Per Meloni la mozione di sfiducia contro la Commissione Europea è una bella grana
Se la sostiene va contro un suo vicepresidente, ma se non lo fa rischia di perdere consensi a destra

Lunedì il Parlamento Europeo ha iniziato a discutere una mozione di censura, cioè di sfiducia, nei confronti della Commissione e della sua presidente, Ursula von der Leyen, che verrà votata giovedì prossimo. Le possibilità che la mozione venga approvata sono praticamente nulle, perché per sfiduciare la Commissione servirebbe una maggioranza dei due terzi dei votanti. Ciononostante, il voto è un passaggio politico di un certo rilievo per gli equilibri tra i vari gruppi, e per la maggioranza che sostiene von der Leyen.
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È un passaggio in cui i tre partiti di governo italiano stanno seguendo tre orientamenti diversi, come spesso succede sulle questioni europee. La Lega ha fatto sapere che voterà a favore della mozione, quindi contro la Commissione; Forza Italia invece si opporrà, ribadendo la propria fiducia nei confronti di von der Leyen; Fratelli d’Italia, invece, è in dubbio. Nel gruppo c’è divisione tra chi vorrebbe votare contro e chi astenersi. Il partito di Giorgia Meloni è quello che vive con maggiore difficoltà questa situazione, anche in virtù della relazione tra la presidente del Consiglio e la stessa von der Leyen.
Il promotore della mozione è Gheorghe Piperea, europarlamentare romeno del gruppo dei Conservatori e Riformisti (ECR): quello di cui fa parte, con un ruolo egemone, Fratelli d’Italia. Piperea è un importante membro del partito Alleanza per l’unità dei romeni (AUR), di George Simion, il candidato euroscettico che ha perso le recenti elezioni presidenziali – nonché vicepresidente del partito ECR – in favore del quale si erano espressi sia Meloni sia Matteo Salvini. Insomma, la mozione di sfiducia è un’iniziativa di alleati piuttosto stretti di Fratelli d’Italia.
Alla base della richiesta di sfiducia nei confronti della Commissione c’è il cosiddetto Pfizergate, ovvero la presunta mancanza di trasparenza nella definizione degli accordi tra von der Leyen e l’azienda farmaceutica Pfizer per la fornitura di circa 1,8 miliardi di dosi di vaccino durante la pandemia di Covid. In particolare, l’accusa ruota intorno alla mancata pubblicazione da parte della Commissione degli SMS che von der Leyen si scambiò con il capo di Pfizer, Albert Bourla: un fatto rivelato, tra gli altri, dal New York Times e su cui anche il Tribunale dell’Unione si è recentemente espresso in modo critico.
È un tema piuttosto delicato, per Fratelli d’Italia. Negli anni passati, infatti, il partito aveva più volte sostenuto che questi contratti fossero opachi, e aveva biasimato i presunti favoritismi di von der Leyen a un’azienda del suo stesso paese. La stessa Meloni, nel 2021, quando era all’opposizione del governo di Mario Draghi, aveva definito «scandaloso» il modo in cui erano stati resi noti i contratti. E anche nei mesi scorsi il senatore Marco Lisei, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, è più volte tornato sull’argomento con toni assai critici. Per Meloni, dunque, la faccenda pone una questione di coerenza nei confronti delle sue più o meno recenti posizioni di fronte al suo elettorato. Tanto più che, al di là del merito, in Italia il Pfizergate è diventato oggetto di una propaganda piuttosto violenta da parte di gruppi o associazioni “no vax” ed euroscettici, alimentata peraltro anche da vari giornali di destra che sostengono il governo.
È il motivo per cui Salvini ha detto subito che la Lega voterà a favore della mozione. E per Meloni questo è un altro problema: nel senso che se si opponesse in modo netto a questa iniziativa, rischierebbe di scoprirsi a destra, come si dice, cioè di prestarsi alle accuse di incoerenza che da parte della Lega le vengono rivolte sui temi più identitari della propaganda sovranista. In sintesi, rischierebbe di perdere consenso in favore di Salvini.
Se tutti questi sono motivi che indurrebbero Fratelli d’Italia a sostenere la mozione di sfiducia, ce ne sono però altri, ugualmente consistenti, che invece vanno in senso opposto. Il primo è il più imbarazzante: la mozione infatti non è solo contro von der Leyen, ma afferma che «la Commissione guidata dalla presidente Ursula von der Leyen non gode più della fiducia del Parlamento (…)». Dunque è un atto di sfiducia verso l’intero gruppo dei commissari, che infatti von der Leyen ha convocato per giovedì, il giorno del voto decisivo: per ribadire che si tratta di un atto ostile verso l’intera Commissione. Di cui fa parte, e peraltro col ruolo di vicepresidente, Raffaele Fitto, e cioè un dirigente del partito di Meloni.
È proprio lui, in queste ore, a lasciare intendere in modo informale che Fratelli d’Italia non voterà in sintonia coi promotori della mozione. E c’è del resto un precedente: nel luglio del 2024 il gruppo degli europarlamentari di Fratelli d’Italia votò contro la conferma di von der Leyen alla guida della Commissione, ma diede poi il proprio voto favorevole all’insediamento della Commissione stessa dopo la nomina di Fitto, nel novembre seguente. Anche il voto contro di luglio fu una decisione sofferta e mossa essenzialmente da ragioni di politica interna.

Il vicepresidente della Commissione Europea Raffaele Fitto ospite di Bruno Vespa nella trasmissione Cinque Minuti su Rai 1, il 2 aprile 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
C’è inoltre una notevole coincidenza: giovedì e venerdì si svolgerà a Roma la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, un appuntamento a cui Meloni tiene molto per ribadire la vicinanza attuale e futura dell’Italia a Volodymyr Zelensky, e alla quale parteciperà proprio von der Leyen. Un voto ostile del partito di Meloni, proprio mentre lei riceve von der Leyen a Roma, sarebbe uno sgarbo doppiamente rilevante, e andrebbe probabilmente a compromettere il rapporto un po’ altalenante ma comunque collaborativo tra le due leader.
Ma non è solo questione di relazioni personali. La mozione è interessante sul piano politico perché rischia di ricompattare la maggioranza europeista che sostiene fin dall’inizio e con convinzione von der Leyen, e di isolare al contrario i partiti più estremisti. Negli ultimi tempi e in più occasioni, infatti, la presidente della Commissione aveva adottato quella che talvolta viene chiamata una politica dei due forni: sfruttava cioè due diverse maggioranze a seconda delle convenienze.
Sui provvedimenti più importanti si affidava a Socialisti, Liberali e Popolari, la sua maggioranza di riferimento; ma a volte, quando voleva approvare misure di orientamento più conservatore sui temi ecologici e sull’immigrazione, contava invece sulla capacità del Partito popolare, il suo partito di appartenenza, di costruire intese estemporanee coi Conservatori e talvolta perfino coi sovranisti ancora più estremi. E questo andava a tutto vantaggio di Fratelli d’Italia, che poteva così rivendicare una maggiore centralità nelle scelte della Commissione e poteva rafforzare i propri legami coi Popolari.
I Socialisti, d’intesa coi Liberali, avevano denunciato questo atteggiamento, chiedendo un chiarimento politico a von der Leyen. Ora questa mozione promossa dai Conservatori arriva paradossalmente a fare il gioco dei Socialisti. Tra i 74 firmatari ci sono infatti esponenti di ECR, dei Patrioti alleati della Lega e di altri partiti sovranisti di estrema destra; ma a favore della mozione voteranno anche alcuni partiti di sinistra euroscettici (come, sempre per restare all’Italia, il Movimento 5 Stelle e alcuni esponenti dei Verdi e di Sinistra Italiana). Insomma, la mozione ridefinisce la dialettica politica all’interno del Parlamento non più in termini di “centrodestra contro centrosinistra”, come vorrebbe Meloni, ma di “europeisti contro sovranisti”, o, se si vuole, “moderati contro estremisti”: e dunque costringe von der Leyen a prendere atto che la maggioranza su cui può fare affidamento in modo stabile nei momenti decisivi è proprio quella composta da Socialisti, Popolari e Liberali, con Fratelli d’Italia che dunque gioca un ruolo assai più marginale.
La situazione è insomma abbastanza complessa, per Fratelli d’Italia, i cui europarlamentari rimangono indecisi. Carlo Fidanza, capodelegazione del partito a Bruxelles che insieme al capogruppo di ECR Nicola Procaccini sta gestendo la partita, spiega infatti che una decisione definitiva non è stata ancora presa, e dice che tutto dipenderà anche da come evolverà il dibattito in questi giorni, sia nell’aula del Parlamento Europeo sia all’interno del gruppo di ECR e di Fratelli d’Italia.



