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  • sabato 6 Settembre 2014

La storia di un jihadista mancato

Lo scrittore Michael Muhammad Knight racconta come e perché appena si convertì all'Islam anche lui pensò di andare a combattere con gli estremisti islamici

di Michael Muhammad Knight - Washington Post

Michael Muhammad Knight è uno scrittore americano figlio di un predicatore pentecostale, cresciuto dalla madre di origine irlandese e di religione cattolica. A quindici anni si convertì all’Islam e andò a studiare in una scuola coranica in Pakistan. Sul Washington Post ha raccontato la sua esperienza di quegli anni, quando pensò di andare in Cecenia per combattere il jihad contro il governo russo che occupava il paese.

Lo Stato Islamico ha appena pubblicato un nuovo video di una cruenta decapitazione, ancora una volta compiuta da alcuni jihadisti nati in Occidente. Come accade spesso ricevo dei messaggi che mi chiedono spiegazioni. Perché vedete: quel jihadista avrei potuto essere io.

Vent’anni fa lasciai la mia scuola cattolica nello stato di New York per studiare in una madrassa finanziata dall’Arabia Saudita in Pakistan. Ero un neo-convertito, e colsi l’opportunità di vivere in una moschea e studiare il Corano per tutto il giorno. Succedeva a metà degli anni Novanta durante un’escalation della resistenza cecena contro la dominazione russa. Dopo ogni lezione accendevamo la televisioni e guardavamo le notizie di sofferenza e distruzione in quel paese. I video erano sconvolgenti. Così sconvolgenti che presto cominciai a pensare di abbandonare la mia educazione religiosa, prendere un’arma e andare a combattere per la libertà dei ceceni.

Non era un verso del Corano che mi spingeva a desiderare di combattere, ma piuttosto i miei valori americani. Sono cresciuto nell’America di Reagan degli anni Ottanta. Ho imparato dai cartoni di G.I. Joe che (come nelle parole della sigla) bisogna “combattere per la liberà, ovunque è in pericolo”. Pensavo che gli individui hanno il diritto e il dovere di intervenire ovunque nel mondo percepiscano che ci siano minacce alla libertà, alla giustizia e all’eguaglianza.

Per me il desiderio di andare in Cecenia non poteva essere ridotto alla mia “rabbia musulmana” o al mio “odio per l’Occidente”. Può essere difficile da credere, ma pensavo alla guerra in termini compassionevoli. Come molti altri americani mossi dall’amore per il loro paese a servire le forze armate, io desideravo combattere l’oppressione e proteggere la sicurezza e la dignità degli altri. Credevo che il nostro mondo non fosse messo bene. Avevo fiducia in una qualche soluzione magica, nel fatto che il mondo potesse essere sistemato con la pratica dell’Islam autentico e con un vero sistema islamico di governo. Ma pensavo anche che lavorare per la giustizia fosse più importante della mia stessa vita.

Alla fine decisi di restare a Islamabad. Le persone che mi convinsero a non combattere non erano il tipo di musulmani che nei media appaiono come liberali, riformatori e amici dell’Occidente. Erano profondamente conservatori; qualcuno li avrebbe chiamati “intolleranti”. Nello stesso ambiente nel quale mi dissero che la mia madre non musulmana avrebbe bruciato nel fuoco eterno, mi dissero anche che potevo fare più bene al mondo come studioso che come soldato e che dovevo aspirare ad essere qualcosa di più di un corpo in una fossa comune. Questi tradizionalisti mi ricordarono la frase in cui Maometto dice che l’inchiostro degli studiosi è più sacro del sangue dei martiri.

I media in genere disegnano un linea molto chiara tra le categorie di buoni e cattivi musulmani. I miei fratelli in Pakistan avrebbero reso molto più complicato tracciare questa linea. Questi uomini che io percepivo come supereroi della devozione, che mi parlavano come la vera voce della tradizione musulmana, mi dicevano che la violenza non era il meglio che potessi offrire. Alcuni ragazzi nella mia situazione sembra che abbiano ricevuto dei consigli diversi.

È facile pensare che le persone religiose, i musulmani in particolare, facciano le cose solo perché la loro religione gli dice di farle. Ma quando penso al mio impulso all’età di 17 anni di correre via e diventare un combattente con i ribelli ceceni, non posso non riflettere sul fatto che ci fosse di più del fattore religioso. Lo scenario che immaginavo, quello di liberare la Cecenia e di trasformarla in uno stato islamico, era una pura fantasia americana, radicata nei valori e negli ideali americani. Ogni volta che sento di un americano che vola attraverso il globo per lanciarsi in qualche lotta per la libertà che non è la sua penso: “Che cosa molto, molto americana”.

Ed ecco il problema. Veniamo educati ad amare la violenza e a vedere la conquista militare come un atto di benevolenza. Il ragazzo americano che vuole intervenire nella guerra civile di un’altra nazione deve la sua visione del mondo tanto all’eccezionalismo americano quando all’interpretazione jihadista delle scritture. Sono cresciuto in una cultura che glorifica il sacrifico militare e si sente autorizzata a ricostruire le altre società sulla base di questa sua visione. Ho interiorizzato questi valore ancora prima di cominciare a pensare alla religione. Prima ancora di sapere cosa fosse un musulmano, per non parlare di concetti come jihad e stato islamico, la mia vita americana mi aveva già insegnato cosa fanno gli uomini coraggiosi.

@Washington Post