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  • giovedì 25 Dicembre 2014

E quindi com’è “The Interview”?

Molto divertente, se vi piace quel genere di comicità scema e sboccata: quando si parla di politica internazionale e di Kim Jong-un i pareri sono però molto diversi

Mercoledì 24 dicembre Sony Pictures ha diffuso online The Interview, il film comico statunitense con Seth Rogen e James Franco che nell’ultimo mese è stato al centro di dibattiti e controversie, e che a Sony è costato un attacco informatico da hacker della Corea del Nord (almeno così ha detto l’FBI). Il film lo si può guardare su YouTube, Google Play, sulla console Xbox di Microsoft e su un sito speciale chiamato SeeTheInterview.com, “a noleggio” pagando 5,99 dollari, oppure acquistandolo per 14,99 dollari. In molti tra giornalisti e persone comuni lo hanno guardato già ieri sera: c’è chi lo ha definito sovversivo, chi lo ha accusato di trattare argomenti importanti con eccessiva leggerezza, chi lo ha trovato banale e ripetitivo, e chi estremamente divertente.

Il film, sceneggiato da Dan Sterling e diretto da Seth Rogen e Evan Goldberg, ha per protagonisti James Franco, che interpreta Dave Skylark, conduttore di uno show di intrattenimento e informazione serale, e Seth Rogen, nella parte del produttore Aaron Rapaport. Il programma si regge sulle interviste e sulle confessioni di personaggi famosi: compaiono per esempio Eminem che parla male dei testi delle sue canzoni, Rob Lowe che ammette di essere calvo ed Emma Stone. Quando Skylark e Rapaport scoprono che il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-un è un grande fan del programma, riescono a ottenere un’intervista con lui e si preparano ad andare in Corea del Nord. Vengono però contattati da un’agente della CIA, interpretata da Lizzy Caplan, che consegna loro un veleno e gli dà il compito di uccidere il dittatore. Le cose si complicano quando Skylark inizia a fare amicizia con Kim Jong-un – sono entrambi sono appassionati della canzone Firework di Katy Perry – che però scopre il complotto per assassinarlo. Alla fine i due giornalisti riescono a far fuori Kim con una granata con propulsione a razzo.

Stando alle recensioni, il film è la classica commedia alla Seth Rogen: i protagonisti sono particolarmente scemi, la trama improbabile, le situazioni surreali, e le battute triviali. Soprattutto nella prima parte, anche per la presenza di alcuni attori famosi nel ruolo di sé stessi, richiama molto Facciamola finita, girato sempre da Rogen e Goldberg, con Franco tra i protagonisti. È una commedia che descrive le debolezze e le vanità di Hollywood sullo sfondo della fine del mondo. I giudizi sul film divergono soprattutto sul modo in cui è raccontata la dittatura in Corea del Nord e in particolare la figura di Kim Jong-un (i coreani e le loro sofferenze sono perlopiù assenti).

Il trailer del film

Secondo Alison Willmore di Buzzfeed, The Interview è «piuttosto divertente» ma «diventa più traballante quando si avventura nel mondo della politica internazionale, dove la posta in gioco è molto più alta, alta in modi che soltanto ora Goldberg e Rogen (e Sony Pictures) sembrano capire». Non è la prima volta che il cinema americano utilizza la Corea del Nord per impersonare i cattivi, ma The Interview ridicolizza e minaccia una versione deformata ma riconoscibile di Kim Jong-un: dà di matto quando gli dicono che bere i margarita è da gay, si aggira indeciso nel suo armadio per scegliere quale delle decine di uniformi identiche indossare, e minaccia di bombardare il mondo per sentirsi importante. Willmore scrive ancora che il film «umanizza Kim e lo utilizza per far ridere, affermando allo stesso tempo che è un mostro» che va tolto di mezzo. Di fatto, tratta il suo personaggio come se fosse uno degli attori famosi che interpretano se stessi nella prima parte del film.

Emily Yoshida scrive invece su Variety che The Interview «è un brutto film, che banalizza una delle peggiori violazioni dei diritti umani in corso sul nostro pianeta, e che la sua diffusione non cambierà assolutamente niente». L’opinione di Rich Klein del Washington Post è invece completamente opposta: il film è molto divertente, «nel modo sciocco e sboccato di Seth Rogen» e ha dei momenti «sorprendentemente brillanti e politicamente astuti». Non evita gli argomenti spinosi e mostra le contraddizioni e le debolezze del regime: come quando i due giornalisti chiedono conto a Kim delle enormi spese del regime per l’arsenale nucleare e della dipendenza dagli aiuti internazionali per sfamare la popolazione, oltre ad accennare alla propaganda, ai campi di prigionia, e alla carestia cronica.

Mike Hale scrive sul New York Times che il film è «la tipica commedia del XXI secolo sull’insicurezza del maschio americano, un genere in cui i protagonisti, Rogen e Franco, hanno molta esperienza. In The Interview la vera minaccia non è un dittatore pazzo ed eccentrico, ma i terrori notturni di restare soli e sentirsi inadeguati, che sembrano tormentare una vasta fetta di maschi 30-40enni di Hollywood, e che sono sublimati sullo schermo con un’amicizia tra maschi piagnucolosa, un crasso senso dell’umorismo, donne nude in modo gratuito e accenni di omosessualità». Hale spiega che «Kim è ritratto come un altro bambinone triste e sentimentale, ma meschino, e che quindi merita una granata (quasi) in faccia». Per questo Hale si dice molto stupito «dall’enorme sproporzione tra la innocuità del film e la brutalità della reazione» nordcoreana. Una connessione però c’è: questo genere di commedia che racconta l’amicizia di due maschi incapaci, insicuri, che non riescono a trovare il loro posto nel mondo è la risposta pop alla paura dell’uomo americano post 11 settembre. È quindi «buffo che “The Interview” sia stato contrastato da un atto di terrorismo».

Al di là dei giudizi sul film, per molti americani guardare The Interview è diventato un modo per dimostrare il proprio patriottismo, rivendicare la libertà di espressione e “sfidare” la Corea del Nord. Il presidente del comitato nazionale repubblicano, Reince Priebus, ha invitato tutti a vederlo, scrivendo su Twitter: «celebrate la libertà americana guardandolo». Secondo Max Fisher di Vox con questo tipo di reazione non si danneggia la Corea del Nord, ma al contrario si fa il suo gioco: il motivo per cui il regime ha montato il caso non è perché si sente davvero minacciato dal film, ma soltanto perché ha bisogno di costanti motivi per mostrarsi sotto attacco dai paesi nemici. In questo modo può rafforzare la dittatura e Kim Jong-un si può descrivere come un grande leader senza paura che sfida i paesi imperialisti. «La verità è che il governo fragile e spregevole della Corea del Nord non merita questo onore», conclude Fisher.