• Cultura
  • giovedì 18 dicembre 2014

I documenti rubati a Sony sono come le foto rubate a Jennifer Lawrence

Non sono di pubblico interesse, sostiene l'editore di Slate, e quindi le testate non dovrebbero raccontare il loro contenuto

di Jacob Weisberg – Slate

Jacob Weisberg ha 50 anni ed è il capo dello Slate Group, la casa editrice che controlla Slate e Foreign Policy.

Le succose informazioni contenute nei documenti sottratti illegalmente a Sony in seguito all’attacco informatico di cui ora si ritiene responsabile la Corea del Nord sono state estesamente riportate da giornali e quotidiani online. Sony ha assunto il superavvocato David Boies per provare a rimettere il dentifricio dentro al tubetto. Durante lo scorso weekend Boies ha chiesto che le testate giornalistiche smettessero di fare articoli sul materiale rubato. Altrimenti, ha avvisato, potrebbero essere ritenuti responsabili di un danno finanziario.

Ma la decisione di non pubblicare materiale del genere dovrebbe essere basata sull’etica e il rispetto per la libertà di parola, e non essere provocata dalle pressioni di un avvocato. I giornali sono chiaramente tenuti a raccontare la storia dell’attacco, delle sue conseguenze su Sony, di come sia stato portato avanti e chi l’abbia compiuto. È una storia grossa ed è è legittimo raccontarla. Ma quando si tratta di diffondere il contenuto di documenti rubati, un giornalista dovrebbe decidere autonomamente di non pubblicarlo: non esiste una giustificazione etica per pubblicare del materiale rubato e compromettente.

I giornalisti che considerano una censura quella di Sony sono in realtà complici di una censura ai danni di Sony. La casa cinematografica ha compiuto un’azione coraggiosa e un po’ avventata, scegliendo di fare un film che prendesse in giro il dittatore più noto al mondo. È un po’ un tratto distintivo di Hollywood, un’industria che negli anni ha prodotto Il grande dittatore di Charlie Chaplin e Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch, due film che prendevano molto in giro Adolf Hitler. Alcuni all’epoca trovarono questi film di cattivo gusto: ma facendo sì che la gente ridesse dei nazisti Hollywood portava avanti una sottile forma di sovversione.

È probabilmente la stessa cosa che aveva in mente Seth Rogen per The Interview: King Jong-un forse non sarà Hitler, ma è a capo di uno dei governi più totalitari che il mondo abbia mai conosciuto. Possiede inoltre mezzi molto più efficaci per perseguire i suoi critici di quelli che avesse a disposizione Hitler. L’attacco informatico a Sony rappresenta una vera novità in quanto a censura internazionale. Sembra improprio descriverlo come una semplice diffusione illegale di materiale riservato o come un attacco informatico. È invece una specie di “revenge porn” a distanza, portato avanti dallo stato più cattivo del mondo contro una multinazionale.

Cosa distingue questo episodio dal caso Wikileaks e dalle rivelazioni di Edward Snowden? Il pubblico interesse. Nel caso di Snowden, i documenti rubati rivelavano degli abusi di potere e contenevano la descrizione di pratiche che lo stesso presidente Obama ha definito “sbagliate”. In quei casi i giornalisti del Guardian, del New York Times e del Washington Post hanno preso sul serio il loro dovere di bilanciare il pubblico interesse con la possibilità che fosse messa a rischio la sicurezza nazionale o quella di alcune persone.

Nel caso di Sony, è difficile sostenere che ci sia una questione di pubblico interesse. I documenti sottratti sono più vicini alle foto di Jennifer Lawrence rubate dal suo account di iCloud, come genere di cosa. È chiaro che le persone vogliono vedere quelle foto. In quel caso, però, anche i media senza scrupoli hanno riconosciuto che non c’era nessuna giustificazione per violare la privacy pubblicando le foto. L’opinione pubblica, in quel caso, si è schierata dalla parte delle vittime. Questa volta la reazione è stata gioire per le disgrazie altrui, mentre sarebbe dovuta essere di solidarietà.

foto: Frazer Harrison/Getty Images

©Slate

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