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  • domenica 10 maggio 2015

Di cosa discute l’UE sull’immigrazione

Un po' di chiarezza su come stanno le cose con il "regolamento Dublino" e chi è contrario a cambiarle e perché

Negli ultimi giorni si sta riparlando della possibilità che l’Unione Europea intervenga in qualche modo per regolare in maniera diversa l’immigrazione dai paesi extraeuropei e in particolare la gestione di coloro che fanno richiesta di asilo politico. La ripresa della discussione è una conseguenza più o meno diretta del naufragio del 19 aprile, in cui si stima possano essere morti alcune centinaia di migranti, e del vertice straordinario organizzato lo scorso aprile su richiesta del governo italiano.

Come funzionano le cose ora
Chiariamo subito che quasi tutto quello di cui si discute riguarda una categoria particolare di migranti, ossia i “richiedenti asilo”: coloro che fuggono da un conflitto o che comunque rischiano la tortura o la prigione se ritornassero nel paese da cui sono partiti. Uno dei documenti più importanti che regolano questa categoria è il regolamento “Dublino III” che, semplificando, obbliga i richiedenti asilo a presentare la domanda nel primo paese dell’Unione Europea in cui arrivano (tradotto, questo significa che chi sbarca in Italia può chiedere asilo politico solo in Italia). Chi si vede accolta la domanda di asilo politico diventa un rifugiato e, spesso, riceve una serie di tutele e aiuti dallo stato che lo ospita, come per esempio un sussidio, un’abitazione, corsi di lingua e un aiuto all’integrazione (è importante notare che in quasi tutti i paesi europei esistono forme di protezioni “minori” rispetto all’asilo politico vero e proprio – per esempio permessi di soggiorno senza scadenza – che si possono chiedere anche in paesi diversi da quelli dove il richiedente è arrivato per la prima volta).

In teoria, la regola “il primo paese dove arrivi è quello dove fai domanda” mette in una condizione di svantaggio i paesi sulla frontiera dell’Unione Europea visto che sono quelli dove arriva la maggior quantità di migranti. In realtà è così solo in parte: i paesi con il più alto numero di rifugiati, sia in termini assoluti che in proporzione alla popolazione, sono Germania e Svezia, due paesi piuttosto lontani dalle frontiere (l’Italia è al terzo posto). Questo è possibile perché, contrariamente a quanto si crede, soltanto una parte dei rifugiati arriva via mare mentre molti arrivano in aereo, spesso con regolare visto turistico. È più corretto dire, quindi, che il sistema di Dublino ha portato a una concentrazione di rifugiati sia in alcuni paesi di frontiera, come l’Italia, ma soprattutto in alcuni paesi non di frontiera, come Germania e Svezia, che per motivi storici, economici e culturali, hanno attirato un numero maggiore di rifugiati.

Come possono cambiare le cose
Mercoledì 13 maggio la Commissione Europea presenterà una nuova “Agenda sull’immigrazione” di cui il Wall Street Journal ha potuto leggere una bozza. Il piano prevede di trasportare in Europa circa 20 mila rifugiati della guerra civile siriana che attualmente si trovano nei campi profughi di Turchia e Libano (per fare un confronto: mentre l’Europa ha accolto poco più di centomila rifugiati siriani, Turchia, Libano e Giordania ne hanno ospitati finora più di due milioni e mezzo). Questi 20 mila rifugiati (un numero che però nei prossimi giorni potrebbe cambiare) saranno distribuiti in tutti i paesi membri dell’Unione tramite un sistema di quote proporzionali basato sulla popolazione, sul tasso di disoccupazione e sul PIL dei vari stati. Per essere implementato il piano dovrà essere approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea.

Secondo le fonti interpellate dal Wall Street Journal, se questa “agenda” dovesse essere approvata, in un secondo momento (forse entro la fine del 2015) potrebbe essere possibile tentare di utilizzare il sistema di quote proporzionale anche per “redistribuire” i rifugiati che già si trovano in Europa e quelli che arriveranno in futuro. In altre parole, il piano che sarà presentato mercoledì rappresenta il primo passo per superare gli accordi di Dublino. Sempre secondo il Wall Street Journal, il piano è fortemente appoggiato dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e dalla Germania.
A questo punto è importante fare un’altra precisazione. Quando si parla di immigrazione si sente spesso ripetere che «l’Europa non fa abbastanza» e questo porta a pensare che le anonime “istituzioni europee” non si interessino del problema dei migranti. In realtà, come abbiamo visto, il piano di questi giorni è stato portato avanti proprio dalla Commissione, cioè dal “governo” dell’Unione Europea e dalla Germania, uno dei paesi più importanti dell’Unione. Gli ostacoli su questo percorso, infatti, arrivano molto più dai singoli stati membri che dalle istituzioni europee.

Per esempio, l’Ungheria ha già annunciato che si opporrà a qualunque piano per far entrare nuovi rifugiati in Europa e per cambiare le regole di Dublino. Il Regno Unito è un altro paese che si è sempre opposto a cambiare le regole sull’immigrazione e, in passato, è arrivato a compiere forte pressioni perché l’Italia interrompesse Mare Nostrum, un’operazione accusata di attirare i richiedenti asilo rendendo più sicuro il loro viaggio e la cui interruzione è stata accompagnata da un aumento esponenziale del numero di naufragi e morti in mare (il Financial Times ha più volte criticato questo atteggiamento del governo inglese, arrivando a definirlo “ripugnante” ed “eticamente indifendibile“).

Il motivo per cui questi paesi si oppongono a cambiare le cose è abbastanza semplice. Come abbiamo visto, tre paesi in Europa (Germania, Svezia e Italia) accolgono da soli la gran parte dei rifugiati: qualunque sistema di quote per la distribuzione proporzionale alleggerirebbe il carico affrontato da questi paesi, aggravandolo per la gran parte degli stati membri. Per cambiare gli accordi di Dublino è necessario ottenere un voto favorevole nelle varie istituzioni europee dove i rappresentanti degli stati membri che accolgono una quantità meno che proporzionale di rifugiati sono la maggioranza.

Foto: AP Photo/Calogero Montanalampo

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