Come sarà il prossimo numero di Charlie Hebdo

La prima riunione di redazione di quelli che non sono stati uccisi nell'attacco terroristico, raccontata da una giornalista di Libération

di Isabelle Hanne – Libération

Venerdì si è tenuta la prima riunione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo dopo l’attacco alla redazione di mercoledì 7 gennaio, in cui sono morti il direttore e diversi giornalisti e vignettisti. La riunione si è svolta nella redazione di Libération, che ha messo a disposizione i suoi uffici. Libération ha anche deciso di rendere disponibile l’articolo tradotto qui sotto tramite una licenza Creative Commons, di modo che possa essere tradotto più agevolmente in varie lingue. Per chi non ne sa niente: qui c’è una storia di Charlie Hebdo, con qualche copertina; qui invece c’è il liveblog del Post con gli avvenimenti di oggi.

La riunione editoriale di Charlie Hebdo è durata in tutto più di tre ore. Oltre alla grafica, ai temi da trattare e ai titoli, venerdì mattina si è parlato anche dei morti, dei feriti, e dei funerali. La sala conferenze dove la redazione di Libération è solita tenere le sue riunioni è oggi occupata dai redattori sopravvissuti di Charlie Hebdo. La stanza, illuminata da un solo lato da un’ampia finestra, è allo stesso tempo troppo calda e ventilata, dato che la finestra viene tenuta aperta per fare uscire il fumo delle sigarette.

Su un grosso tavolo rotondo ci sono i computer prestati a quelli di Charlie Hebdo da Le Monde. Attorno al tavolo, ci sono fra gli altri Willem, Luz, Coco, Babouse, Sigolène Vinson, Antonio Fischetti, Zineb El Rhazoui, Laurent Léger: in tutto più di 25 persone, con le facce tirare e gli occhi gonfi. Sia i redattori sia i collaboratori occasionali si trovano lì per preparare il prossimo numero di Charlie Hebdo. Deve uscire mercoledì prossimo, e ne saranno stampate un milione di copie (circa venti volte tanto la sua normale circolazione).

Comincia Gérard Biard, il caporedattore: «Ho potuto visitare tutti, in ospedale. Riss si è fatto male a una spalla, ma il nervo non è stato danneggiato. Stava soffrendo molto. La prima cosa che mi ha detto è stata che non è sicuro che potremo continuare a pubblicare la rivista». Fabrice Nicolno, colpito più volte durante l’attacco, «sta meglio», anche se «ovviamente soffre molto anche lui». Patrick Pelloux, un medico ed editorialista di Charlie, spiega nel dettaglio la ferita alla mascella che si è procurato un altro ferito, Philippe Lançon, che peraltro scrive anche per Libération. Pelloux aggiunge che Simon Fieschi, che gestisce il sito di Charlie Hebdo, è stato messo in coma artificiale indotto. Una ragazza ha un crollo. Biard la conforta, dicendole che non deve sentirsi in colpa. Tutti si tengono la testa fra le mani, in silenzio. La ragazza che sta piangendo è Sigoléne Vinson, che stava partecipando alla riunione di redazione quando è cominciato l’attacco, ma è stata risparmiata dai terroristi.

Biard passa a parlare dei morti. Come organizzare i funerali? E le celebrazioni di stato? Che musica mettiamo? Niente bandiere? Qualcuno suggerisce: «non dovremmo usare un simbolo che loro avrebbero odiato. Sono stati uccisi dei disegnatori. Dobbiamo ricordarci della semplicità di queste persone, del loro lavoro. I nostri amici sono morti, ma non per questo dobbiamo metterli in piazza». Tutti sono d’accordo.

Un giornalista spiega che una campagna di crowdfunding nata spontaneamente da alcune persone, su Internet, ha già raccolto 98mila euro in meno di 24 ore. La redazione di Charlie è stata inondata di richieste di abbonamento di cui al momento non riesce ad occuparsi. L’avvocato della rivista, Richard Malka, spiega: «stanno arrivando soldi da un sacco di posti». Un altro avvocato della rivista, Christophe Thévenet, dice: «ci sono già 250mila euro donati dall’associazione Presse et pluralisme, un milione è stato promesso da Fleur Pellerin [il ministro francese della Cultura]. Avrete più soldi che mai!». Thévenet lo sa bene: negli scorsi mesi il settimanale aveva fatto una richiesta per ricevere donazioni e tentare di rimpinguare le proprie casse, che erano in cattive condizioni.

Biard, che apparentemente vuole lottare fino alla fine, chiede: «quindi lo facciamo? Cosa ci mettiamo dentro?». Pelloux risponde: «non lo so, di che parlano i giornali oggi?». Risate nervose. Biard riprende: «sarei a favore di una – aperte virgolette – edizione normale – chiuse virgolette. Lasciamo che i lettori riconoscano Charlie. Non dev’essere un numero speciale». Alcuni ipotizzano di lasciare degli spazi bianchi dove i disegnatori morti mercoledì avrebbero pubblicato i propri lavori. Alla fine, la proposta viene respinta. «Non voglio che ci siano spazi bianchi», dice Biard, »dovranno esserci tutti. Anche Mustapha». Mustapha Ourrad era il copy editor, quello che revisionava tutti i pezzi: anche lui è stato ucciso mercoledì. «Allora lasciate stare gli errori dei miei pezzi!» scherzano Pelloux e altri.

«Ehi, è morto Fidel Castro!» esclama Luz, esibendo pure un dito medio, dopo aver scoperto la notizia sul suo cellulare (che poi si scoprirà falsa). Il giornalista Laurent Leger tenta di riportare la discussione sul prossimo numero: «credo che non dovremmo scrivere dei necrologi: non dovrà essere un numero-tributo». La redazione discute di come dovrà essere il prossimo numero: «spero che la gente la pianterà di definirci dei fondamentalisti della secolarizzazione, che ci saranno meno “ma” alla nostra libertà di espressione». Leger: «possiamo anche affermare che siamo stati molti soli, negli scorsi anni». Luz: «il nuovo numero dovrà anche far capire cosa diventerà Charlie». Corinne Rey: «spieghiamo che siamo ancora vivi!». Malka: «e che non smetteremo di criticare la religione».

Charlie Hebdo è una rivista un po’ strana. Non ha delle sezioni, ma “spazi” appaltati a ciascun giornalista e vignettista. Per quanto riguarda lo spazio dei morti, la redazione ha deciso di trovare del loro materiale che non è ancora stato pubblicato. Quindi, nel nuovo numero ci saranno ancora Charb, Cabu, Wolinski, Honoré, e gli altri. Durante la discussione c’è qualche singhiozzo qua e là, occhi lucidi e mani giunte.

Malka si schiarisce la voce: «È arrivato Manuel Valls». La redazione sospira, si sparpaglia, vocifera. Accompagnato dal ministro Pellerin, che sul petto mostra un adesivo con la scritta “Je suis Charlie” e da un’orda di giornalisti, assistenti e gente della comunicazione, Valls stringe le mani dei presenti e dà qualche notizia sull’attacco alla fabbrica di Dammartin-en-Goële – “i due attentatori sono in trappola” – prima di pregarli di essere “pieni di coraggio”.

Biard, in seguito, si arrischia: «Se ne sono andati, i giornalisti? E i ministri? OK, a pagina 16 cosa mettiamo?». La domanda si perde nel suono delle lattine di Coca Cola che si aprono, della gente che addenta il pains au chocolat, dei singhiozzi in sottofondo, delle sirene della polizia fuori dall’edificio. Nel suo angolo, Pelloux scherza: «e quindi questa è una vera riunione di redazione, col solito casino. Siamo tornati per davvero».

Il caporedattore di Charlie Hebdo Gérard Biard (a destra), l’avvocato Richard Malka (a sinistra) durante la riunione di redazione (BERTRAND GUAY/AFP/Getty Images)