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  • giovedì 30 ottobre 2014

Le elezioni americane di metà mandato

Due guide – una completissima e una per chi ha fretta – sul voto del 4 novembre, tra grandi storie, spot assurdi e le prove generali di chi vuole il posto di Obama

di Francesco Costa – @francescocosta

Il 4 novembre del 2014 negli Stati Uniti si vota per le elezioni “di metà mandato” del parlamento: quelle che gli americani chiamano midterm elections (e per questo qualcuno in Italia le chiama di “medio termine”). Il mandato in questione è quello presidenziale: questo tipo di elezioni parlamentari si svolge a due anni dall’ultima elezione presidenziale, e quindi due anni prima della successiva. Alle elezioni di metà mandato si vota per un sacco di cose, esclusa la più importante, il presidente: eppure queste elezioni avranno conseguenze rilevanti sia per Barack Obama che per la competizione per prendere il suo posto nel 2016.

In breve – Si vota il 4 novembre e sono elezioni importanti, anche se non sono le presidenziali.

Le informazioni essenziali, per cominciare
Si vota il 4 novembre perché negli Stati Uniti le elezioni per il Congresso (il parlamento americano) e per la presidenza si tengono sempre il giorno dopo il primo lunedì di novembre. Si rinnovano innanzitutto tutti i 435 seggi della Camera – dove il mandato di ogni deputato dura solo due anni – e 33 seggi al Senato, dove i senatori restano in carica sei anni e ogni due anni se ne rinnova un terzo.
Si vota anche per scegliere i governatori di 36 dei 50 stati americani. Si vota quasi ovunque con un sistema maggioritario: “quasi ovunque” perché gli stati hanno una certa autonomia e ci sono delle eccezioni. In vista di quasi tutte le elezioni del 4 novembre, negli scorsi mesi si sono tenute elezioni primarie sia tra i repubblicani che tra i democratici: ogni confronto ha insomma una sua campagna elettorale di collegio o statale, e tutte insieme fanno capo a una campagna elettorale nazionale.

La posizione del presidente degli Stati Uniti nelle elezioni di metà mandato è complicata: da una parte è tra i pochissimi politici della nazione a non esserne direttamente coinvolto come candidato, dall’altra il suo futuro politico e la sua amministrazione saranno molto influenzati dal loro esito. In teoria durante la campagna elettorale non si parla di lui, trattandosi esclusivamente di elezioni locali; in pratica le sue politiche e la sua popolarità incidono eccome, e in pratica una vittoria o una sconfitta finiranno per rafforzarlo o indebolirlo parecchio. Poi c’è un’altra cosa importante: le elezioni di metà mandato sono l’ultima grande tornata elettorale nazionale prima delle prossime presidenziali, di cui contribuiranno a definire toni e rapporti di forza.

In breve – Si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e un terzo dei seggi del Senato, cioè 33. Si vota anche per scegliere i governatori di 36 dei 50 stati americani. Si vota quasi ovunque con un sistema maggioritario. Si decide, insomma, chi controllerà il Congresso nei prossimi due anni: e conta qualcosa anche in vista delle elezioni presidenziali che si terranno nel 2016.

La situazione di partenza
Dopo quattro anni in cui i Democratici avevano prevalso in entrambe le Camere, dal 2006, i Repubblicani hanno ottenuto la maggioranza alla Camera nelle scorse elezioni di metà mandato, cioè nel 2010. E hanno mantenuto il controllo della Camera nel 2012 nonostante sul piano nazionale i democratici avessero ottenuto più voti: grazie anche al cosiddetto “gerrymandering” – cioè la definizione strumentale e artificiosa dei confini dei collegi maggioritari al fine di sfruttare la distribuzione dei voti – hanno oggi un vantaggio che nessuno pensa i Democratici possano recuperare nel breve periodo. Tutte le rilevazioni statistiche e i sondaggi danno per certo che i repubblicani manterranno il controllo della Camera nel 2014 e che il risultato complessivo sia scontato, anche se in alcuni singoli collegi si stanno tenendo campagne elettorali molto interessanti e in qualche modo emblematiche del clima nazionale. Le cose importanti accadranno però al Senato.

Al Senato i Democratici sono rimasti la maggioranza dal 2006: in questo momento hanno 55 senatori – in realtà 53 più 2 indipendenti che votano quasi sempre con i Democratici – contro i 45 dei repubblicani. La vera e più grande storia di queste elezioni di metà mandato è questa: i Repubblicani riusciranno a ottenere la maggioranza anche al Senato, e quindi nell’intero Congresso, come era successo l’ultima volta con la vittoria di Bush nel 2004? Qui bisogna sapere una cosa importante, innanzitutto: i senatori il cui mandato scade nel 2014 e che saranno sostituiti sono quelli eletti nel 2008, in quella che si ricorda come una vittoria dei Democratici di proporzioni storiche, associata all’elezione di Barack Obama. I Democratici riuscirono a vincere anche in stati da sempre in maggioranza Repubblicani e conservare quei seggi, sei anni dopo, è particolarmente difficile: 21 dei 33 seggi del Senato in ballo sono oggi occupati da Democratici – che quindi hanno più da perdere anche nei semplici numeri – e 7 di questi riguardano stati che solo due anni fa, alle presidenziali vinte da Obama, hanno votato largamente a favore di Mitt Romney – e per giunta nei due anni passati la popolarità di Obama è precipitata. Inoltre, dalla parte dei Repubblicani c’è la storia: il partito del presidente perde quasi sempre seggi alle elezioni di midterm, specie quando il presidente è al secondo mandato.

Secondo gli algoritmi del New York Times, del Washington Post e di FiveThirtyEight – che aggregano i dati dei sondaggi, pesandoli sulla base della loro incidenza nazionale e dei precedenti storici – i Repubblicani hanno rispettivamente il 65, il 93 e il 62,5 per cento di possibilità di ottenere il controllo del Senato. Qualche settimana fa però, secondo il Washington Post, i Democratici avevano invece il 51 per cento di possibilità di mantenere la loro maggioranza. Insomma, i Repubblicani giocano in discesa ma qualcosa ancora può accadere.

In breve – Alla Camera la maggioranza ce l’hanno i Repubblicani e così sarà anche dopo queste elezioni di metà mandato. Al Senato la maggioranza ce l’hanno i Democratici, 55 contro 45. Ai Repubblicani servono insomma 6 seggi per ribaltare la situazione. Particolare importante: i seggi per cui si vota sono quelli assegnati nel 2008, in quella che si ricorda come una vittoria dei Democratici di proporzioni storiche. I Democratici riuscirono a vincere anche in stati da sempre a maggioranza repubblicani e difendere quei seggi, sei anni dopo, è particolarmente difficile: 7 di questi sono in stati che nel 2012, alle presidenziali vinte da Obama, avevano votato largamente a favore Mitt Romney.

Che aria tira?
Tira una brutta aria per i Democratici. Questo nonostante la rovinosa sconfitta di Mitt Romney alle elezioni presidenziali del 2012; nonostante la trasformazione demografica che rischia di far diventare l’elettore repubblicano-tipo – maschio bianco con più di cinquant’anni – una specie in via di estinzione; nonostante la generale insoddisfazione dell’opinione pubblica verso il Congresso, di fatto da quattro anni immobilizzato dall’ostruzionismo dei Repubblicani; nonostante il tasso di disoccupazione sia arrivato al livello più basso dal luglio del 2008 (prima dell’elezione di Obama, prima del fallimento di Lehman Brothers); nonostante l’economia americana abbia da tempo ricominciato a crescere.

I perché sono tanti, e i fattori elencati hanno molti “ma”. La trasformazione demografica minaccia i Repubblicani dal punto di vista nazionale, ma il gerrymandering ha scongiurato grandi conseguenze alla Camera nel breve termine, mentre al Senato si vota in un numero limitato di stati e in contesti molto diversi tra loro. L’insoddisfazione dell’opinione pubblica verso il Congresso è fortissima ma colpisce Democratici e Repubblicani quasi allo stesso modo. Il tasso di disoccupazione è sceso ma si trova ancora intorno al 6 per cento. L’economia cresce ma si tratta della ripresa più lenta da quando si misurano i parametri economici: la maggioranza relativa degli americani nei sondaggi dice di stare ancora peggio che prima dell’inizio della crisi, la maggior parte dei nuovi posti di lavoro è stata creata in questi anni nei settori a basso salario.

Ma la ragione più importante che determina lo scenario attuale è probabilmente – e banalmente – il principio dell’alternanza, dimostrato nei casi precedenti. Alle elezioni di metà mandato del 2006 i Repubblicani persero 19 seggi su 20 al Senato negli stati in cui la popolarità dell’allora presidente George W. Bush era inferiore al 46 per cento; nel 2010 i Democratici vinsero 9 seggi su 10 al Senato che si tenevano in stati dove la popolarità di Obama era superiore al 48 per cento, e persero i 13 seggi (su 15) che si tenevano in stati dove la sua popolarità era più bassa. Conta la popolarità di Obama, quindi, e Obama non è messo bene: il suo tasso di popolarità oscilla da mesi tra il 38 e il 48 per cento, da quattro anni la sua agenda legislativa deve fare i conti con l’ostruzionismo dei Repubblicani al Congresso, alcune delle sue decisioni più popolari (per esempio il ritiro dall’Iraq) si stanno rivelando più problematiche del previsto. Ma soprattutto, a due anni dalla fine della sua carriera politica, Obama è sul punto di diventare quello che nel gergo politico statunitense è chiamato lame duck: “un’anatra zoppa”.

Un presidente che non può ricandidarsi – come Obama, che ha già fatto due mandati – affronta gli ultimi due anni in carica in uno scenario politico nazionale e internazionale che non è già più il suo e non lo considera più davvero un interlocutore, perché proiettato nella definizione e nell’attesa di chi gli succederà: gli elettori non lo trovano più così affascinante, i politici locali non considerano più davvero importanti i suoi endorsement (anzi, alcuni gli chiedono con gentilezza di stare alla larga), i leader internazionali non subiscono la sua influenza, i media non si fanno più la guerra per avere interviste e accesso alla Casa Bianca: è un presidente che se ne sta andando. I Repubblicani possono approfittare di questo momento per usare Obama come un punching ball, e creare così del consenso; i Democratici no e anzi ne patiscono le conseguenze.

A un certo punto, nell’ultimo anno del suo mandato, scattarono una foto a George W. Bush durante un vertice internazionale: è solo una foto, ma rende l’idea.

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In breve – I Repubblicani hanno molti problemi ma i Democratici sono condizionati dalla scarsa popolarità di Obama, dal fatto che la ripresa economica procede molto lentamente e poi banalmente dal principio dell’alternanza: il partito del presidente alle elezioni di metà mandato ha sempre sofferto, soprattutto nelle elezioni di metà del secondo mandato, quando il presidente è avviato verso i due anni di maggior debolezza del suo ufficio.

Cosa succede se i Repubblicani si prendono il Senato?
Uno potrebbe pensare: avere la maggioranza sia alla Camera che al Senato potrebbe permettere ai Repubblicani di approvare – e abrogare – tutte le leggi che vogliono. Ma le cose sono più complicate di così. Innanzitutto il presidente ha il potere di veto: può decidere di non firmare qualsiasi legge il Congresso approvi e faccia finire sulla sua scrivania. Il Congresso può sorpassare il veto del presidente con un voto a maggioranza dei due terzi, cosa che salvo clamorose sorprese non potrà accadere nel prossimo futuro. Ma soprattutto i regolamenti del Senato prevedono che per approvare una gran quantità di norme non basti la maggioranza assoluta dei voti: servono 60 sì su 100, ed è davvero improbabile che i Repubblicani arrivino a tanto. Ecco quindi che la singola norma di cui più si sono lamentati i Democratici in questi anni – quella che impediva loro di approvare una legge al Senato nonostante una maggioranza netta – potrebbe dar loro una mano, consegnandogli il potere ostruzionistico di cui sono stati vittime. Quindi i Repubblicani non potrebbero approvare e abrogare tutto quello che vogliono, e il Senato statunitense va in ogni caso verso mesi di ostruzionismo e trattative faticose, chiunque vinca. Ma anche con una maggioranza semplice al Senato, i Repubblicani possono fare qualcosa.

I regolamenti del Senato prevedono che una maggioranza semplice sia sufficiente innanzitutto per esprimersi sulle nomine presidenziali che hanno bisogno di essere vagliate dal Senato: tradotto, significa che tutte le persone che Obama deciderà di nominare giudice federale – decine e decine ogni anno – dovranno sopravvivere a un esame e a un voto del Senato a maggioranza repubblicana; e lo stesso vale per le persone che deciderà di mettere a capo delle agenzie governative, comprese quelle importanti e influenti come la CIA, la NSA o l’EPA. Inoltre, al Senato basta una maggioranza semplice per approvare norme di natura strettamente economica: secondo alcuni analisti e osservatori, questo potere potrebbe essere sufficiente per smantellare pezzi importanti della riforma sanitaria di Obama, non potendo abrogarla tout court.

Più che quello burocratico o legislativo, però, un Congresso interamente a maggioranza repubblicana avrebbe soprattutto un potere politico: avrebbe il potere di determinare il tono e l’agenda dei due anni che precederanno le prossime elezioni presidenziali. Le leggi che decideranno di discutere al Congresso, le commissioni d’inchiesta parlamentari che decideranno di aprire, i fondi che decideranno di tagliare, i veti che costringeranno Obama a usare: tutto questo metterà i Democratici sulla difensiva, almeno inizialmente, e condizionerà in un modo o nell’altro la strada verso le primarie e le elezioni del 2016. Però vale anche il contrario: e sui Repubblicani ricadrebbe anche la responsabilità del giudizio dell’opinione pubblica sulla loro gestione del Congresso.

In breve – Il presidente ha potere di veto e per far passare le cose più grosse al Senato non basta la maggioranza semplice, servono 60 voti. Qualcosa però i Repubblicani possono fare: possono fare ostruzionismo sulle nomine giudiziarie e governative di Obama, possono approvare misure di bilancio volte a smantellare pezzi della riforma sanitaria. Dovessero avere la maggioranza anche al Senato, però, i Repubblicani avrebbero anche maggiori preoccupazioni: a quel punto sarebbero gli unici responsabili delle azioni del Congresso, di fronte all’opinione pubblica.

Come fanno i Repubblicani a prendersi il Senato?
I Repubblicani hanno oggi 45 senatori: per ottenere la maggioranza devono arrivare almeno a 51. Dovessero conservare tutti i seggi che occupano già oggi, quindi, gli basterebbe sottrarne sei dei 21 in ridiscussione che erano occupati dai Democratici: e sette di questi 21 Democratici uscenti sono stati eletti in Alaska, Arkansas, Louisiana, Montana, South Dakota e West Virginia, tutti stati dove Mitt Romney ha vinto – in alcuni casi stravinto – alle elezioni presidenziali in cui è stato battuto da Barack Obama del 2012.

Le cose potrebbero diventare più complicate per i Repubblicani se i Democratici togliessero loro uno o più seggi dei loro 12 in ballo, impedendogli di conservare i 45 che già controllano. Un caso del genere potrebbe verificarsi in Kentucky, dove Mitch McConnell – capo dei Repubblicani al Senato – non è saldissimo, ma soprattutto in Georgia e in Kansas. Ma anche i Repubblicani hanno opzioni e strade alternative, dovessero perdere seggi.

In breve – Ai Repubblicani basta vincere in sei dei sette stati dove ci sono democratici uscenti ma dove Romney vinse nel 2012: Alaska, Arkansas, Louisiana, Montana, South Dakota e West Virginia. Ma anche gli dovesse andar male in alcuni di questi stati, e anche se i democratici dovessero toglier loro dei seggi altrove, i repubblicani hanno altre opportunità.

Le singole elezioni che decideranno tutto, probabilmente
Ci sono tre stati in cui il senatore Democratico uscente ha deciso di non ricandidarsi: in questi casi il nuovo candidato Democratico soffre lo stesso gli svantaggi dell’essere percepito come uscente, incumbent – uno di quelli al potere, insomma – ma senza i vantaggi di chi è effettivamente al potere in termini di visibilità, influenza e accesso a finanziamenti.

In Montana il senatore uscente è Max Baucus, che è diventato ambasciatore americano in Cina. Il candidato scelto dai Democratici si è ritirato quando si è scoperto che aveva copiato la sua tesi di laurea. Gli è subentrata una deputata locale, Amanda Curtis, che praticamente non ha speranze.
In West Virginia ha deciso di non ricandidarsi Jay Rockefeller (uno di quei Rockefeller), dopo trent’anni di mandato: fu eletto per la prima volta quando lo stato era Democratico, ora è a grande maggioranza Repubblicano.
In South Dakota ha deciso di non ricandidarsi Tim Johnson e i Repubblicani hanno candidato Mike Rounds, popolarissimo ex governatore dello stato: i Democratici stanno investendo molti soldi tentando di smuovere almeno i sondaggi ma hanno pochissime speranze, anche perché in campo c’è pure un buon candidato indipendente. Larry Lee Pressler, già senatore con i Repubblicani dal 1979 al 1997, fu il primo veterano della guerra in Vietnam a essere eletto in Senato: negli ultimi anni però si è avvicinato ai Democratici e ha sostenuto Obama. Curiosità: fu l’unico senatore a rifiutare i tentativi di corruzione dell’FBI nell’operazione che ha ispirato il film American Hustle.

E questi intanto sono tre seggi che probabilmente passeranno dai Democratici ai Repubblicani. Ce ne vogliono altri tre.

Come abbiamo detto, ci sono altri quattro democratici uscenti in stati che nel 2012 votarono per Romney. Di più: tre di questi stati votarono per Romney con un distacco di più di 10 punti. I giochi si faranno probabilmente in questi quattro stati e i sondaggi dicono che non sono ancora fatti.

In Alaska il senatore Democratico uscente è Mark Begich: per dare un’idea dell’aria che tira da quelle parti, Begich nel 2008 vinse con appena 5mila voti di scarto su un avversario Repubblicano che poco prima del voto era stato condannato per corruzione. I Repubblicani a questo giro candidano Dan Sullivan, uno che ha fatto il funzionario politico a Washington per tutta la sua vita e che deve a Sarah Palin, ex governatrice dello stato, gran parte della sua recente carriera. Il Repubblicano è in vantaggio di poco nei sondaggi, ma l’Alaska non è un posto di sondaggi affidabilissimi.

Poi c’è l’Arkansas, dove il senatore uscente è il Democratico Mark Pryor. Anche lui fu eletto in modo piuttosto rocambolesco nel 2002 – il suo avversario finì in una storia di infedeltà coniugali – e riuscì a essere confermato nel 2008, ma stavolta sarà molto più difficile. Il candidato Repubblicano si chiama Tom Cotton ed è una specie di giovane e popolare eroe di guerra, che ha combattuto in Iraq e in Afghanistan collezionando medaglie al valore, ed è pure laureato ad Harvard. I sondaggi in Arkansas sono molto equilibrati. Pryor ha fatto uno degli spot più discussi di queste elezioni, in cui parla di quanto gli piace la Bibbia.

Dicevamo del fatto che ogni stato vota con le sue regole: la Louisiana per esempio non fa le primarie. Quindi il 4 novembre si voterà per una specie di primo turno, con tutti i candidati insieme, Democratici e Repubblicani: se nessun candidato otterrà più del 50 per cento, si terrà un ballottaggio il 6 dicembre. Insomma se ne sa ancora pochissimo. La senatrice uscente è la Democratica Mary Landrieu.

Il quarto stato è la North Carolina. La senatrice uscente è la Democratica Kay Hagan ed è in leggero vantaggio, secondo i sondaggi; però Thom Tillis, il candidato Repubblicano, è influente, famoso nello stato e ben finanziato, e tutto è considerato ancora molto aperto.

In breve – Salvo sorprese clamorosissime, in Montana, West Virginia e South Dakota i Repubblicani sono sicuri di vincere. Gli altri stati in cui hanno buone possibilità, ma in cui i giochi sono più equilibrati, sono Alaska, Arkansas, Louisiana e North Carolina.

Altre elezioni al Senato da tenere d’occhio?
Una delle regole della politica americana è tenere sempre d’occhio l’Iowa. Il motivo è che l’Iowa è lo stato da cui cominceranno le primarie per scegliere i candidati alla presidenza, e quindi nonostante la sua ridotta dimensione e importanza la politica dell’Iowa ha un’influenza notevole. I deputati e i senatori eletti il 4 novembre quali candidati sosterranno, tra due anni? E i candidati deputati e senatori sostenuti da Hillary Clinton, da Chris Christie e dagli altri possibili candidati vinceranno o perderanno il 4 novembre? In Iowa il senatore uscente, il Democratico Tom Harkin, non si ricandida: gli sfidanti sono il Democratico Bruce Braley, stimato deputato di lungo corso, e la Repubblicana Joni Ernst, autrice probabilmente del più assurdo spot televisivo di queste elezioni.

Ernst parla del suo essere cresciuta in una fattoria «castrando maiali»; se gli elettori la manderanno a Washington, dice, lei saprà come fare urlare tutti quei porci.

Altri due posti: Colorado e New Hampshire. In Colorado il senatore uscente è il Democratico Mark Udall, che si ricandida. Il Repubblicano si chiama Corey Gardner. È un’elezione interessante perché il Colorado è uno stato storicamente Repubblicano che a causa dei recenti cambiamenti demografici – ci vivono oggi un sacco di latinoamericani – è diventato Democratico (è anche, da poco, uno dei due stati americani ad aver legalizzato la marijuana per scopo ricreativo). Fino a sei mesi fa Udall era quasi sicuro di vincere ma negli ultimi due mesi Gardner – che ha idee molto conservatrici, soprattutto sull’aborto – ha rimontato parecchio.

L’elezione del New Hampshire invece è interessante perché i repubblicani candidano Scott Brown, che è lui. Era lui.

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Scelto nel 1982 da Cosmopolitan come “uomo più sexy d’America”, Brown si è pagato l’università facendo il modello: poi si è laureato in Legge, ha fatto l’avvocato e il politico locale, e nel 2010 fece parlare di sé sui giornali di tutto il mondo perché divenne senatore – da Repubblicano – vincendo le elezioni suppletive indette in Massachusetts dopo la morte del leggendario Ted Kennedy. Due anni dopo cercò la conferma per un mandato intero e fu sconfitto da Elizabeth Warren; ora ha spostato la sua residenza dal Massachusetts al New Hampshire e ha vinto le primarie repubblicane. Politicamente è un moderato. La senatrice uscente è Jeanne Shaheen: l’unica americana nella storia a essere stata sia senatrice che governatrice (per tre mandati). Insomma è una che fa politica da quarant’anni: apprezzata e stimata, ma sempre una che fa politica da quarant’anni.

In breve – L’Iowa va tenuto d’occhio perché è lo stato dove iniziano le primarie delle presidenziali e perché c’è una candidata Repubblicana piuttosto sopra le righe. Il Colorado perché è un ex stato Repubblicano che i cambiamenti demografici hanno fatto diventare Democratico. Il New Hampshire perché il candidato Repubblicano è l’ex senatore del Massachusetts, che ha perso le elezioni nel 2012 e nel frattempo ha cambiato residenza per ricandidarsi altrove. Prima faceva il modello, cosa che spiega quell’uomo nudo che vi è passato davanti mentre scorrevate la pagina.

Dove possono recuperare i Democratici?
Ci sono tre collegi oggi occupati dai Repubblicani dove i Repubblicani potrebbero andare male. Il primo è in Kentucky ed è particolarmente importante perché il Repubblicano uscente è Mitch McConnell, il capogruppo dei Repubblicani al Senato. È un anziano, noioso e imbolsito politico Repubblicano di lungo corso, come quelli dei film; la sua sfidante è un’agguerrita trentacinquenne che si chiama Alison Lundergan Grimes. McConnell è favorito, comunque. In questo spot, Grimes mostra quanto ci tenga a non essere avvicinata a Barack Obama, che in teoria è il capo del suo partito.

In Georgia i Democratici candidano Michelle Nunn, che è figlia di un grande ex senatore della Georgia ed è – sorpresa – l’ex capo di una ong fondata da George H. W. Bush, di cui il presidente è il fratello di George W. Bush. Anche il Repubblicano è l’ultimo di una lunga dinastia: David Perdue, imprenditore, cugino di un ex governatore della Georgia. E anche in Georgia il voto del 4 novembre è solo un primo turno: se nessun candidato otterrà più del 50 per cento dei voti, si andrà al ballottaggio. Il Kansas invece è uno stato super Repubblicano dove il senatore Repubblicano uscente – Pat Roberts – lavora a Washington dagli anni Sessanta e non ha nemmeno casa in Kansas. Lo sfidante si chiama Greg Orman, è molto ricco e si candida come indipendente.

In breve – ln Kentucky c’è un pezzo molto grosso dei Repubblicani che non è certo di vincere. In Georgia c’è un’elezione un po’ matta: i Democratici candidano un’amica e collaboratrice dei Bush, per esempio. Il Kansas è uno stato super Repubblicano dove il candidato super Repubblicano potrebbe perdere.

Alla Camera vinceranno i Repubblicani, ok, ma non c’è niente di interessante?
Tutt’altro. Nel collegio Utah-4, per esempio, potrebbe essere eletta alla Camera la prima donna Repubblicana nera. Si chiama Mia Love, fece parlare di lei dopo il suo apprezzato discorso alla convention Repubblicana del 2012 a Tampa ma poi perse le elezioni. Ora si ricandida e ha un grande vantaggio sul suo avversario. Nel collegio New Hampshire-1 c’è una sfida ricorrente: nel 2006 fu eletta la Democratica Carol Shea-Porter, che quattro anni dopo perse contro il Repubblicano Frank Guinta. Nel 2012 rivinse Shea-Porter. Nel 2014 a sfidarla è di nuovo Frank Guinta.

Nel collegio Arizona-2 c’è un’altra storia notevole. Il deputato uscente è un Democratico e si chiama Ron Barber: è un ex collaboratore di Gabrielle Giffords, la deputata a cui spararono in testa a Tucson nel 2010. Lui era lì e fu ferito da un colpo di pistola. Giffords gli chiese di candidarsi al suo posto nel 2012 e lui vinse, prima a giugno nelle suppletive e poi a novembre nelle elezioni legislative. Ma di poco. Martha McSally, la Repubblicana che perse per pochissimi voti due anni fa, si ricandida e potrebbe vincere. Nel collegio California-52 i Repubblicani candidano Carl DeMaio, imprenditore e gay: dovesse vincere, diventerebbe il primo uomo gay sposato alla Camera.

In breve – Nello Utah c’è una candidata che potrebbe diventare la prima donna nera Repubblicana alla Camera. ln New Hampshire ci sono gli stessi due candidati del 2010 e del 2012. In Arizona il deputato uscente è un ex collaboratore di Gabrielle Giffords, uno dei feriti nella sparatoria di Tucson nel 2010. E in California c’è un candidato Repubblicano gay e sposato.

Altri fattori: l’affluenza e i soldi
L’affluenza alle elezioni di metà mandato di solito è più bassa di quella delle presidenziali, che già non è altissima (nel 2012 votarono il 58,2 per cento degli aventi diritto). Anche alle primarie è andata a votare meno gente che in passato, soprattutto a quelle dei Repubblicani: e l’affluenza alle primarie è storicamente considerata un indicatore dell’interesse e del coinvolgimento degli elettori dei singoli partiti. Dovrebbero essere soprattutto i Democratici a patire il calo dell’affluenza e dell’entusiasmo dei propri elettori. Ma anche gli elettori stessi ne potrebbero subire dei danni: vi ricordate che durante le proteste di Ferguson, ci si stupì del fatto che una città col 67 per cento di afroamericani avesse un consiglio comunale composto quasi esclusivamente da bianchi? La spiegazione: alle ultime elezioni comunali a Ferguson l’affluenza era stata del 12 per cento.

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Anche riguardo ai soldi le buone notizie per i Democratici sono poche. Continuano a raccogliere più soldi dei Repubblicani, soprattutto grazie al fatto di avere più parlamentari uscenti tra i candidati, ma i Repubblicani hanno praticamente rimontato lo svantaggio.

In breve – L’affluenza sarà persino più bassa del solito e questo danneggerà soprattutto i Democratici. I Repubblicani hanno rimontato anche sul fronte dei fondi e delle donazioni.

E i governatori?
Si vota per i governatori in 36 stati, tra questi ci sono anche l’Arizona (dove la governatrice uscente Jan Brewer ha promosso e approvato una durissima legge sull’immigrazione), il Texas (dove Rick Perry non si ricandida e i Democratici candidano Wendy Davis, di cui avete forse sentito parlare ma che salvo miracoli perderà), la California, l’Ohio, la Florida, il Colorado (dove il governatore uscente, il democratico John Hickenlooper, cerca la rielezione: e se vincerà andrà tenuto d’occhio in vista delle presidenziali), il Wisconsin (dove il governatore uscente Scott Walker è quello che ce l’ha a morte coi sindacati), la Georgia (dove il candidato democratico è il nipote di Jimmy Carter) e lo stato di New York (dove per Andrew Cuomo vale la stessa cosa detta per Hickenlooper).

In breve – Saranno la cosa meno seguita di queste elezioni ma qualche storia interessante c’è. Su tutte, Arizona, Colorado e Wisconsin.

Tutto questo alla luce del 2016 cosa cambia?
Cambia qualcosa. Tenere presente una cosa, innanzitutto: lo stesso principio dell’alternanza che potrebbe permettere ai Repubblicani una larga vittoria nel 2014 potrebbe favorire i Democratici nel 2016, come successo nel 2010 e nel 2012. E nel 2016 i Repubblicani al Congresso dovranno difendere i loro seggi nei posti storicamente ostili come quelli in cui vinsero nel 2010 (al Senato) o in cui vinceranno quest’anno (alla Camera).

Inoltre, come abbiamo visto, la probabile vittoria dei Repubblicani al Senato darebbe loro più voce e influenza ma permetterebbe loro di conseguire poco: organizzerebbero un sacco di voti simbolici – negli ultimi quattro anni la Camera ha votato 54 volte l’abrogazione o la modifica radicale della riforma sanitaria, inutilmente – e rischiano di trovarsi nel 2016 a difendersi dall’accusa di non aver combinato niente. A meno che non decidano di fare accordi e compromessi con Obama, cosa che non hanno mai fatto in questi sei anni: e in quel caso dovrebbero difendersi dai loro elettori che li accuseranno di essere dei traditori.

Insomma, sarebbe precipitoso interpretare la probabile vittoria dei Repubblicani a queste elezioni di metà mandato come una spinta ai candidati Repubblicani alle presidenziali del 2016. Il risultato delle elezioni di metà mandato contribuirà a determinare il tono e l’agenda politica dei prossimi due anni, e quindi influenzerà eccome le primarie: se i Repubblicani proporranno una riforma restrittiva dell’immigrazione, per esempio, questo potrebbe peggiorare ulteriormente la posizione degli aspiranti presidenti Repubblicani in stati come l’Arizona o il Colorado. Mitt Romney nel 2012 ottenne solo il 27 per cento dei voti degli elettori latinoamericani.

La bottom line è che in un sistema come quello americano le elezioni presidenziali le fanno soprattutto i candidati. La sola eventuale – e probabile – candidatura di Hillary Clinton avrebbe sull’intera campagna elettorale conseguenze più significative del risultato di queste elezioni di metà mandato: su chi si candiderebbe comunque, su chi no, su chi guadagnerebbe possibilità e chi ne perderebbe. Il 4 novembre i Democratici rischiano di incorrere in una delle sconfitte peggiori della loro storia e sarebbe una sconfitta che avrebbe conseguenze politiche e cambierebbe lo scenario: ma la campagna per le elezioni presidenziali che comincerà ufficiosamente il giorno dopo – davvero il giorno dopo – sarà in ogni caso una nuova partita.

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