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  • Martedì 10 febbraio 2015

Le 6 cose ancora in ballo sull’Ucraina

Di cosa si parlerà concretamente ai nuovi colloqui che cominciano mercoledì a Minsk

A fireman attends to a car destroyed by a rocket during recent shelling in Donetsk, Ukraine, Monday, Feb. 9, 2015. An armed conflict between Russia-backed separatists and Ukraine government forces has killed more than 5,300 people and displaced more than a million people in eastern Ukraine. (AP Photo/Petr David Josek)
A fireman attends to a car destroyed by a rocket during recent shelling in Donetsk, Ukraine, Monday, Feb. 9, 2015. An armed conflict between Russia-backed separatists and Ukraine government forces has killed more than 5,300 people and displaced more than a million people in eastern Ukraine. (AP Photo/Petr David Josek)

Mercoledì 11 febbraio i delegati della Russia e dell’Ucraina si incontreranno a Minsk, in Bielorussia, per una nuova serie di colloqui sulla guerra nell’Ucraina dell’est. All’incontro parteciperanno anche i rappresentanti della Germania e della Francia, che negli ultimi giorni hanno provato a ottenere qualche disponibilità al dialogo da parte del presidente russo Vladimir Putin. Lunedì 9 febbraio la cancelliera tedesca Angela Merkel ha incontrato a Washington DC anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, proprio per discutere delle proposte che saranno presentate per provare a fermare una guerra che prosegue da mesi. Obama, martedì 10 febbraio, ha chiamato direttamente Vladimir Putin per discutere dell’escalation delle violenze nell’est dell’Ucraina e «del continuo supporto della Russia ai separatisti». Durante la telefonata Obama ha anche ribadito l’appoggio degli Stati Uniti alla «sovranità e all’integrità territoriale» dell’Ucraina.

Non ci sono notizie ufficiali sui possibili termini dell’eventuale nuova tregua, ma poiché il piano di pace sottoscritto da ribelli filo-russi ed esercito ucraino nel settembre del 2014 non è mai stato rispettato pienamente – Obama ha detto ieri che Putin «ha violato praticamente ogni singolo impegno che aveva preso» – è molto probabile che i punti in discussione saranno più o meno gli stessi. Le Monde li ha riassunti e spiegati.

1. La linea di demarcazione
I territori sotto il controllo dei separatisti sostenuti dalla Russia rappresentano circa un terzo delle regioni di Donetsk e Luhansk nell’est dell’Ucraina. I confini di questi territori sono stati definiti con chiarezza al momento della firma degli accordi di Minsk. Dallo scorso settembre, però, i separatisti hanno continuato a uscire da quella zona e guadagnare terreno, combattendo all’aeroporto di Donetsk, e hanno cominciato ad attaccare la città di Debaltseve, importante snodo ferroviario della regione di Donetsk. La Russia e i separatisti chiederanno molto probabilmente che il nuovo accordo riconosca questi progressi e le recenti conquiste: si tratta di oltre 500 chilometri quadrati di territorio.

Lo scorso 1 febbraio il Consiglio nazionale di difesa dell’Ucraina ha pubblicato una mappa aggiornata che mostra gli sviluppi dopo gli ultimi combattimenti. Nella cartina si possono vedere chiaramente i progressi compiuti dai separatisti negli ultimi mesi.

 

2. Il cessate il fuoco
Si tratta della priorità dichiarata da tutte le parti: smettere di sparare. Secondo le Nazioni Unite la guerra in Ucraina dell’est ha causato finora la morte di almeno 5.300 persone e si parla di almeno un milione e mezzo di sfollati, che hanno dovuto abbandonare la regione al confine tra Russia e Ucraina cercando riparo in aree dove non si combatte (i dati sono molto probabilmente sottostimati: non tengono in considerazione i dati sui separatisti e sui soldati russi in Ucraina). La tregua firmata a Minsk lo scorso settembre ha portato per alcuni mesi a una riduzione dell’intensità degli scontri senza però mai fermarli del tutto: nelle ultime settimane i combattimenti si sono nuovamente intensificati, con l’impiego da entrambe le parti di carri armati e artiglieria.

Per garantire la sostenibilità di un cessate il fuoco, al centro dei nuovi negoziati dovrebbe esserci dunque anche la questione del ritiro delle armi pesanti dalla linea del fronte e della larghezza della zona cuscinetto (il primo accordo stabiliva che l’area demilitarizzata fosse lontana da ogni lato del fronte per 15 chilometri, forse troppo pochi). Altre questioni “militari” che potrebbero rientrare nei negoziati sono l’amnistia per i combattenti catturati, il ritiro delle bande armate e dei combattenti stranieri, i nuovi scambi di prigionieri dopo quelli già avvenuti nel corso degli ultimi mesi.

3. Lo status delle regioni controllate dai separatisti
Il primo accordo di Minsk prevedeva di concedere uno “status speciale” ai territori controllati dai separatisti e di organizzare elezioni locali «in conformità con la legge ucraina». Il Parlamento ucraino aveva approvato una legge che prevedeva la concessione di questo status ma le proclamate repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk avevano rifiutato l’accordo e organizzato delle proprie elezioni. Queste elezioni si erano svolte lo scorso novembre e – non esattamente in modo sorprendente – avevano vinto i leader dei separatisti: Aleksandr Zakharchenko a Donetsk (con circa il 75 per cento dei voti) e Igor Plotnitsky a Luhansk (con circa il 63 per cento). Il governo ucraino di Kiev, l’Unione Europea e gli Stati Uniti non avevano riconosciuto i risultati del voto, giudicando insufficienti gli standard minimi di libertà e sicurezza per uno svolgimento regolare delle elezioni: l’unico governo ad aver riconosciuto quel voto – ufficializzandone la notizia sull’agenzia di stampa Interfax – è stato quello della Russia.

In una lettera inviata la scorsa settimana a Parigi e Berlino, la Russia ha chiesto che Kiev riconosca queste elezioni e quindi l’autonomia delle due regioni. Le Monde scrive che molto probabilmente l’Ucraina dovrà fare su questo punto grandi concessioni, ma che resterà da chiarire un altro fatto fondamentale: quello del finanziamento di queste regioni. Chi farà fronte alla crisi economica di quelle zone, per giunta aggravata dalla guerra? L’Ucraina (a sua volta in grandi difficoltà economiche) potrebbe non avere alcun interesse a garantire la sopravvivenza di una regione il cui controllo potrebbe presto sfuggirle. I separatisti chiedono che l’Ucraina continui a pagare comunque pensioni e stipendi ai dipendenti pubblici.

4. La riforma della Costituzione dell’Ucraina
Questo punto è direttamente collegato al precedente. L’accordo di Minsk prevedeva un “decentramento” del potere da Kiev alle regioni; la Russia invece auspica un cambiamento più radicale verso un sistema federale. La differenza potrebbe sembrare insignificante e invece non lo è. Secondo Le Monde e molti esperti e analisti il governo di Mosca spera che venga instaurato un meccanismo che permetta a questi territori abbiano voce in capitolo su varie decisioni strategiche del paese, dall’energia alla politica estera, allo scopo rendere l’Ucraina un paese ingovernabile e paralizzarne le istituzioni. Le Monde cita il caso della Bosnia ed Erzegovina.

5. Garanzie
Uno dei punti centrali da chiarire durante i negoziati ha a che fare con il confine russo-ucraino. Dopo aver firmato i primi accordi di Minsk, la Russia ha continuato a fornire armi e supporto militare ai separatisti permettendo anche che lanciassero un’offensiva nel mese di gennaio e conquistassero terreno, ignorando il confine concordato. Inizialmente l’accordo prevedeva che il controllo del confine avvenisse sotto la supervisione dell’OSCE. L’Ucraina sembra ora aver abbandonato l’idea di partecipare a un controllo congiunto della frontiera.

6. Il futuro dell’Ucraina
Si tratta di un argomento che non viene nominato in occasione dei negoziati, ma allo stesso tempo anche una questione centrale della trattativa: la possibile adesione dell’Ucraina all’Unione Europea e alla NATO. Teoricamente non fa parte della discussione di domani ma è i crescenti rapporti economici e commerciali dell’Ucraina con l’Unione Europea sono il motivo originario per cui Vladimir Putin ha deciso di muoversi per destabilizzare l’Ucraina e poi per iniziare una guerra. Analisti ed esperti fanno notare che dai colloqui sarà esclusa la Crimea, invasa militarmente e poi annessa dalla Russia lo scorso marzo, che nessuno pensa possa ormai tornare all’Ucraina: e questo è un segnale del grande potere contrattuale di Putin, che continua a essere molto aggressivo nella zona; dall’altra parte però le sanzioni internazionali e il crollo del prezzo del petrolio hanno messo l’economia russa in enorme difficoltà, e il rublo solo nell’ultimo anno ha perso oltre metà del suo valore.