(AP Photo/Craig Ruttle)
  • Mondo
  • domenica 26 Luglio 2015

La cosa che Hollande sa fare meglio

Il presidente francese meno apprezzato del dopoguerra è parecchio attivo in politica estera, scrive l'Economist, ma va molto meno forte sull'economia, per esempio

(AP Photo/Craig Ruttle)

Durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali francesi del 2012 in molti accusarono il candidato socialista François Hollande di avere troppa poca esperienza per guidare la Francia. Hollande ha fatto gran parte della sua carriera politica all’interno del partito e il suo unico incarico amministrativo ottenuto prima di diventare presidente era stato di presidente di una provincia francese. Un curriculum del genere, si diceva all’epoca, rendeva Hollande poco adatto a sostenere le ambizioni francesi, soprattutto in politica estera.

Da quando è stato eletto, scrive il settimanale Economist, Hollande ha mostrato «una mano piuttosto fredda nel condurre la politica estera del suo paese». Dopo un inizio titubante, la Francia ha assunto un ruolo rilevante nei negoziati sulla Grecia e Hollande ha occupato con una certa abilità il ruolo di mediatore tra le posizioni della Germania e quelle del primo ministro greco Alexis Tsipras. Nei giorni chiave dei negoziati un team di consulenti francesi è andato ad Atene per aiutare il governo greco a scrivere le proposte di riforma da presentare all’Europa e alcuni commentatori tedeschi hanno accusato i francesi di aver di fatto scritto quelle proposte dall’inizio alla fine.

Mentre il governo italiano ondeggiava in una posizione poco chiara, dicendo prima che il referendum sull’accordo proposto dai creditori era una scelta tra restare o meno nell’euro e poi, dopo la vittoria del “no”, faceva marcia indietro, Hollande ha sempre detto chiaramente che la Grecia sarebbe dovuta restare nell’euro a qualunque costo e, almeno fino ad ora, ha ottenuto ciò che voleva. Un’altra questione su cui la Francia è riuscita a prendersi dello spazio è quella dei rapporti tra Europa e Russia. La Francia è saldamente schierata nel campo di chi vuole mantenere le sanzioni alla Russia, nonostante la sua industria alimentare ne risenta tanto quanto, e forse di più, di quella italiana. Dopo alcuni mesi di incertezza, inoltre, il governo francese ha bloccato la consegna di due navi da guerra comprate dalla Russia che valgono insieme più di un miliardo di euro.

La Francia di Hollande appare al momento come un paese che mantiene gli impegni e che è in grado di agire in maniera coerente per difendere i suoi interessi. I francesi, scrive sempre l’Economist, hanno avuto un ruolo importante nelle trattative sul nucleare iraniano e tra pochi giorni il ministro degli Esteri Laurent Fabius andrà in Iran per incontrare il presidente iraniano Hassan Rouhani: una situazione allettante per le molte imprese francesi che sperano di fare affari con l’Iran non appena saranno allentate le sanzioni, come previsto dall’accordo concluso quasi due settimane fa. È un’operazione che Hollande e il suo ministro degli Esteri sono riusciti a compiere senza alienarsi l’amicizia dei paesi arabi del Golfo, che considerano l’Iran il loro principale rivale. Dal 2012 Hollande ha viaggiato per quattro volte in Arabia Saudita, l’ultima a maggio per partecipare come ospite d’onore a una riunione dei paesi del Golfo. Poco prima di arrivare all’incontro, Hollande si è fermato in Qatar dove ha ultimato la vendita di uno squadrone di caccia Rafale, un aereo prodotto in Francia, per un valore di 6,3 miliardi di euro. E ci saranno probabilmente nuove opportunità di fare affari nella prossime visite che Hollande compirà a Cuba e poche settimane dopo in Angola.

Economicamente la Francia è un paese di secondo livello rispetto alla Germania. Insieme al Regno Unito, comunque, è l’unica vera potenza militare europea con una spesa per la difesa pari al 2 per cento del PIL – recentemente Hollande ha cancellato un piano che prevedeva di tagliarla nei prossimi anni. E non si tratta di un esercito, come quello greco, lasciato a prendere polvere nelle caserme. La Francia è il paese europeo impegnato nel numero maggior di missioni militari e di pacekeeping. I soldati francesi sono schierati in Mali, dove hanno respinto l’avanzata dei jihadisti vicini ad al Qaida e dove tuttora aiutano a mantenere una situazione di calma precaria. Altre truppe sono state inviate nella Repubblica Centrafricana, dove milizie rivali di islamisti e cristiani avevano creato una situazione che il governo francese aveva definito di “pre-genocidio”. Altri e soldati e uomini dell’intelligence sono schierati in maniera meno appariscente in tutta l’Africa Occidentale, una regione dove la Francia ha mantenuto molti interessi anche dopo la fine del suo impero coloniale.

L’impegno militare francese si vede anche in zone più lontane dalla sua tradizionale sfera di influenza. Quando alla fine dell’estate 2013 gli americani rinunciarono ad attaccare la Siria in cambio della consegna delle armi chimiche in mano al dittatore Bashar al Assad, gli aerei francesi erano già pronti nelle basi militari per iniziare l’attacco. L’anno successivo quegli stessi aerei sono stati i primi ad appoggiare l’aviazione americana nei bombardamenti in Iraq e Siria contro l’ISIS (o Stato Islamico). Il Regno Unito, tradizionalmente il principale alleato degli Stati Uniti, ha inviato i suoi aerei soltanto 11 giorni dopo le prime missioni compiute dai francesi.

Nel 2017 ci saranno nuove elezioni in Francia e Hollande dovrà cercare di farsi rieleggere. Come ha scritto Foreign Policy, il punto è se queste vittorie riusciranno a trasformarsi «in quello che il presidente vuole di più: i voti». La risposta per il momento sembra un “no”. Hollande ha un tasso di approvazione tra i cittadini francesi del 20 per cento, cinque punti più alto rispetto al record negativo toccato lo scorso ottobre ma comunque il livello più basso di un presidente francese nella storia moderna del paese.

I successi in politica estera di Hollande, scrive l’Economist ,«sono messi in ombra dagli scarsi risultati che il suo governo ha ottenuto nell’economia». Dopo anni di stagnazione, la Francia crescerà solo di poco più dell’1 per cento nel 2015, quasi il doppio rispetto all’Italia ma non abbastanza per risollevare la popolarità del suo presidente. Si prevede anche che la disoccupazione resterà stabile al livello record del 10 per cento. Hollande paga probabilmente anche lo scollamento tra le grandi promesse fatte in campagna elettorale e gli scarsi risultati ottenuti al governo. La tassa del 75 per cento sui super-ricchi è stata sostanzialmente eliminata dall’agenda mentre la promessa di limitare l’austerità non si è trasformata in alcun risultato concreto.