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  • venerdì 19 Dicembre 2014

Pubblicare alcuni dei documenti rubati a Sony è stato giusto

I processi decisionali di una grossa casa cinematografica sono di pubblico interesse, dice un altro giornalista di Slate: non è come pubblicare le foto di Jennifer Lawrence nuda

di Justin Peters – Slate

Se scrivi un articolo sull’attacco informatico a Sony, il terrorismo vince. È questa, in sintesi, la premessa del recente articolo di Aaron Sorkin pubblicato dal New York Times. Pubblicare articoli ricavati dai documenti rubati a Sony equivale a «dare un aiuto materiale ai criminali», dice Sorkin, che aggiunge: «non mi piace vedere un americano che dà dell’anti-americano a un altro americano, e quindi diciamo che tutti i media giornalistici che hanno fatto il gioco degli hacker sono moralmente sovversivi e indegni». Sebbene il presidente degli Stati Uniti di The West Wing, la famosa serie tv scritta da Aaron Sorkin, sarebbe d’accordo con lui, personalmente sono più scettico. Non mi convince nemmeno l’equiparazione fra i documenti rubati a Sony e le foto sottratte dall’account iCloud di Jennifer Lawrence.

I documenti interni sottratti a una multinazionale non sono le foto private di una donna, nelle quali è ritratta nuda. Se anche l’intento di chi ha portato avanti i due attacchi fosse lo stesso – imbarazzare o intimidire – un bravo giornalista può riconoscere la differenza fra un attacco a una multinazionale e un attacco a una singola persona. Le foto di Jennifer Lawrence non erano di pubblico interesse, ma solo di uno un po’ pruriginoso. La diffusione dei documenti di Sony mostra invece come funziona una società con cui hanno a che fare milioni di persone.

Jacob Weisberg, però, in un articolo pubblicato da Slate, ha argomentato che i giornalisti che pubblicano contenuti trapelati grazie all’attacco informatico stanno compiendo “un atto di censura nei confronti di Sony”. Dal momento che mercoledì la Sony ha ritirato The Interview – un film comico con Seth Rogen e James Franco, che da settimane si diceva essere stato la causa dell’attacco – e che il New York Times ha riportato che «secondo l’intelligence statunitense il governo nordcoreano ha avuto “un ruolo centrale” nell’attacco», pubblicare materiale ricavato da quell’attacco significa fare il gioco della Corea del Nord.

Fino a che punto, però, i giornalisti devono curarsi delle motivazioni delle persone che portano avanti questi attacchi? Dopo tutto i giornalisti hanno a che fare con fonti detestabili per tutto il tempo, e ciascun giornalista sa che nessuno fa trapelare cose senza avere una propria motivazione. Ovvio, ci sono motivazioni e motivazioni. C’è differenza, per esempio, fra quelle di Edward Snowden e quelle di hacker probabilmente pagati dal governo nordcoreano, che vuole vendicarsi per l’uscita di un filmetto con James Franco.

Il fatto che documenti di Sony siano stati diffusi per una certa ragione non deve significare che i giornalisti non debbano sfruttarla per un altro scopo. I giornalisti non devono per forza stare dalla parte della fonte delle proprie notizie e condividere le modalità con cui quelle notizie sono state ottenute, se crede che abbiano un valore. E le informazioni diffuse da Sony costituiscono una notizia.

Il fatto che i dirigenti della Sony si siano scambiati commenti vagamente razzisti via email è una notizia? Sì, lo è: sono persone che decidono in che modo i film vengono fatti e chi ci recita, ed è ragionevole voler sapere se le opinioni scambiate in privato abbiano avuto un qualche effetto sulle loro decisioni pubbliche. È una notizia che ci sia una discriminazione negli stipendi in base al proprio genere ed etnia? Sì, lo è. Gawker, inoltre, ha utilizzato le informazioni presenti nei documenti rubati per mostrare come Sony abbia fatto pressioni per non fare pubblicare certe notizie al New York Times. The Verge le ha usate per raccontare in che modo, dopo l’abbandono di una legge anti pirateria del 2012, le case cinematografiche e la Motion Picture of America hanno modificato le loro pratiche nella lotta alla pirateria con un progetto chiamato “Project Goliath”. Sono storie che valeva la pena raccontare e che non sarebbero state scritte se non ci fosse stato l’attacco.

Sorkin, invece, crede che «non c’è nulla in quei documenti che possa anche lontanamente sfiorare livello di pubblico interesse, per esempio, dei Pentagon Papers». Mah. Il “livello dei Pentagon Papers” non dovrebbe essere lo standard per capire cosa sia una notizia e cosa no, quando si parla di documenti rubati. Il “pubblico interesse” non riguarda solo la sicurezza nazionale e le politiche pubbliche. I giornalisti a volte creano una falsa gerarchia che fa differenza fra “notizie vere” e “fuffa”, con quest’ultima che viene relegata ad argomento da gossip. Sony, però, è un’azienda enorme che esercita un controllo significativo su parte della cultura popolare americana. I film diffusi dalla Sony hanno un’influenza molto estesa. I documenti che mostrano il “dietro le quinte” dei suoi processi decisionali sono importanti e interessanti.

Certo, non tutti gli articoli pubblicati sul tema sono di qualche interesse. Gawker, per esempio, ha pubblicato un articolo in cui raccontava che Paul Reiser ha mandato un’email alla Sony chiedendo perché non fossero state pubblicate in DVD un numero superiore di stagioni della sitcom Innamorati pazzi. Personalmente non l’avrei pubblicato, ma non credo che sia un abominio dal punto di vista etico: testate diverse hanno standard diversi e pubblicare una mail riguardo un accordo economico non è mai la stessa cosa che diffondere un nudo.

Il lavoro del giornalista è valutare cosa sia una notizia e cosa non lo sia. Togli a un giornalista la possibilità di fare questa scelta, e i giornali diventano più costretti e meno efficienti nella loro funzione di cani da guardia. L’attacco informatico a Sony ha imbarazzato molte persone famose e dirigenti della casa cinematografica. Sarebbe stato molto più imbarazzante se la stampa si fosse concentrata più sul fastidio di Hollywood che sul fare il proprio lavoro.

foto: Koji Watanabe/Getty Images

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