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  • lunedì 20 Ottobre 2014

Il paese che sta facendo di più contro ebola è Cuba

È il primo per medici e infermieri inviati nei paesi coinvolti dall'epidemia: ed è un peccato che non abbia relazioni con gli Stati Uniti, che sono quelli che danno più soldi

Cuba è un arcipelago di isole caraibiche: è abitato da 11 milioni di persone e si trova a più di 7.200 chilometri dalle coste dei paesi dell’Africa occidentale, dove il virus ebola si sta diffondendo e ha già provocato la morte di più di 4500 persone. Nonostante questo, Cuba è il paese che si sta impegnando di più per limitare l’epidemia e che ha mandato il maggior numero di personale medico e sanitario in Africa. A inizio ottobre Raul Castro, presidente di Cuba, aveva inviato 62 dottori e 103 infermieri in Sierra Leone, uno dei tre paesi africani più colpiti dal virus (con Guinea e Liberia), dopo più di due settimane di preparazione con esperti internazionali. Pochi giorni fa l’ex presidente Fidel Castro ha annunciato che in poco tempo altri 300 tra dottori e infermieri partiranno per l’Africa.

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), in una conferenza stampa di metà settembre, ha ringraziato Cuba per il suo contributo e ha auspicato che altri paesi prendano il suo esempio. Tutto il personale medico inviato da Cuba ha più di quindici anni di esperienza e ha già lavorato in altri paesi affrontando disastri naturali o altre epidemie di malattie; molti di loro hanno già lavorato in Africa, se non addirittura in Sierra Leone. Cuba infatti è famosa in tutto il mondo – oltre che per essere dal 1959 una dittatura comunista – per l’abilità di formare ottimi dottori e infermieri che partecipano spesso a operazioni umanitarie all’estero. Oggi più di 50.000 dottori formati a Cuba lavorano in 66 paesi; 4.000 di questi si trovano soltanto in Africa, in 32 nazioni.

Lunedì 20 ottobre il New York Times ha pubblicato un editoriale non firmato – che rappresenta quindi la linea del giornale – sull’importante ruolo che Cuba sta avendo in questa epidemia. Secondo il New York Times, infatti, i timori dei governi e dell’opinione pubblica per il virus ebola in Occidente non hanno determinato un’adeguata risposta dalle nazioni che avrebbero di più da offrire. Mentre gli Stati Uniti e molte altre nazioni ricche sono state più che disposte a stanziare fondi e inviare soldi, solo Cuba e poche organizzazioni non governative hanno inviato quello che davvero serve: personale medico qualificato sul campo.

Al momento l’OMS sta supervisionando le operazioni dei medici cubani in Africa, ma non è chiaro come curerà ed evacuerà i cubani che dovessero ammalarsi. Trasportare pazienti in quarantena richiede team qualificati e aerei speciali: molte compagnie assicurative che forniscono servizi medici di evacuazione hanno già fatto sapere che non trasporteranno pazienti con ebola. Le operazioni potrebbero essere piuttosto costose, a meno che un’altra nazione non offra il proprio aiuto a Cuba. Il personale medico cubano in ogni caso sa a che rischi sta andando incontro, avendolo già fatto altre volte. Nel 2010 i medici cubani ebbero un ruolo fondamentale nel curare i pazienti con il colera dopo il terremoto ad Haiti, ma alcuni tornarono a casa malati e Cuba si ritrovò con la sua prima epidemia di colera dopo cento anni. Un’epidemia di ebola a Cuba potrebbe creare molti più danni e aumenterebbe le possibilità di una diffusione rapida negli Stati Uniti.

L’editoriale inoltre fa notare come sia un peccato che gli Stati Uniti, il paese che sta donando più risorse per combattere l’epidemia di ebola, non abbia nessun rapporto diplomatico con Cuba, il paese che sta fornendo la più grande delegazione medico-sanitaria. In questo caso i rapporti storicamente molto complicati – l’embargo, le quasi guerre, lo spionaggio, eccetera – possono davvero essere una questione di vita o di morte, perché gli sforzi dei due paesi sarebbero molto più efficaci se adeguatamente coordinati. Dopo le parole di Fidel Castro sul giornale cubano Granma riguardo una cooperazione con gli Stati Uniti per la sicurezza mondiale, anche il New York Times auspica quindi che l’epidemia di ebola possa portare a un cambio di atteggiamento da parte degli Stati Uniti nei confronti di Cuba.