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  • sabato 13 Dicembre 2014

Stiamo fermando l’epidemia di ebola?

Si, secondo l'Economist: il numero di nuovi contagi è stabile o sta calando e la ragione è la diffusione di nuovi comportamenti tra la popolazione dei tre paesi più colpiti

Negli ultimi giorni il numero di nuovi contagiati da ebola in Liberia, uno dei tre paesi più colpiti dall’epidemia cominciata lo scorso dicembre in Africa Occidentale, è crollato: in Sierra Leone rimane molto alto – anche se non cresce più come negli ultimi mesi – mentre in Guinea è stabile. Gli scenari descritti alcuni mesi fa – secondo cui ci sarebbero potuti essere 1,4 milioni di contagiati a gennaio del 2015 – sembrano ormai irrealizzabili. In alcune città della Liberia, per esempio, sembra che la vita stia tornando lentamente alla normalità. Il settimanale Economist ha scritto che stiamo «lentamente e confusamente» vincendo la battaglia contro ebola.

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L’epidemia di ebola in Africa occidentale è iniziata nel villaggio di Meliandou, in Guinea. In un anno circa 20 mila persone sono state contagiate e almeno 6.300 sono morte a causa della malattia. Al momento non esistono né cure né vaccini per ebola, anche se diversi farmaci sperimentali – alcuni piuttosto promettenti – sono attualmente in fase di sperimentazione. Fino ad ora, comunque, la diffusione di ebola non è stata frenata grazie alle medicine. Come ha raccontato un operatore sanitario all’Economist, le popolazioni dei paesi colpiti: «hanno imparato sulla loro pelle» come difendersi dall’epidemia.

Il contagio si è diffuso grazie a un misto di cattive condizioni sanitarie, povertà e ignoranza. Il virus ebola, che appartiene alla famiglia dei filoviridae insieme al virus Marburg, si trasmette tramite il contatto con i fluidi corporei di una persona infetta. Nelle prime fasi della diffusione di ebola, le persone morte per la malattia venivano sepolte secondo i riti tradizionali, che prevedono di lavare a mano i corpi e di baciarli durante il funerale – entrambi procedimenti che potenzialmente possono causare un contagio. Spesso gli ammalati venivano raggiunti e confortati dai parenti, invece che isolati in apposite strutture sanitarie. Oppure venivano cacciati dalle comunità, contribuendo a diffondere il contagio. Inoltre, l’epidemia si era diffusa soprattutto nelle comunità rurali più povere dove c’era una grande sfiducia nei confronti del governo: in pochi erano disposti ad affidare i propri ammalati agli ospedali, preferendo accudirli in casa.

La situazione è migliorata col passare del tempo e con il diffondersi di piccole accortezze sanitarie tra la popolazione: per esempio si sono diffusi i liquidi disinfettanti per lavarsi le mani, e in molti hanno cominciato a limitare notevolmente i contatti fisici con altre persone (non ci si stringe più la mano, ma ci si tocca le braccia o altre parti del corpo coperte dai vestiti). Oggi nei luoghi più affollati, come le chiese, si cerca di mantenere una certa distanza dalle altre persone, e per entrare negli edifici pubblici è necessario sottoporsi al controllo della temperatura corporea.

Anche i sistemi sanitari nazionali sono in qualche misura migliorati, grazie agli aiuti che Sierra Leone, Liberia e Guinea hanno ricevuto. La Liberia, un paese fondato da ex-schiavi americani, ha ricevuto finanziamenti soprattutto dagli Stati Uniti; la Sierra Leone soprattutto dal Regno Unito e la Guinea dalla Francia (la Guinea, ha scritto l’Economist, è stato il paese meno colpito dall’epidemia, probabilmente perché era quello dotato di un sistema sanitario migliore). Ci sono comunque ancora molti problemi e rischi. Ad esempio, se l’epidemia non sarà eliminata del tutto, ma soltanto confinata alle zone rurali, continuerà ad esserci il rischio di una nuova diffusione. In Sierra Leone, inoltre, l’epidemia continua ad essere molto grave, tanto che il governo ha proibito le celebrazioni pubbliche per il Natale e il Capodanno.