno più di Donald Trump ama essere al centro dell’attenzione. E il suo nome, spesso tirato in ballo da Clinton, è venuto fuori più volte nel corso della serata. Posso quasi immaginare Trump seduto in una stanza della sua Torre – non esce mai da lì, giusto? – sorridere sornione a ogni attacco di Clinton. Vi assicuro che Trump includerà nei suoi discorsi il numero di attacchi che ha ricevuto da Clinton, per rafforzare la sua teoria secondo cui i Democratici ce l’hanno con lui.

Chi ha perso
Martin O’Malley
L’ex governatore del Maryland aveva un piano in vista di stasera: dipingere Sanders e Clinton come dei politici di Washington – cioè dell’establishment – e possibilmente vecchi, e mostrarsi come il candidato giovane che non ha mai passato un minuto nella capitale. I problemi di questo piano sono stati due: a) ha fatto sembrare la sua performance artificiosa e preparata a tavolino; b) tutto è stato eseguito in modo molto forzato. In vari momenti – ad esempio quando si è parlato del controllo sulle armi – ha provato ad accusare entrambi di avere approcci troppo “morbidi”, senza grossi risultati. Dopo che Clinton e Sanders hanno fatto pace sulla questione dei dati rubati, O’Malley ha persino attaccato il loro battibecco. Ancora con questo battibecco? Hanno fatto pace!

Il punto più basso della sua serata è arrivato in un altro momento, quando ha sottolineato di provenire da una generazione diversa dagli altri due candidati, in un tentativo non molto velato di definirli “vecchi” (Sanders ha 74 anni, Clinton 68, O’Malley 52). Il pubblico ha capito a quale gioco stava giocando e sono partiti dei “buu”. A un certo punto ha anche provato a definirsi «il primo sindaco post 11 settembre, il primo governatore post 11 settembre», ma secondo Matt Yglesias di Vox «nessuno ha capito cosa intendesse».

L’attuale condizione di O’Malley – che è molto, molto indietro a Clinton e Sanders praticamente ovunque – gli mette addosso una pressione eccessiva in vista di questi dibattiti. Ieri sera era così ossessivamente alla ricerca di un guizzo o di un’occasione positiva da sembrare troppo concentrato su di sé, e quindi fondamentalmente antipatico.

Bernie Sanders
Certo, se già lo apprezzavate prima del dibattito non avrete certo cambiato idea. Ma ogni risposta di Sanders era piena di grida e indignazione, al solito: non una grande tattica, quando si tratta di convincere elettori indecisi. Sanders ha urlato su tutto e dato risposte molto nette: come quando ha risposto alle accuse di O’Malley di essere troppo morbido con la lobby delle armi – un’accusa che circola da molto tempo – gridando «non venirmi a dire che non ho mostrato del coraggio nell’oppormi alla gente delle armi». In un altro passaggio, rispondendo a una domanda simile rivolta a Clinton poco prima – «secondo lei l’America delle multinazionali apprezzerebbe una presidenza Sanders?» – ha detto piuttosto seccamente: «no, non credo che lo farebbe».

Clinton ha però messo Sanders al suo posto con una certa efficacia quando ha definito le sue proposte insostenibili dal punto di vista economico, implicando – senza mai dirlo esplicitamente – che la nomination di Sanders sarebbe un grosso rischio per i Democratici. Sanders è sembrato il candidato di nicchia che sta lì per conto della frangia radicale del partito, più che una vera “minaccia” alla nomination di Clinton.

Il Comitato nazionale dei Democratici
Non esiste una motivazione seria per tenere un dibattito di sabato sera, sei giorni prima di Natale. A meno che l’obiettivo fosse quello di raccogliere pochi spettatori, e quindi far passare in secondo piano eventuali brutte figure della favorita. Come ho detto prima, però, non ho capito perché i sostenitori di Clinton pensano di doverla risparmiare dai dibattiti: fa sempre bella figura.

Bonus
Il momento più imbarazzante della serata è avvenuto quando dopo una pausa pubblicitaria le telecamere sono tornate a inquadrare lo studio prima che Clinton tornasse al suo podio. Di solito gli staff dei candidati si accordano con le tv per evitare che succeda una cosa del genere, anche se sembra che per il dibattito di stanotte non ci fosse alcun accordo di questo tipo. Clinton è tornata pochi istanti dopo, chiedendo scusa al microfono, e la cosa non ha avuto seguito.

© Washington Post 2015