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  • martedì 28 luglio 2015

La guerra confusa della Turchia

Sta combattendo contro l'ISIS ma anche contro i curdi (che intanto combattono l'ISIS), non ha ancora un governo e deve affrontare anche rivolte e proteste: una guida, per capire

di Ishaan Tharoor – Washington Post
Un manifestante davanti a una barricata durante le rivolte del 26 luglio a Istanbul. (OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

Dopo mesi di relativa inattività, l’esercito della Turchia si è messo in moto alla fine della settimana scorsa, bombardando alcune postazioni militari dello Stato Islamico (ISIS) oltre il confine con la Siria. L’ISIS però non era l’unico obiettivo dell’esercito turco: i caccia hanno bombardato anche le basi del PKK, il Partito Dei Lavoratori Curdi, nelle zone montagnose del Kurdistan iracheno. Il PKK è un partito politico e un gruppo armato curdo che per decenni ha combattuto per creare uno stato autonomo per i curdi e che è stato dichiarato fuorilegge in Turchia, nonostante il cessate il fuoco firmato nel 2013.

Quella fragile pace oggi è a tutti gli effetti morta, e i bombardamenti turchi sono l’ultima episodio di violenza nel paese. La polizia turca negli ultimi tempi ha fermato e arrestato più di mille presunti militanti dell’ISIS, del PKK e di movimenti di sinistra: ma soprattutto del PKK e della sinistra, e non dell’ISIS. Nel frattempo il governo turco ha stretto un accordo con gli Stati Uniti per permettere ai caccia e ai droni statunitensi di partire dalla base NATO di Incirlik.

Insomma, la situazione geopolitica si sta complicando, torna utile una guida per capire contro chi sta combattendo la Turchia.

Contro lo Stato Islamico
Per molti mesi i governi occidentali e i gruppi locali di opposizione – soprattutto le fazioni curde nel sudest della Turchia – hanno chiesto al governo turco di affrontare più aggressivamente lo Stato Islamico. L’ISIS negli ultimi mesi ha consolidato la sua posizione in parte della Siria e nell’Iraq grazie ad armi, soldati e denaro passati attraverso il poroso confine che separa la Turchia dalla Siria. Alcuni hanno persino accusato il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, di aver tacitamente ma volutamente permesso all’ISIS di rafforzarsi, pensando che questo avrebbe portato all’indebolimento dei curdi da entrambe le parti del confine. Il governo di Ankara ha smentito queste accuse.

Nelle prime fasi della guerra in Siria, Erdogan era il più esplicito tra i leader mondiali nel volere la deposizione del presidente siriano Bashar al-Assad. La campagna militare della Casa Bianca contro lo Stato Islamico non ha fatto contenti Erdogan e i suoi alleati, che avrebbero voluto un maggiore intervento internazionale contro Assad e il suo regime. Oggi invece la Turchia acconsente a far partire i raid aerei statunitensi dalla base NATO di Incirlik: è una svolta notevole. L’accordo tra Stati Uniti e Turchia per la creazione di quella che di fatto sarebbe una “zona sicura” sul confine tra Siria e Turchia arriva dopo che per molto tempo le richieste turche di istituire una “no-fly zone” nel nord della Siria e fornire sostegno internazionale ai rifugiati non erano finite da nessuna parte.

Le cose sono cambiate dopo che la settimana scorsa un attentatore suicida affiliato all’ISIS ha ucciso decine di giovani attivisti, soprattutto curdi, nella città di Suruc. La Turchia ha bombardato postazioni militari dell’ISIS e ha arrestato diversi presunti militanti dell’ISIS a Istanbul e in altre città turche. Ma tra le persone fermate, molte fanno invece parte del PKK, la fazione curda separatista che sia la Turchia che gli Stati Uniti considerano un gruppo terrorista. Gli aerei da guerra della Turchia hanno bombardato anche le postazioni del PKK in Iraq e la settimana corsa alcuni presunti militanti del PKK sono stati accusati di aver attaccato la polizia turca.

Il PKK è diventato negli anni Ottanta il principale gruppo militare a combattere per la creazione di uno Stato per i curdi, la cui identità è stata brutalmente repressa per decenni dalla Turchia. Si stima che in trent’anni circa 40.000 curdi sono morti nelle ostilità con la Turchia: questo finché nel 2013 Abdullah Ocalan, il capo del PKK attualmente incarcerato, non ha annunciato una tregua. Ma oggi il controllo che Ocalan esercita sul gruppo si è molto ridotto, e una parte più estrema del PKK chiede un confronto più aggressivo con la Turchia, dato che il processo di pace non sta producendo risultati.

Il governo americano dice che i bombardamenti turchi sul PKK non hanno niente a che fare con loro e con la guerra contro lo Stato Islamico. Ma nella retorica del governo turco la guerra contro l’ISIS e quella contro il PKK sono parte della stessa lotta contro i terroristi. Dal punto di vista ideologico, il PKK non potrebbe essere più distante dall’ISIS: è un partito marxista-leninista con una leadership secolarizzata. Le foto delle donne combattenti con il PKK e altre fazioni curde sono uno dei tanti simboli di affinità dei curdi con i valori liberali occidentali, piuttosto che con quelli dell’ISIS. Inoltre il PKK e le altre fazioni curde hanno perso centinaia di militanti proprio negli scontri con l’ISIS.

Contro i curdi siriani
Le milizie curde siriane oltre il confine che separa Siria e Turchia dicono che anche loro sono state bombardate dalla Turchia: sostengono che un carroarmato turco abbia colpito un paese siriano – sostenuto dai ribelli del Free Syria Army e protetto dalle milizie curde – ferendo quattro persone. Un funzionario del governo turco ha detto ad AFP che il governo non intende attaccare il YPG, l’esercito nazionale del Kurdistan siriano.

Il YPG, che ha legami diretti con il PKK, è un problema per il governo turco. Nell’ultimo anno ha respinto l’ISIS e ha guadagnato molto terreno in Siria: una buona notizia dal punto di vista dell’indebolimento dello Stato Islamico ma anche per le rivendicazioni dei curdi che vogliono ottenere un loro Stato. A Diyarbakir, la più importante città turca a maggioranza curda nel sudest del paese, i muri del centro storico sono pieni di scritti e murales che inneggiano ai curdi siriani. Centinaia di giovani curdi hanno lasciato le loro case da Diyarbakir e dai paesi vicini per unirsi ai combattimenti contro l’ISIS in Siria.

Il mese scorso un portavoce del partito dei curdi siriani ha detto che qualsiasi intervento militare della Turchia in Siria sarebbe considerato un atto di «aggressione» perpetrato da «invasori». Dall’altro lato, invece, il governo turco ha detto più volte che i curdi siriani sono alleati del regime di Assad, solo perché entrambi combattono l’ISIS: e infatti questa definizione è trattata con molto scetticismo dagli osservatori internazionali e negata dai curdi.

Un altro gruppo che ha un ruolo in questa faccenda è il DHKP-C, un gruppo marxista estremista che in passato ha condotto attacchi violenti contro politici e poliziotti turchi, compreso un attentato suicida lo scorso gennaio. Un membro del DHKP-C è morto durante le operazioni di polizia turche dello scorso venerdì. La sua morte ha generato due giorni di rivolte e violenze nel quartiere Gazi di Istanbul, dove gli abitanti sono in maggioranza contrari al governo di Erdogan. Domenica durante le rivolte un agente di polizia è stato colpito al petto da un colpo di pistola ed è morto.

Questa situazione caotica arriva in un momento delicato anche dal punto di vista politico: in Turchia si sta ancora tentando di mettere insieme un governo dopo le elezioni dello scorso giugno, che hanno visto il partito di Erdogan perdere la maggioranza parlamentare per la prima volta in dieci anni. Il partito di Erdogan ha perso seggi soprattutto nei confronti dell’HDP, una coalizione di sinistra che comprende anche movimenti curdi, alcuni direttamente collegati al PKK. Il leader dell’HDP, Selahattin Demirtas, lunedì ha accusato Erdogan e i suoi alleati di giocare col fuoco e di voler provocare un collasso dell’intera regione pur di sollevare un clima anti-curdi in vista di prossime eventuali nuove elezioni. «Un governo temporaneo con un primo ministro temporaneo stanno trascinando passo dopo passo il paese in una guerra civile», ha detto Demirtas.

© Washington Post 2015

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