Il Senato ha approvato la riforma del Senato

Hanno votato a favore in 178 (più uno), l'opposizione è uscita dall'aula: ora si torna alla Camera, per concludere la prima lettura del disegno di legge costituzionale

Massimo Mucchetti e Luciano Pizzetti del PD, nell'aula del Senato. (Roberto Monaldo / LaPresse)

Il Senato ha approvato il disegno di legge di riforma costituzionale – il cosiddetto “ddl Boschi”, dal nome della ministra Boschi – con 178 favorevoli, 17 contrari e 7 astenuti. I voti favorevoli in realtà dovevano essere 179 (e i contrari 16) perché una senatrice ha detto subito dopo la votazione di aver sbagliato pulsante. L’opposizione ha deciso di non partecipare al voto. Il disegno di legge revisiona la seconda parte della Costituzione, porta al superare il cosiddetto “bicameralismo perfetto” e modifica anche il Titolo V della carta. All’interno del PD i senatori Corradino Mineo, Walter Tocci e Felice Casson non hanno votato a favore della riforma, il resto del gruppo del PD al Senato ha votato compatto insieme ad Area Popolare e ALP, il gruppo fondato da Denis Verdini con alcuni senatori usciti da Forza Italia.

L’approvazione della riforma

Visto che la riforma del Senato è una legge costituzionale, la procedura per la sua approvazione è particolarmente complessa. In primo luogo è necessario che Camera e Senato votino lo stesso testo una prima volta, nella cosiddetta “prima lettura”. La riforma era stata approvata una volta dal Senato e dalla Camera, ma il testo è stato sempre modificato. Con l’approvazione di oggi, il disegno di legge dovrà passare intanto alla Camera ed essere approvata senza modifiche perché si possa considerare chiusa la “prima lettura”: ma si potrà discutere e modificare solo la parte cambiata al Senato. Poi il testo passerà una seconda volta sia alla Camera che al Senato e solo a quel punto la si considererà entrata in vigore. Se però in seconda lettura la legge non riceverà i due terzi dei voti in entrambe le Camere, sarà necessario un referendum confermativo senza quorum: in quel caso soltanto se il 50 per cento più uno dei votanti approverà la legge, la Costituzione potrà essere modificata.

In Senato

Il ddl ha avuto un percorso complicato in Senato: ci sono state proteste da parte delle opposizioni per i tempi contingentati, reazioni da parte della maggioranza, emendamenti canguro, emendamenti che sono stati respinti anche con soli 13 voti di scarto ed episodi – diciamo – poco edificanti. Analisti e commentatori considerano però che l’ostacolo principale per il governo sia stato oramai superato. Alla Camera la maggioranza gode di un margine molto ampio e non dovrebbe avere difficoltà a far approvare la legge senza modifiche. A quel punto comincerà la “seconda lettura”, un voto molto più rapido in cui non si possono più presentare emendamenti o modifiche (in questi giorni erano stati presentati letteralmente milioni di emendamenti). La legge potrà solo essere approvata o respinta. Alla Camera la maggioranza non dovrebbe avere problemi e anche al Senato i numeri dovrebbero essere garantiti, grazie all’accordo con la minoranza del PD e con i fuoriusciti da Forza Italia.

Il Senato dopo la riforma

Con la riforma il Senato avrà molti meno poteri: la sua funzione principale sarà il raccordo tra Stato e Regioni-Comuni, come suggerito dalla Costituzione, e non potrà più votare la fiducia al governo. La maggioranza crede che questo permetterà allo Stato di funzionare meglio e al Parlamento di legiferare in modo più rapido e adeguato ai tempi; l’opposizione e un pezzo della minoranza del PD teme che togliendo la possibilità al Senato di dare e revocare la fiducia il governo ne esca eccessivamente rafforzato. La riforma prevede poi l’abolizione del CNEL e la modifica del Titolo V della Costituzione, che regola i rapporti tra stato e regioni. I futuri senatori saranno eletti dai consigli regionali «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge». Questa complicata formula è frutto di una lunga trattativa interna al Partito Democratico: in pratica significa che in futuro i senatori saranno eletti dai consigli regionali, che li sceglieranno tra gli stessi consiglieri. La scelta non sarà del tutto libera: i consiglieri potranno eleggere solo quei colleghi che erano stati indicati dagli elettori durante le precedenti elezioni regionali. In ogni caso, dopo l’eventuale approvazione finale della riforma, bisognerà approvare alcune leggi ordinarie che definiscano meglio il funzionamento del nuovo assetto costituzionale.