La proposta di Cameron per ridurre il “gender gap”

Il primo ministro conservatore del Regno Unito vuole obbligare le grandi aziende a pubblicare la media degli stipendi dei loro dipendenti uomini e donne

Il primo ministro britannico David Cameron e, alle sue spalle, la moglie Samantha, maggio 2015. (Christopher Furlong/Getty Images)

Pochi giorni fa il primo ministro britannico David Cameron ha annunciato quella che ha definito una «grande iniziativa». Cameron ha spiegato: «Faremo in modo che ogni azienda con più di 250 dipendenti debba rendere pubblico il divario tra lo stipendio medio che paga alle donne e quello medio che paga agli uomini. Così faremo luce sulle differenze ed eserciteremo la pressione necessaria per cambiare le cose e aumentare gli stipendi delle donne». L’obiettivo è eliminare il cosiddetto gender pay gap, cioè la differenza tra la retribuzione maschile e quella femminile (la seconda è generalmente più bassa della prima). Nel Regno Unito il divario di retribuzione femminile complessivo è del 19,1 per cento: significa che una donna, in media, guadagna 80 penny (1,15 euro) per ogni sterlina (1,43 euro) guadagnata da un uomo.

Cameron – che è anche il leader del partito conservatore – ha annunciato l’iniziativa durante un incontro con importanti dirigenti di impresa a Londra e l’ha anche presentata in un articolo sul Times. Il governo discuterà e metterà a punto una proposta che verrà poi presentata al Parlamento a settembre, e approvata nei primi mesi del 2016. Cameron ha promesso di eliminare completamente il divario di retribuzione sul lavoro nel giro di una generazione: «Voglio che i nostri figli guardino al divario di retribuzione tra uomini e donne come noi ora guardiamo a quando le donne non potevano votare o lavorare: come a qualcosa di datato e sbagliato che abbiamo sconfitto, insieme».

Cameron ha spiegato che il piano sarà affiancato anche da altre misure, primo tra tutti l’aumento del salario minimo: ne beneficeranno soprattutto le donne, spesso impiegate nei lavori pagati meno. Il governo prevede di introdurre anche un programma per aiutare le donne sul posto di lavoro garantendo maggior flessibilità, e campagne e servizi nelle scuole per invitare le ragazze a intraprendere carriere ritenute solitamente maschili. «Non è solo la cosa giusta da fare», ha spiegato Cameron, «è anche la più sensata per gli affari: aiutare le donne a realizzare pienamente il loro potenziale può aumentare la nostra economia fino al 35 per cento».

Il progetto di Cameron è piuttosto malvisto dalle grandi aziende e anche da molti conservatori del suo stesso partito, mentre è apprezzato da liberaldemocratici e laburisti. Si tratta, come l’hanno definita alcuni commentatori, di uno dei tanti punti del programma laburista – di sinistra e più vicino ai ceti medi – di cui si è appropriato Cameron da quando nel 2010 è salito al governo. L’Equalities Act, una legge del Labour approvata nel 2010, prevedeva infatti già che le aziende con più di 250 dipendenti potessero rendere pubblico il gender pay gap: non era però obbligatorio ma su base volontaria. Non è stato un grande successo, dato che da allora l’hanno fatto soltanto cinque aziende: Tesco, Friends Life, PwC, AstraZeneca e Genesis.

Molti si sono chiesti se e quanto il piano di Cameron sia efficace. In realtà è ancora troppo presto per dirlo: molto dipenderà dalla stesura finale della proposta e quindi dalla quantità e accuratezza di informazioni che le aziende saranno tenute a pubblicare, e dalle eventuali verifiche che saranno condotte. Limitarsi a pubblicare il divario in percentuale tra gli stipendi medi maschili e femminili sarebbe meno utile che pubblicare le cifre esatte, o ancora meglio le cifre esatte dello stipendio minimo, medio e massimo.

Secondo le associazioni che si occupano dei diritti delle donne, la cosa migliore sarebbe pubblicare i dati degli stipendi relativi alle varie mansioni, dato che alcune aziende potrebbero avere un gap rilevante pur pagando lo stesso stipendio ai dipendenti maschi e femmine impiegati nella stessa mansione. Questo potrebbe accadere perché i lavori peggio retribuiti sono affidati soprattutto alle donne, mentre i ruoli dirigenziali e meglio pagati sono in mano agli uomini. Alcune associazioni hanno anche chiesto che sia prevista una multa per le aziende che hanno un divario molto elevato.

Il differenziale salariale di genere è spesso spiegato con il fatto che le donne beneficiano del congedo di maternità e che tendono a scegliere posti di lavoro flessibili per potersi prendere cura della famiglia (compito che ricade, con un automatismo ben noto, quasi esclusivamente su di loro). Questi elementi però non possono spiegare fino in fondo la portata del divario che persiste ben oltre gli anni in cui le donne dovrebbero aver smesso di prendersi cura dei bambini: spesso è infatti maggiore tra le persone con un’età avanzata e tra i lavoratori/lavoratrici meglio qualificati. Chiaramente c’entrano le discriminazioni nei luoghi di lavoro, il mancato riconoscimento delle competenze femminili rispetto a quelle maschili, la mancata rappresentanza nella politica e nell’economia, il fatto che le responsabilità familiari non siano condivise in maniera equa. Le conseguenze sono diverse, a partire da quella che il divario retributivo incide sul reddito femminile lungo tutto l’arco di vita: guadagnando meno degli uomini, anche durante la pensione, le donne sono più esposte al rischio di povertà in vecchiaia.

Un disegno di legge molto simile a quello proposto da Cameron è in discussione anche in Germania dallo scorso marzo e, secondo diversi analisti, se non risolverà alla radice il problema potrebbe avere comunque la funzione positiva di essere un deterrente e un incoraggiamento per le donne spingendole a essere negoziatrici più severe di una retribuzione più elevata.

In Italia non è prevista alcuna misura simile a quella avanzata da Cameron, e le aziende che vogliono ottenere appalti dallo Stato non sono tenute a fornire i loro dati sugli stipendi. Stando a dati dell’Eurostat relativi al 2013 e diffusi a marzo 2015, in Italia le donne guadagnano il 7,3 per cento in meno degli uomini: si tratta di una percentuale molto bassa se paragonata alla media europea, che è del 16,4 per cento (in Regno Unito è il 21,4 per cento e in Germania il 22,8). Il motivo è dovuto però soprattutto al basso tasso di occupazione femminile, che secondo l’ISTAT si aggira attorno al 46 per cento. Significa che mentre nel resto d’Europa le donne sono pagate poco e meno degli uomini ma riescono comunque a lavorare, in Italia moltissime donne non entrano nel mercato del lavoro o sono costrette a uscirvi dopo la gravidanza. Molte ripiegano su lavori sottopagati e in nero, mentre quelle che lavorano sono perlopiù laureate e specializzate e contribuiscono con il loro stipendio a diminuire il divario di retribuzione.