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  • giovedì 30 ottobre 2014

La Louisiana sta scomparendo

Decenni di incurie e danni ambientali causati dall'uomo fanno finire sott'acqua 41 chilometri quadrati ogni anno: i soldi per rimediare potrebbero arrivare dalla British Petroleum

La Louisiana è uno stato costiero situato nel sud degli Stati Uniti. Confina con Texas, Arkansas e Mississippi e la sua capitale è Baton Rouge. Gli Stati Uniti l’acquistarono per 60 milioni di franchi dalla Francia nel 1803; in precedenza, era stata anche una colonia spagnola. Buona parte del suo territorio è attraversata dal fiume Mississippi, uno dei più lunghi al mondo, che sfocia a sud di New Orleans. Il Mississippi, negli ultimi millenni, ha contribuito notevolmente a formare il territorio che oggi chiamiamo Louisiana, trascinando con sé detriti e materiali che ne hanno incrementato il territorio. Negli ultimi 80 anni, però, la tendenza si è invertita, e la Louisiana sta lentamente scomparendo.

Le acque marine del Golfo del Messico stanno infatti coprendo molti dei territori costieri dello stato, alla velocità di circa 41 chilometri quadrati all’anno (più o meno quanto il territorio di una piccola città: gli americani per capirsi dicono “un campo da football americano al giorno”). Alcuni giornali hanno scritto che la Louisiana è in tutto il mondo il posto che “perde” più territorio a causa del mare. Entro il 2100, ha previsto la National Oceanic and Atmospheric Administration – un’agenzia governativa ambientale degli Stati Uniti – il livello delle acque nello stato salirà di almeno 130 centimetri, a fronte di un’altezza media di questi territori di circa 90 centimetri sul livello del mare: significa che nel caso l’altezza del terreno rimanga la stessa, gran parte del sudest dello stato – eccetto i territori protetti da argini e dighe – finirebbe sott’acqua.

Stando a diverse ricostruzioni, le cause della scomparsa delle coste della Louisiana sono state prodotte negli ultimi ottant’anni da attività umane. All’inizio del Novecento il Mississippi era solito esondare periodicamente, danneggiando case e campi agricoli degli abitanti: nel 1927 un’alluvione più grave del solito – chiamata in seguito Great Flood – distrusse 130mila case e uccise 500 persone. Un anno dopo, in seguito alla Great Flood, il Congresso approvò il Flood Control Act, grazie al quale il Mississippi venne costretto in una serie di argini che avrebbero impedito nuove gravi esondazioni. Il guaio, come spiega bene un lungo articolo del New York Times Magazineè che paradossalmente le alluvioni del Mississippi erano necessarie alle zone costiere dello stato in quanto riversavano sulla terraferma detriti che rinforzavano e arricchivano il terreno: il nuovo sistema li ridusse di circa la metà.


(la sparizione della costa a Venice, nei dintorni di New Orleans. Fonte, Scientific American)

La Louisiana, inoltre, comprende nelle sue zone costiere poco meno di un decimo del petrolio presente nel territorio degli Stati Uniti, e un quarto delle riserve di gas naturale. Le due industrie forniscono lavoro a circa 65mila abitanti dello stato. Negli anni circa 50mila pozzi di petrolio sono stati scavati nell’area, oltre a una vastissima rete di tubature per far circolare il materiale e soprattutto canali costruiti per fare arrivare le navi direttamente alle raffinerie. I canali hanno permesso che l’acqua marina danneggiasse gli alberi della zona, che con le loro radici contribuivano oltretutto a “tenere assieme” il terreno; i pozzi petroliferi hanno creato delle sacche d’aria nel terreno, provocandone un progressivo abbassamento. Le industrie petrolifere, non appena un pozzo si esauriva, lo abbandonavano senza ripristinare la situazione precedente alla trivellazione.

Nel 2007 lo stato approvò un piano di cinquant’anni da cinquanta miliardi di dollari per porre rimedio alla progressiva scomparsa della costa, costruendo nuovi argini e rinforzando il territorio con materiali artificiali. Il 20 aprile 2010, però, accadde quello che da molti è stato definito il più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti: la piattaforma Deepwater Horizon, della società petrolifera BP, esplose durante la realizzazione di un pozzo a 1.500 metri di profondità nelle acque del Golfo del Messico – e a 80 chilometri dalle coste della Louisiana – causando la morte di 11 persone che lavoravano sulla piattaforma e il riversamento in mare di circa 780 milioni di litri di petrolio, che danneggiarono gravemente le specie animali dell’area e l’economia dello stato, in parte ancora legata alla pesca. La fuoriuscita di petrolio fu arrestata solo tre mesi più tardi, quando ormai si erano riversate in mare 4,2 milioni di barili di petrolio.

A causa dalle difficoltà del governo di reperire i 50 miliardi necessari ad attuare la legge del 2007, scrive il Guardian, il governo della Louisiana sta «confidando» nei risarcimenti di BP per finanziare un programma per risolvere il problema della sparizione delle proprie coste. BP ha già pagato 27 miliardi di dollari per i costi di pulizia delle coste, oltre a una multa concordata di 4,5 miliardi: è ancora in corso, però, il processo che stabilirà la cifra della multa che pagherà BP per aver causato l’esplosione. Un giudice degli Stati Uniti, lo scorso settembre, ha già riconosciuto BP colpevole di “grave negligenza” e ha stabilito che dovrà pagare una multa fino a 18 miliardi di dollari (una decisione definitiva verrà presa a gennaio del 2015). Una legge approvata dal Congresso ha stabilito che l’80 per cento delle multe comminate a BP andranno a finanziare i piani di rinforzamento delle coste danneggiate dall’esplosione, fra cui quella della Louisiana. Una causa indipendente dall’esito di questo processo, invece, è stata intentata contro 97 industrie che hanno estratto gas e petrolio nell’ultimo secolo in Louisiana, per i danni ambientali causati con la costruzione di pozzi e canali.

foto: un faro vicino a Venice, in Louisiana (Mario Tama/Getty Images)

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