Renzi può fare da solo sulle riforme costituzionali?

Con il voto di sabato Forza Italia sembra avere chiuso con il "Patto del Nazareno": i prossimi passaggi e un po' di conti

Sabato notte la Camera ha votato diversi articoli ed emendamenti sul disegno di legge costituzionale che contiene le riforme costituzionali. Il voto è arrivato dopo tre giorni molto difficili in Parlamento, con scontri, ostruzionismo e scambio di insulti tra le varie forze politiche. Nella giornata finale, tutte le opposizioni sono uscite dall’aula, compresa Forza Italia, il partito con cui il presidente del Consiglio Matteo Renzi si era accordato per votare la riforma in discussione. Si è trattato, in altre parole, della prima “prova dei fatti” della fine del cosiddetto “patto del Nazareno”. Ora i prossimi passaggi del disegno di legge rischiano di essere molto più complicati. La questione principale è se Renzi ha o meno i numeri per far approvare le riforme da solo.

Le riforme costituzionali
Quelle che vengono in genere indicate come “riforme costituzionali” sono in realtà il “DDL Boschi” – dal nome del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi – cioè il disegno di legge costituzionale che prevede la modifica del Senato in modo da eliminare il bicameralismo perfetto (cioè, in sostanza, se il DDL sarà approvato, le leggi non dovranno più essere approvate da entrambi i rami del parlamento e il governo riceverà la fiducia soltanto dalla Camera), l’abolizione del CNEL e la modifica del Titolo V della Costituzione.

Le riforme costituzionali, come il DDL Boschi, devono essere approvate con una procedura particolare. Devono essere votate due volte da entrambi i rami del parlamento: in prima lettura, con possibilità di modifica del testo, e in seconda lettura con approvazione “secca” o respingimento. Se in seconda lettura non vengono approvate con una maggioranza di almeno due terzi devono essere sottoposte a un referendum costituzionale senza quorum. In altre parole, se al referendum la maggioranza più uno dei votanti non conferma le riforme, queste non entrano in vigore (è quello che accadde con le riforme costituzionali approvate dal centrodestra e sottoposte a referendum costituzionale nel 2006).

A che punto siamo?
Il DDL Boschi è stato approvato in prima lettura al Senato, e con le complicate votazioni di questi giorni è stato quasi del tutto approvato con qualche modifica alla Camera. Ora quindi per completare la prima lettura, dopo i voto finale della Camera previsto per i primi di marzo, deve tornare al Senato. Terminata questa procedura, il DDL dovrà essere votato nuovamente dal Senato e dalla Camera. Attenzione, perché se in uno di questi passaggi la legge dovesse essere modificata, sarà necessario ricominciare tutto l’iter daccapo.

Cosa c’entra il patto del Nazareno
Il 18 gennaio del 2014, durante un incontro alla sede del PD di Roma che si trova vicino a Largo del Nazareno, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi si sono accordati su un piano di riforme costituzionali per votare insieme quello che è poi diventato il DDL Boschi. Le ragioni del “patto” erano essenzialmente due. La prima è che per consuetudine le riforme che portano a modifiche della Costituzione sono considerate così importanti e fondamentali per la democrazia da dover essere scritte e approvate con un qualche tipo di accordo da parte dell’opposizione. La seconda ragione è più tattica e ha a che fare con la ridotta maggioranza di cui il Partito Democratico gode al Senato. Basterebbe quindi l’opposizione di piccole componenti della maggioranza (o dello stesso PD) per bloccare l’intero processo di riforma.

In questi giorni si è parlato molto della “fine” del patto del Nazareno (a causa dell’elezione del presidente della Repubblica, avvenuta senza il consenso di Forza Italia) e lo stesso Berlusconi, durante un’intervista al TG5, ha lasciato intendere che l’esperienza del patto sia da considerarsi chiusa o quasi (anche se non ha fatto un riferimento esplicito alla questione). Il fatto che Forza Italia sia uscita dall’aula durante il voto di sabato notte è considerato da molti commentatori una specie di “prova generale” della rottura del patto del Nazareno. Alla Camera, infatti, il PD è riuscito a far approvare il DDL anche senza l’aiuto di Forza Italia. Ma quando la discussione passerà al Senato le cose potrebbero non andargli così bene.

Renzi ha i numeri?
In teoria il governo ha già i numeri per far approvare al Senato la riforma costituzionale. Si tratta della stessa maggioranza che attualmente sostiene il governo ed è composta da PD, Area Popolare (NCD più UCD), Scelta Civica e Per le Autonomie. In tutto si tratta di 168 senatori mentre la maggioranza è formata da 161 senatori. A seconda del momento e delle cronache parlamentari, a questi 168 si aggiungono alcuni indipendenti, come i fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle. In ogni caso è abbastanza chiaro che il governo al Senato ha una maggioranza di appena una decina di voti o poco più. In prima lettura, il DDL era stato approvato al Senato con l’appoggio di Forza Italia, che aveva garantito al governo un totale di 183 voti favorevoli. Il punto, ora, è se il governo riuscirà a tenere coesa la sua maggioranza anche senza l’appoggio di Forza Italia.

Secondo Roberto Giachetti, vice-presidente della Camera del PD, Renzi rischia di non avere i numeri a causa dell’opposizione interna al PD. Come abbiamo visto, bastano poco più di una decina di dissidenti all’interno del PD per bloccare la riforma al Senato. Secondo Giachetti è possibile che i dissidenti siano ben più di dieci e ha citato il caso dell’approvazione della riforma della legge elettorale quando lo scorso 27 gennaio ventisette senatori del PD non parteciparono al voto. Anche in occasione del primo passaggio del DDL Boschi in Senato erano mancati una decina di voti del PD. Se quindi Forza Italia continuasse a non votare il DDL così come una decina o poco più di senatori del PD, il DDL Boschi non potrebbe passare al Senato. Secondo Giachetti, se questo scenario si verificasse l’unica soluzione sarebbe andare ad elezioni anticipate.

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