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  • domenica 5 aprile 2015

I jihadisti di Lisleby, in Norvegia

Il New York Times ha raccontato la storia di un gruppo di amici di una piccola città norvegese andati in Siria per combattere a fianco dell'ISIS: e della brutta fine che hanno fatto

Il giornalista Andrew Higgins ha raccontato sul New York Times la storia di Lisleby, un piccolo quartiere di seimila abitanti nella città di Fredrikstad, nel sud della Norvegia, da cui sette giovani musulmani sono partiti per andare a combattere in Siria con l’ISIS (o Stato Islamico). Il caso di Lisleby non è isolato: in tutto si calcola che circa duemila persone sono partite dall’Europa occidentale per andare a combattere in Siria o in Iraq. Come Lisleby, anche Lunel, in Francia, Vervies, in Belgio, e molte altre piccole città o quartieri europei sono diventati noti negli ultimi mesi per aver prodotto un numero sproporzionato di radicali islamisti rispetto alla popolazione locale. La storia di Lisleby è utile per cercare di capire come si propaghi il radicalismo islamista e quali siano le ragioni che spingono dei cittadini di paesi occidentali a lasciare tutto e andare a combattere una guerra in Medio Oriente.

Lisleby, racconta Higgins, non è un quartiere particolarmente ricco, ma nemmeno troppo disagiato né con tassi di criminalità sopra alla media nazionale. I sette ragazzi che poi sarebbero partiti per andare a combattere con l’ISIS erano già conosciuti dalla polizia locale: in precedenza erano stati beccati dagli agenti a fumare marijuana a casa di Torleif Sanchez Hammer, un ragazzo di origine filippina convertito all’Islam. La polizia era intervenuta così tante volte che si rivolgeva ai ragazzi chiamandoli per nome. Ad eccezione di un po’ di trambusto e di qualche furto di addobbi per automobili, tuttavia, i ragazzi non avevano mai creato problemi gravi.

Verso la fine dell’estate 2013 le feste a base di marijuana a casa di Hammer si interruppero bruscamente. Ragnar Foss, agente della polizia di Lisleby, ha raccontato: «Ci chiedemmo che cosa era successo. Ma eravamo comunque contenti che quei ragazzi fossero spariti dal nostro radar». I ragazzi che formavano il gruppo, racconta oggi chi li conosceva, non avevano molte cose in comune tra di loro: alcuni provenivano da famiglie disagiate, altri avevano una storia più ordinaria. Alcuni erano disoccupati, altri avevano impieghi saltuari. Non avevano altre grandi frequentazioni esterne, anche se Hammer aveva avuto molte ragazze e andava spesso a ballare in discoteca. Foss ha detto: «L’unica cosa che avevano tutti in comune è che in qualche maniera non funzionavano bene nella nostra società».

I ragazzi avevano almeno un’altra cosa in comune: l’ammirazione per Abdullah Chaib, un calciatore della zona di 23 anni di origine algerina. Sei dei sette ragazzi di Lisleby avevano frequentato il suo stesso liceo. Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un ragazzo di successo, carismatico e di bell’aspetto. Yousef Bartho Assidiq, un cittadino norvegese che ha fatto parte di un gruppo radicale islamico e che ora lavora in un’organizzazione non governativa attiva contro l’estremismo, ricorda che Chaib era la figura centrale del gruppo di ragazzi di Lisleby: «Era amato da chiunque, era il ragazzo fico che tutti avrebbero voluto essere». Chaib era anche un fanatico. Assidiq ha raccontato di come rimase sconvolto quando Chaib cominciò a parlargli di religione: «Era un vero estremista, parlava di jihad tutto il tempo». Nel dicembre 2012 Chaib partì per la Siria. Venne ucciso il mese successivo. Quando si diffuse la notizia, la pagina Facebook di Chaib fu invasa di messaggi di condoglianze. Secondo le ricostruzioni degli investigatori, fu proprio in quei giorni che i ragazzi di Lisleby cominciarono a prepararsi per partire per la Siria. Anche un ex compagno di squadra di Chaib, che ha parlato con Higgins a condizione che il suo nome non venisse diffuso, ha detto che l’influenza nel gruppo di Chaib era stata centrale: «Era contagioso, come un calciatore così bravo che spinge gli altri a fare ancora meglio».

La comunità musulmana locale, al contrario, non ebbe grande influenza sui ragazzi del gruppo. La moschea di Lisleby è frequentata soprattutto da immigrati somali e il direttore, Warsame Mohamed Saleban, ha raccontato di come Hammer, il filippino convertito all’Islam, cominciò a frequentare le sue preghiere del venerdì e di come continuasse a infastidire i fedeli spiegando loro qual era il modo giusto di pregare. Dopo qualche mese, il direttore chiese a Hammer di non frequentare più la moschea.

Nonostante le indagini della polizia, non è ancora chiaro in che modo Chaib si radicalizzò così tanto, e come gli altri ragazzi di Lisleby finirono per andare in Siria a combattere a fianco dell’ISIS. La polizia crede che a un certo punto i ragazzi siano stati influenzati da qualche elemento esterno al quartiere, per esempio il gruppo “Umma del profeta”, l’organizzazione radicale di cui faceva parte Assidiq. L’Umma del profeta è conosciuta dai servizi di sicurezza norvegesi ed è divenuta nota anche a Lisleby da quando alla polizia locale arrivarono le denunce di una madre che si lamentava di come i membri dell’organizzazione stessero cercando di convincere suo figlio ad andare a combattere in Siria. Quando Hammer abbandonò la moschea di Lisleby, cominciò ad andare sempre più spesso ad Oslo, dove l’Umma del profeta ha la sua sede principale. I suoi viaggi nella capitale cominciarono all’incirca nel periodo della morte di Chaib.

Ma non fu Hammer il primo a partire dopo Chaib: il membro del gruppo che si era radicalizzato più in fretta era Abu Edelbijev, un ragazzo di origine cecena di poco più di venti anni. Come Hammer, anche lui dopo la morte di Chaib smise di frequentare la moschea di Lisleby e cominciò ad andare sempre più spesso ad Oslo. Nell’agosto del 2013 i suoi parenti ricevettero un SMS mentre si trovavano in vacanza in Tunisia: «Per favore non provate a cercarmi. Ho fatto la mia scelta». In quel momento Edelbijev si trovava già in Siria. Subito prima di partire si incontrò con Hammer e con gli altri amici e li rimproverò seriamente per il loro consumo di marijuana e per quella che lui vedeva come la loro incapacità di rispettare le regole dell’Islam. Da quel momento la polizia non ebbe più notizie delle feste a base di marijuana.

Nel dicembre 2013, Hammer annunciò a sua madre che sarebbe andato in vacanza in Grecia. Comprò un’automobile e guidò fino in Turchia. Alcuni mesi dopo, sul suo profilo Facebook postò una fotografia in cui era armato e indossava una divisa mimetica. Scrisse di trovarsi in Siria a combattere. Dopo di lui, nel corso di pochi mesi, partì anche tutto il resto del gruppo. Dei sette ragazzi che sono partiti da Lisleby per la Siria soltanto due sono tornati. Uno di loro, Samiulla Khan, un ragazzo di origine pakistana di 23 anni, è attualmente in attesa di processo per essersi arruolato in un’organizzazione terroristica. Un altro è ricercato. Non è chiaro se Hammer sia vivo o morto. Edelbijev è stato ucciso lo scorso novembre, durante l’assedio di Kobane. La notizia è stata data alla famiglia da sua moglie, Diana Ramazanova, una ragazza di 18 anni che aveva conosciuto e sposato in Siria. Ramazanova ha detto alla famiglia che era incinta e che stava cercando di ritornare in Norvegia per partorire. Il 6 gennaio si è fatta esplodere in un attacco suicida a una stazione di polizia ad Istanbul, in Turchia.

nella foto: Fredrikstad, Norvegia (Flickr: Elin B)

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