Alexis Tsipras e Angela Merkel, 23 marzo 2015 (AP Photo/Markus Schreiber)
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  • venerdì 10 luglio 2015

Merkel e Tsipras hanno problemi simili

Entrambi dovranno far digerire l'accordo sul piano di salvataggio – o il fallimento dei negoziati – ai loro partiti e governi, che sono molto divisi

Alexis Tsipras e Angela Merkel, 23 marzo 2015 (AP Photo/Markus Schreiber)

Mentre l’attenzione degli osservatori internazionali è concentrata sui negoziati in corso tra il governo della Grecia e i creditori internazionali, c’è almeno una questione che va considerata sui fronti interni di due paesi: Grecia e Germania. I rapporti e gli equilibri di Angela Merkel in Germania e quelli di Alexis Tsipras in Grecia con i propri partiti potrebbero non solo aver avuto delle conseguenze sulle cose come sono andare finora, ma potrebbero averne anche nelle decisioni che saranno prese nei prossimi giorni. Comunque andrà, le decisioni che Tsipras e Merkel prenderanno nelle prossime ore li lasceranno politicamente più fragili.

Alexis Tsipras e Syriza
Il nuovo piano proposto da Tsipras ai creditori internazionali sarà discusso oggi dal Parlamento greco, che dovrà anche esprimersi con un voto in modo da dare al primo ministro e al suo governo l’appoggio necessario per trattare con le autorità europee nel weekend. Il voto non sarà vincolante sui contenuti delle proposte, che dovranno essere votati nuovamente nel caso del raggiungimento di un accordo con i leader dei paesi dell’eurozona.

Secondo diversi osservatori, il primo voto del Parlamento sarà favorevole per tenere comunque aperta la trattativa, ma non senza qualche dissenso all’interno di Syriza, il principale partito di governo, con cui Tsipras sta facendo i conti da diversi mesi. Non tutti sono infatti d’accordo con le proposte di Tsipras e la sua ricerca di una mediazione e lo hanno dichiarato pubblicamente: il ministro dell’Energia Panagiotis Lafazanis, per esempio, non ha sottoscritto il nuovo piano e il presidente del Parlamento, Zoe Konstantopoulou, ha già detto che qualsiasi proposta comprenda nuove misure di austerità sarebbe inaccettabile.

Syriza, acronimo di Synaspismós Rizospastikís Aristerás (Coalizione della sinistra radicale), si è formata nel 2004 come unione di vari movimenti e partiti indipendenti di sinistra dai marxisti agli ecologisti: all’interno di Syriza ci sono “correnti” più radicali come “Tendenza comunista”, che già a febbraio chiedeva il «rispetto totale della agenda di Salonicco» (il programma lanciato da Alexis Tsipras nel settembre 2014 per la fine dell’austerità), e c’è poi la minoranza del partito rappresentata da “Piattaforma di sinistra”, che rappresenta circa il 35 per cento del totale di Syriza e che nel governo è rappresentata dal ministro della Rior­ga­niz­za­zione pro­dut­tiva, dell’Ambiente e dell’Energia. Diversi osservatori sostengono anche che sia stata proprio l’ala più radicale di Syriza ad aver fatto pressioni su Tsipras per inter­rom­pere i nego­ziati prima del referendum e arri­vare al voto.

Il nuovo piano presentato da Tsipras però – pur insistendo sulla ristrutturazione del debito – rappresenta di fatto una prosecuzione dell’austerità. L’ala più radicale del partito pensa che questo tradisca il No espresso dal referendum. Questa corrente potrebbe dunque decidere di non votare oggi in Parlamento il nuovo piano, o potrebbe non votare lo sblocco dei finanziamenti necessari ad applicare le riforme chieste dai creditori dopo la chiusura dell’accordo. A quel punto potrebbe cadere il governo, Tsipras potrebbe dimettersi e si andrebbe a nuove elezioni. Se Tsipras si dimettesse la Costituzione gli permetterebbe però di scegliere i candidati di Syriza, lasciando probabilmente fuori i contrari all’accordo. La seconda ipotesi è che si formi un governo di unità nazionale, ma questa soluzione comporterebbe quasi sicuramente il rientro del centrodestra nel governo. La terza possibilità, infine, è che Tsipras venga costretto dall’ala più radicale del suo partito a trovare sostegno nell’opposizione, con pesanti conseguenze all’interno del governo stesso.

Angela Merkel e la Große Koalition
La decisione sul futuro della Grecia non dipende certamente solo dalla Germania, ma la cancelliera Angela Merkel è la leader della più grande potenza economica d’Europa ed è stata spesso identificata con le decisioni dell’intera Unione Europea sulle questioni dei piani di salvataggio della zona euro: Merkel non ha insomma alcun incarico ufficiale nell’Unione Europea, eppure in maniera più o meno diretta i cittadini europei dipendono dalle sue decisioni. Inoltre Merkel è vista – per le posizioni sue, del suo governo e dell’opinione pubblica tedesca – come la più influente sostenitrice della linea del rigore economico e dell’intransigenza nei confronti delle richieste della Grecia.

BildSemplificando, si potrebbe dire che se la Grecia sarà costretta a uscire dall’euro, Angela Merkel sarà indicata da molti come la principale responsabile; al contrario, se il piano e il salvataggio della Grecia saranno accettati, Merkel sarà accusata da molti di avere in qualche modo “ceduto”. Queste due differenti interpretazioni si ritrovano anche sulle prime pagine di due diversi giornali tedeschi, Bild e Der Spiegel. Bild ha pubblicato martedì scorso un articolo che invitava Merkel a non cedere alle richieste greche. In copertina c’era la cancelliera ritratta con un elmetto prussiano e il titolo diceva: «Oggi ci serve il Cancelliere di Ferro», con un riferimento a un altro cancelliere della storia tedesca, Otto von Bismarck.

Der SpiegelDer Spiegel ha invece criticato Merkel rappresentandola in prima pagina seduta sulle rovine greche con la scritta «Signora delle Macerie». L’articolo all’interno sosteneva che «la crisi greca richiedeva leadership e un piano» ma che «Merkel non ha voluto offrire nessuna delle due», dimostrando di non essere abbastanza decisa né da una parte né dall’altra.

Nel 2013, in Germania, ha giurato il terzo governo tedesco guidato da Angela Merkel e rappresentato da una nuova alleanza di governo dei conservatori con i socialdemocratici: una nuova Große Koalition dopo quella al potere dal 2005 al 2009. Un ruolo importante in questo governo è ricoperto dal ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble. Schäuble è un esponente della CDU, viene definito da molti il “falco” del governo Merkel e finora è colui che si è dimostrato più intransigente nei confronti della Grecia, anche più di Merkel stessa.

Nelle ultime ore e prima della presentazione del nuovo piano del governo greco, mentre la cancelliera sceglieva formule politiche per dire che «non ci sono ancora le basi per un accordo» ed evitava di parlare direttamente di un’uscita della Grecia dalla zona euro, Schäuble diceva: «Faccio molta fatica a immaginare come misure che creino fiducia possano materializzarsi da qui alla mezzanotte di domenica». Schäuble ha più volte definito “somari” gli stati che non rispettano i parametri economici dell’UE e ha detto di non apprezzare gli inviti degli Stati Uniti a ristrutturare il debito greco. In una recente conferenza stampa ha raccontato: «Ho detto al ministro delle Finanze statunitense che noi accoglieremo nell’euro Portorico se loro accetteranno la Grecia nel sistema del dollaro. Lui ha creduto che stessi scherzando».

Le posizioni di Schäuble sembrano avere sempre più seguito in Germania: recenti sondaggi indicano che la maggior parte dei tedeschi è contro nuove concessioni ad Atene e, scrive AP, il gruppo dei deputati conservatori all’interno del Parlamento tedesco che si oppone a un nuovo accordo è sempre più numeroso. Se ci sarà un nuovo accordo sulla Grecia, Merkel dovrà presentarsi al Bundestag per far approvare qualsiasi eventuale nuovo pacchetto di salvataggio. Nonostante il suo governo detenga circa quattro quinti dei seggi, non è difficile immaginare che ci sarà una forte opposizione all’interno del suo stesso partito.

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