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  • sabato 5 settembre 2015

10 proposte per risolvere la crisi dei migranti

Le ha messe insieme un esperto giornalista sul Guardian: alcune sono necessarie ma molto complicate, altre si potrebbero attuare subito

(AP Photo/Petros Giannakouris)

Il giornalista del Guardian Patrick Kingsley, che da mesi si occupa della crisi dei migranti in arrivo in Europa ed è diventato il “corrispondente per l’immigrazione” del giornale, ha messo insieme un elenco di 10 scelte che potrebbero risolvere o quantomeno alleviare i problemi generati dall’enorme flusso di migranti verso l’Europa delle ultime settimane. Alcune, per stessa ammissione di Kingsley, sono molto difficili da ottenere a breve termine: altre, invece, possono essere attuate immediatamente.

1) Stabilire una procedura europea comune per le richieste d’asilo
Secondo Kingsley il fatto che migliaia di migranti vogliano raggiungere alcuni paesi dell’Europa settentrionale o occidentale – esponendosi a tragitti lunghissimi e pericolosi – dipende dal fatto che soltanto pochi paesi europei riescono a garantire buone condizioni di vita ai richiedenti asilo. La Svezia, per esempio, è nota per essere molto accogliente nei confronti dei rifugiati e accettare moltissime richieste di asilo: nel 2014 ha accettato il 76,6 per cento delle richieste, contro il 41,6 per cento della Germania e il 58,5 per cento dell’Italia.

Scrive Kingsley: «Il modo migliore per assicurarsi che i rifugiati non saltino pericolosamente da un paese europeo all’altro non è costruire muri di recinzione, cosa che incoraggia forme più pericolose di traffici di esseri umani, bensì fare in modo che la gestione delle richieste di asilo sia di alto livello in tutta Europa, accordando ai rifugiati gli stessi diritti». Kingsley fa notare che alcuni paesi potrebbero fare resistenza per motivi di politica interna, ma al contempo spiega che il numero di migranti si diluirebbe nei vari paesi dell’Unione, rendendo nel complesso la situazione più gestibile.

2) Offrire soluzioni alternative ai lunghi viaggi
Uno dei motivi per cui diverse persone scappano da contesti di guerra – e quindi hanno molte possibilità di ottenere lo status di rifugiato – è perché non hanno altre soluzioni: questo li spinge a sottoporsi a viaggi lunghissimi e pericolosi. Un trasferimento coordinato di due milioni di persone direttamente da paesi come Siria, Eritrea e Afghanistan potrebbe per esempio convincere molte persone a non cercare di spostarsi di paese in paese esponendosi a viaggi rischiosissimi. Kingsley spiega che «questa soluzione non fermerebbe totalmente gli sbarchi, né soddisferebbe quelli che credono che le migrazioni possono essere evitate, e non solamente controllate. Tuttavia, permetterebbe ai paesi europei di gestire meglio il flusso di migranti e le loro destinazioni».

3) Fermare la guerra in Siria
Kingsley scrive che – per loro stessa ammissione – molti siriani non avrebbero mai pensato di lasciare il proprio paese se non fosse scoppiata una guerra civile. La situazione in Siria è però diventata così complessa, ammette Kingsley, che risolvere la guerra in poco tempo non è un’opzione disponibile a breve termine, e saranno inoltre necessari diversi anni prima che la Siria torni davvero un paese “normale” anche finita la guerra.

4) Dare ai siriani la possibilità di fermarsi in Medio Oriente
Parte dei migranti che sono arrivati in Europa questa estate non sono partiti dalla Siria, ma dai campi profughi turchi in cui si erano rifugiati dopo l’inizio della guerra civile. La Turchia è già un paese piuttosto accogliente nei confronti dei rifugiati – sei mesi fa l’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati la definì il paese che ospitava più rifugiati al mondo – ma a parte casi eccezionali non garantisce ai siriani dei permessi di lavoro, possibilità invece garantita dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei Rifugiati pubblicata dall’ONU nel 1951. Ancora, scrive Kingsley, si potrebbe pensare di adottare misure del genere anche nei paesi arabi che ospitano rifugiati siriani.

Ci sono centinaia di migliaia di siriani in Giordania ed Egitto, e 1,2 milioni di loro in Libano, dove oggi un residente su quattro è siriano. In ciascuno di questi paesi ci sono restrizioni legali o “de facto” che impediscono ai siriani dove e come possono vivere, lavorare e andare a scuola. Eliminando queste restrizioni, la possibilità di salire a bordo di una barca e salpare per l’Europa sarebbe meno invitante.

5) Convincere i paesi del Golfo Persico ad accogliere i siriani 
Secondo Kingsley, «se l’Europa ha il dovere morale di accogliere i rifugiati che arrivano dalla Siria, allora devono averlo anche i paesi del Golfo Persico». Paesi come l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti spesso sono ostili nei confronti dei siriani, mentre potrebbero fare di più: nei giorni scorsi, per esempio, Quartz ha suggerito che i rifugiati presenti in Giordania – un paese che fra l’altro ha diversi problemi di riserve d’acqua – potrebbero essere trasferiti in Arabia Saudita, un paese molto ricco che finora si è “limitato” a versare soldi come contributi umanitari.

6) Fermare la guerra in Libia
Attualmente il controllo del territorio della Libia è più o meno diviso a metà fra il governo di Tobruk – riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale – e quello di Tripoli, di ispirazione islamista. Nel paese agiscono anche l’ISIS e diverse milizie tribali. Il caos politico e sociale della Libia è una delle ragioni per cui i trafficanti riescono a operare così liberamente.

7) Creare lavoro nei paesi dei trafficanti
Nel corso degli anni sono stati provati vari metodi per contrastare le persone che “organizzano” attraversamenti e tragitti illegali. Uno dei metodi meno ortodossi e diretti per farlo, però, sarebbe fare investimenti in paesi come la Libia – come diretta conseguenza del punto precedente – per creare opportunità di lavoro diverse da quella del trafficante. Più o meno è quello che hanno chiesto gli stessi trafficanti nella città libica di Zuara.

8) Bloccare gli estremisti in Eritrea e Afghanistan
Dopo la Siria, Afghanistan ed Eritrea sono i paesi da cui nel 2015 è arrivato il più alto numero di rifugiati. Nel primo stanno tornando forti i talebani e l’ISIS sta affermando la sua presenza, mentre il secondo è «il paese con meno libertà al mondo» ed è governato da una specie di dittatura scarsamente rispettosa dei diritti umani. Una maggiore stabilità politica in questi due paesi farebbe diminuire il flusso di migranti verso l’Europa.

9) Investire nei paesi di origine dei migranti
Lasciando perdere chi scappa dal proprio paese per ragioni di guerra – che sono cioè considerati rifugiati e hanno diritto a uno status speciale – l’ONU ha stimato che fra il 20 e il 30 per cento delle persone che sono arrivate in Europa sta scappando da un contesto di povertà economica, specialmente in Africa occidentale. Di nuovo: creare investimenti e opportunità di lavoro in paesi molto poveri anche se politicamente stabili potrebbe contribuire a risolvere il problema.

10) Imparare dal passato
Scrive Kingsley:

Dopo la guerra del Vietnam, l’Occidente ha accolto 1,3 milioni di rifugiati dall’Indocina. Se un trasferimento così esteso è già avvenuto con successo, è possibile ottenere di nuovo lo stesso risultato. Esiste il timore che i rifugiati possano fare danni alla società europea: ma come dimostra lo sforzo umanitario dimostrato dopo il Vietnam, un flusso di migranti di pochi milioni di persone può essere assorbito da una comunità di più di 500 milioni di persone, in particolare se il tutto è gestito in maniera sufficientemente agile.

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