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  • sabato 20 Settembre 2014

45mila profughi curdi in Turchia

Sono gli abitanti di alcuni villaggi del nord della Siria attaccati dallo Stato Islamico: insieme a loro sono rientrati in territorio turco anche i 46 ostaggi rapiti a Mosul

Più di 45mila profughi curdi sono entrati in Turchia nelle ultime 24 ore, ha detto il governo turco. Sono in gran parte donne, anziani e bambini fuggiti dalla parte settentrionale della Siria in seguito agli scontri tra le forze curde locali, riunite nella sigla YPG, e le milizie dello Stato Islamico, gruppo estremista sunnita che controlla parte del territorio iracheno e siriano. Circa 60 villaggi curdi sono stati conquistati negli ultimi due giorni dall’IS, e le milizie curde che si trovavano lì sono state costrette a ritirarsi. Nelle stesse ore circa 300 combattenti curdi hanno attraversato il confine turco diretti in Siria per combattere lo Stato Islamico.

La parte meridionale della Turchia confina con la Siria settentrionale, una zona controllata in larga parte dai curdi siriani che si oppongono sia al regime siriano di Bashar al Assad che alle milizie dello Stato Islamico. Negli ultimi giorni l’IS ha lanciato un’offensiva a sorpresa contro alcune di queste aree, costringendo migliaia di persone a lasciare le proprie case e ad andare verso il confine turco. Dall’inizio della guerra civile siriana, nel 2011, la Turchia ha già accolto quasi 900mila profughi siriani.

Nella giornata di sabato la fuga dei profughi si è intrecciata con un altro evento molto importante. Mentre i valichi di frontiera venivano aperti per consentire l’ingresso dei profughi, nella stessa zona è arrivato il convoglio che stava riportando in Turchia i 46 ostaggi turchi catturati dallo Stato Islamico lo scorso giugno a Mosul, seconda città irachena in ordine di grandezza. A quanto pare, per evitare scontri tra gli uomini (probabilmente appartenenti all’IS) che scortavano gli ostaggi e le milizie curde, il convoglio con gli ostaggi ha dovuto attendere la notte prima di attraversare il confine.

Nelle prime ore di sabato 20 settembre i 46 ostaggi sono stati liberati e al momento si trovano nella capitale Ankara. Gli ostaggi erano stati rapiti al consolato turco di Mosul, città che ora si trova sotto il controllo dei miliziani dello Stato Islamico. Secondo diversi analisti, la presenza degli ostaggi era stata una delle ragioni che avevano spinto il governo turco a contribuire soltanto in minima parte alla grande coalizione messa in piedi dagli Stati Uniti per combattere l’IS in Iraq e in Siria.

Gli ostaggi erano tutti diplomatici, personale del consolato o membri delle forze di polizia. Altri tre ostaggi catturati nello stesso attacco, tre cittadini iracheni, sono stati liberati e al momento si trovano in Iraq. Il quotidiano turco Hurriyet ha cercato di raccogliere le poche informazioni al momento disponibili sul rilascio degli ostaggi, intervistando alcune fonti diplomatiche che hanno voluto rimanere anonime. Stando a quanto sostengono le fonti sentite da Hurriyet e alle dichiarazioni del governo turco, non ci sarebbe stato alcun pagamento di riscatto né alcuno scambio di prigionieri. Non ci sarebbe stata nemmeno un’operazione militare. A quanto pare la liberazione è avvenuta in modo pacifico. Le trattative sono state condotte principalmente dai servizi di intelligence turchi, in collaborazione con le forze armate e il ministero degli Esteri turco.

Sempre secondo le fonti di Hurriyet, dallo scorso luglio – quando vennero liberati 32 autisti di camion turchi catturati dallo Stato Islamico (un’altra liberazione su cui ci sono pochissime informazioni) – le autorità turche avrebbero avuto cinque diverse occasioni per liberare gli ostaggi rapiti a Mosul. Le milizie dello Stato Islamico sarebbero riuscite a prevenire questi tentativi spostando gli ostaggi per otto volte nel corso degli ultimi tre mesi. Non si conoscono ancora le condizioni di prigionia in cui sono stati tenuti i turchi: uno di loro ha detto però ai giornalisti che «sono accadute cose spiacevoli».

La liberazione dei 46 funzionari del consolato di Mosul ha messo fine a quella che il Guardian ha definito la “più grave crisi di ostaggi” nella storia turca. Ma ci sono ancora molti dubbi su come questo episodio influenzerà l’atteggiamento della Turchia nella coalizione internazionale contro l’IS: il governo di Ankara ha dato un’adesione di massima alla coalizione per combattere lo Stato Islamico promossa dagli Stati Uniti, ma ha fissato numerosi paletti al suo coinvolgimento. Per esempio, il paese non consentirà l’utilizzo delle sue basi militari per colpire lo Stato Islamico e non parteciperà alle operazioni per armare e addestrare i gruppi che combattono i miliziani dell’IS in Siria. Una settimana fa il vice-primo ministro Yalçın Akdoğan aveva assicurato che se non fosse stato per gli ostaggi la Turchia avrebbe appoggiato la coalizione in maniera più diretta.

Secondo diversi esperti, però, ci sono altri motivi oltre agli ostaggi che hanno spinto la Turchia a restare poco attiva all’interno della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Per esempio colpire lo Stato Islamico significherebbe fare indirettamente un favore al regime siriano, che la Turchia considera uno dei suoi principali avversari nella regione. Armare i ribelli che combattono l’IS significa fornire armi ed equipaggiamenti ai curdi iracheni e forse anche ai curdi siriani, molto legati al PKK, un’organizzazione indipendentista curda considerata un gruppo terroristico da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea. Il PKK e il governo turco si sono scontrati per quasi trent’anni prima di giungere alla firma di una tregua nel marzo del 2013.