• Mondo
  • lunedì 11 Agosto 2014

La fuga degli yazidi in Iraq

In decine di migliaia sono riusciti a fuggire ai miliziani dello Stato Islamico, ma molti altri restano ancora intrappolati sulle montagne del Jebel Sinjar

Negli ultimi giorni decine di migliaia di yazidi, un gruppo di curdi che pratica un’antica e rara religione, hanno attraversato il ponte di Fishkhabour (o “Peshkapour”), tra Siria e Iraq. Il ponte è una struttura galleggiante che a stento può ospitare due automobili affiancate. Attraversa il fiume Tigri e per un raggio di decine di chilometri è l’unico punto in cui si può entrare dalla Siria al Kurdistan iracheno. Fishkabour è l’ultima tappa del viaggio lungo duecento chilometri che negli ultimi due giorni decine di migliaia di yazidi sono stati costretti a intraprendere per sfuggire all’assedio dei miliziani dello Stato Islamico, il gruppo estremista che ha conquistato gran parte dell’Iraq settentrionale e della Siria orientale. Mentre decine di migliaia di yazidi sono riusciti a mettersi in salvo, un numero ancora sconosciuto si trova ancora in pericolo a portata dei miliziani dello Stato Islamico che li accusano di venerare il demonio e gli hanno lasciato come unica scelta la conversione o la morte.

La fuga degli yazidi è cominciata il tre agosto, quando i loro villaggi nell’aria di Sinjar, nel nord dell’Iraq, sono stati attaccati da centinaia di miliziani dello Stato Islamico. Alcuni yazidi hanno raccontato che i miliziani non sono stati scortesi: «Ci hanno solo chiesto di diventare musulmani», ha raccontato al New York Times Sabri Caro, un curdo yazida di 48 anni. Caro ha spiegato che chi rifiutava la conversione veniva cacciato dal villaggio e la sua casa veniva fatta esplodere. Caro è stato comunque fortunato: secondo il ministro iracheno per i Diritti umani, almeno 500 yazidi nell’area di Sinjar sono stati uccisi dagli uomini dello Stato Islamico, alcuni addirittura sarebbero stati sotterrati vivi. Ma anche per coloro che erano stati semplicemente cacciati di casa la situazione non era facile. In circa 40 mila si sono rifugiati sul Jebel Sinjar, una cresta montagnosa sacra per la loro religione, lunga circa quaranta chilometri e alta fino a 1.300 metri. Si tratta di un territorio arido e aspro, dove è quasi impossibile trovare acqua e cibo e dove di giorno la temperatura raggiunge facilmente i 45 gradi centigradi.

P1-BQ982_IRAQma_G_20140810192111

Aerei americani e inglesi, insieme ad elicotteri provenienti dal kurdistan iracheno, hanno quasi subito cominciato a lanciare rifornimenti sulla montagna, mentre sia sabato che domenica caccia e i droni americani hanno attaccato le postazioni dello Stato Islamico ai piedi della montagna. Il lancio di rifornimenti, però, era troppo esiguo per garantire la sopravvivenza di 40 mila persone. Domenica, un miliziano dello Stato Islamico raggiunto via internet dal New York Times, ha raccontato di aver visto donne e bambini yazidi morti a causa del caldo e della sete. A partire da domenica i curdi siriani che vivono oltre il confine, a pochi chilometri dal Jebel Sinjar, sono riusciti ad aprire un corridoio per consentire la fuga degli yazidi oltre il confine. Tra i combattenti che hanno protetto i profughi ci sarebbero anche degli yazidi, guidati da un comandante di nome Qassim Sheshu. Contemporaneamente le milizie curde hanno ripreso l’offensiva lungo gran parte del confine del Kurdistan iracheno, riuscendo a riconquistare alcune delle città di cui nei giorni scorsi si era impossessato lo Stato Islamico (come potete vedere nella cartina sopra).

Sembra che fino a lunedì 11 agosto, circa 30 mila persone siano riuscite ad abbandonare il Jebel Sinjar affrontando il viaggio lungo un giorno che dalle montagne li ha portati fino in Siria e da lì di nuovo in Iraq passando per il ponte di Fishkhabour. I profughi raccontano di un viaggio durissimo, compiuto spesso a piedi, sotto un sole cocente e con una temperatura superiore ai quaranta gradi. Non è ancora chiaro quante rimangano assediate: secondo il Guardian, gli Stati Uniti stanno cercando di pianificare un’operazione per portare in salvo gli ultimi profughi ancora dispersi sulla montagna. Poco lontano da Fishkabour, a Bajid Kandal, c’è un campo per rifugiati gestito dall’ONU con 24 mila posti. Il direttore ha dichiarato di aver accolto profughi fino alle 23 di domenica notte e che gli operai stanno già lavorando per ampliare il campo. Chi è riuscito a scappare racconta che ci sono ancora interi villaggio completamente circondati dai miliziani dello Stato Islamico. Agli abitanti sono stati dati pochi giorni per scegliere se convertirsi all’islam sunnita o venire giustiziati. La scadenza dell’ultimatum dovrebbe arrivare entro poche ore, raccontano gli stessi sopravvissuti. Anche la conversione però non è una garanzia di salvezza: alcuni yazidi sostengono che chi ha accettato la conversione è stato arruolato a forza nelle milizie dello Stato Islamico.