Un migrante sugli scogli del porto di Mitilene, in Grecia (AP Photo/Visar Kryeziu)
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  • venerdì 21 agosto 2015

Perché al Jazeera non chiamerà più “migranti” i migranti

La parola giusta è "rifugiati", dicono, ma non tutti sono d'accordo

Un migrante sugli scogli del porto di Mitilene, in Grecia (AP Photo/Visar Kryeziu)

Barry Malone, giornalista dell’edizione online di al Jazeera, ha motivato in un recente articolo la decisione di al Jazeera non chiamare più migrants (“migranti”, in italiano) le persone che arrivano nei paesi europei attraversando il Mar Mediterraneo. Secondo Malone, il termine “migranti” esprime una distanza eccessiva e costruisce l’idea che si stia parlando di persone in qualche modo diverse da noi, che fanno parte di una categoria “speciale”. Inoltre, utilizzare la parola “migrante” per indicare persone che arrivano da paesi in guerra come Siria, Iraq e Libia – come la maggior parte dei migranti arrivati in Europa negli ultimi mesi – è formalmente sbagliato: secondo Malone il termine corretto per definire queste persone è “rifugiati”.

L’articolo di Malone è solamente l’ultima riflessione di un dibattito che va avanti da tempo, anche in Italia: che differenza c’è fra “migranti” e “immigrati”? È corretto usare la parola “clandestini”?. E qui al Post, dove invece preferiamo il termine “migranti”, siamo sempre sensibili alle questioni che interessano l’accuratezza giornalistica e l’evoluzione della lingua.

Cosa dice al Jazeera
Nel suo articolo Malone esamina principalmente due questioni: una più strettamente “sociolinguistica” e un’altra di uso corretto della parola “migrante” (utilizzata da tutti i più importanti giornali al mondo, come il New York Times e il Guardian, per descrivere i recenti spostamenti verso l’Europa). Nel primo caso Malone si lamenta del fatto che la parola “migrante” ha acquisito col tempo un’accezione negativa, anche a causa dell’utilizzo “meccanico” che ne fanno i giornali.

Quando una barca affonda nel Mediterraneo, non si parla mai della morte di centinaia di “persone”, e spesso nemmeno di “rifugiati”. Si parla di “migranti”. Non si parla di “persone” – che hanno propri pensieri, un passato e alcune speranze: proprio come noi – quando si scrive che il traffico nell’Eurotunnel è stato rallentato dalle “azioni dei migranti”. Sono migranti, appunto: una seccatura. Le notizie sui naufragi dei barconi affollano i media, ma raramente ci riferiamo a loro come a delle persone: sono diventati dei numeri (ottocento morti settimana scorsa, seicentoventi un mese fa, e così via).

Nel secondo caso, Malone fa riferimento alla diversa accuratezza dei termini “migrante” e “rifugiato” (“profugo” è un termine generico utilizzato in italiano per descrivere persone che scappano da una guerra). Secondo un glossario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un’organizzazione nata nel 1951 e che collabora strettamente con l’ONU, non esiste una definizione condivisa di “migrante”, che in passato significava genericamente «una persona che si trasferisce in un’altra regione o paese per migliorare le proprie condizioni materiali». L’ONU, comunque, considera “migrante” chi ha abitato in un paese straniero per almeno un anno, indipendentemente dal mezzo con cui ha viaggiato e dal suo status nel paese ospitante. La situazione è molto più chiara per il termine “rifugiato”: la sua condizione è prevista dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei Rifugiati pubblicata dall’ONU nel 1951, e definisce il rifugiato una persona che «temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese». Spiega Malone:

Noi [giornalisti] abbiamo lasciato che i vari governi, per motivi politici, non chiamassero queste persone per quello che sono: rifugiati. Non esiste nessuna “crisi dei migranti” nel Mediterraneo: solo un grosso numero di rifugiati che scappa da una condizione di miseria e pericolo inimmaginabili e un piccolo numero di persone che cerca di fuggire da quel tipo di povertà che porta alla disperazione. […] Per ragioni di accuratezza, il direttore di al Jazeera in inglese Salah Negm ha deciso che non useremo più la parola “migranti”, in quel contesto: quando sarà opportuno, invece, parleremo di “rifugiati”.

Una simile riflessione sulle differenze fra “migranti e “rifugiati” è stata fatta qualche tempo fa dal giornalista Mark Memmott sul sito di NPR, la rete delle radio nazionali statunitensi. Memmott, però, è arrivato a una conclusione opposta a quella di al Jazeera.

È corretto dire che quasi tutte le persone che si assumono i rischi di quei viaggi sono disperate e stanno cercando asilo. Ma etichettare tutti i passeggeri di quelle navi come “rifugiati” può non essere accurato. La parola giusta, invece è “migrante”: il dizionario in lingua inglese Webster, infatti, definisce genericamente la migrazione come “uno spostamento da un posto all’altro” da parte di una persona o un animale. Un migrante, di conseguenza, è una persona che compie una migrazione. La parola definisce esattamente ciò che sta accadendo: un grosso gruppo di persone si sta spostando in cerca di una nuova casa. Stanno cioè compiendo una “migrazione”.

E in Italia? 
Negli ultimi anni i giornali italiani hanno usato in maniera piuttosto indifferenziata i termini “immigrati”, “migranti” e “profughi”. “Clandestino”, invece, ha un’accezione ben precisa: secondo la legge Bossi-Fini del 2002, si parla di clandestino in riferimento a una persona che arriva in Italia senza documenti. Mentre “profughi”, invece, è un termine piuttosto generico, “migranti” e “immigrati” vengono usati più o meno nella stessa accezione per descrivere una persona che si è trasferita in un nuovo posto. Secondo un articolo del sito dell’Enciclopedia Treccani, però, negli ultimi anni la parola “migrante” si sta progressivamente sostituendo a “immigrati”. La parola inoltre, sempre secondo la Treccani, si è caricata di un’accezione “drammatica”, anche a causa del suo tempo verbale (un participio presente).

Migrante tende a sostituire progressivamente negli usi immigrato, anche se, nell’uso comune, migrante viene identificato soltanto con la persona più disperata, quella che affronta il viaggio di trasferimento sui barconi, mentre, in realtà, la maggior parte dell’immigrazione avviene attraverso i confini terrestri e soltanto occasionalmente con esiti tragici. In ogni caso, migrante sembra adattarsi meglio alla definizione di una persona che passa da un Paese all’altro (spesso la catena include più tappe) alla ricerca di una sistemazione stabile, che spesso non viene raggiunta. In tal senso, il senso di durata espresso dal participio presente che sta alla base del sostantivo viene sottolineato: il migrante sembra sottoposto a una perpetua migrazione, un continuo spostamento senza requie e senza un approdo definitivo.

Un grafico pubblicato dal blog Terminologia sulla base della frequenza di “immigrati” e “migranti” nei testi di Google Books, inoltre, mostra come negli anni le due parole abbiano sostituito termini più desueti come “emigrante”, che nel Novecento era molto utilizzato in italiano per definire le persone che si trasferivano nel nord Italia in cerca di lavoro. Contrariamente a quanto sostiene il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, inoltre, il termine “migrante” non è stato inventato da Laura Boldrini pochi anni fa, ma è attestato già nel Novecento.

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