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  • lunedì 29 settembre 2014

A Hong Kong continuano le proteste

Migliaia di persone hanno occupato strade e piazze bloccando il traffico e le principali attività: banche, uffici e scuole sono chiusi, dopo un weekend di proteste, scontri e arresti

A Hong Kong proseguono le proteste organizzate per chiedere elezioni libere, dopo due giorni di manifestazioni e occupazioni nel centro della regione amministrativa speciale della Cina. Migliaia di persone stanno occupando strade e piazze causando il blocco del traffico nel centro della città. Molte banche, scuole e uffici sono rimasti chiusi, nonostante l’amministrazione locale avesse invitato i manifestanti a liberare le principali strade. Nella giornata di lunedì le proteste di sono allargate ad altri quartieri più periferici, una zona residenziale e una per lo shopping. Dopo le tensioni di domenica tra manifestanti e polizia, con scontri e lanci di gas lacrimogeni, la situazione sembra essere più calma e non ci sono notizie di particolari violenze. La polizia ha arrestato domenica circa 80 persone, e ne aveva fermate altre 70 nella giornata di sabato. Secondo le autorità almeno 40 persone sono rimaste ferite negli scontri degli ultimi giorni.

Il capo del governo locale, Leung Chun-ying, ha rassicurato la popolazione dicendo che le voci circolate da domenica su un possibile intervento da parte dell’esercito cinese sono infondate. Ha poi chiesto alla popolazione di calmarsi e spiegato che non ci devono essere preoccupazioni sulle prossime elezioni, previste per il 2017.

Ex colonia britannica, Hong Kong ha raggiunto una propria autonomia alla fine degli anni Novanta, ma per quanto riguarda la politica estera e la difesa è strettamente dipendente dal governo di Pechino, che nel 2008 ha valutato per la prima volta la possibilità di tenere elezioni dirette nella regione speciale nel 2017. L’intenzione è stata confermata a fine estate, ma con condizioni molto particolari. È stato deciso che la lista dei candidati alle politiche sarà composta e selezionata da un comitato speciale, nominato direttamente dal governo cinese. Occupy Central, un movimento locale di disobbedienza civile, aveva organizzato a giugno un referendum non ufficiale per chiedere elezioni libere, ed è ora la principale guida e fonte di ispirazione per le proteste.

Nella notte tra domenica e lunedì, migliaia di persone sono rimaste accampate nei pressi degli uffici governativi di Hong Kong. Per proteggersi da eventuali cariche della polizia, i manifestanti hanno costruito alcune barricate e altre protezioni. La polizia ha chiesto ai manifestanti di abbandonare le loro posizioni, in vista dell’inizio della settimana lavorativa e delle ore di punta del traffico dovuto all’arrivo dei pendolari in centro città, ma buona parte dei manifestanti ha mantenuto le posizioni bloccando alcune strade.

L’amministrazione locale è stata costretta a deviare o cancellare almeno 200 linee di autobus e alcune fermate della metropolitana, in prossimità con le zone occupate, sono state chiuse per precauzione. Decine di scuole sono rimaste chiuse e diverse banche hanno sospeso le loro attività, lasciando gli uffici chiusi.

Oltre alla possibilità di avere elezioni libere, i manifestanti chiedono che il governatore Leung si dimetta. Secondo loro, solo attraverso le sue dimissioni si potrà aprire una fase nuova e si potranno ottenere maggiori aperture democratiche. Il governo cinese ha confermato la propria fiducia nei confronti di Leung e dell’amministrazione locale, dicendo di essere certo che la situazione sarà gestita localmente senza la necessità di un intervento su più ampia scala. Molte delle notizie su cosa sta accadendo a Hong Kong sono state censurate nel resto della Cina e ci sono notizie di censure ai social network, compreso un blocco di Instagram: secondo diversi analisti, il governo cinese teme che le proteste si possano diffondere in altre aree del paese, dove ci sono insofferenze e insoddisfazioni nei confronti del sistema monopartitico. Il ministro degli esteri cinese ha invitato la comunità internazionale a non intromettersi nella vicenda e a non dare sostegno a quelle che definisce “manifestazioni illegali”.

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