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  • mercoledì 6 agosto 2014

Cosa insegna l’attacco alla scuola di Jabalya

Le prove fornite e analizzate dalle Nazioni Unite e dai media mostrano responsabilità ed errori dell'esercito israeliano nel bombardamento che ha ucciso 21 civili

di William Saletan

Il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sulla morte di 21 persone in una scuola gestita dalle Nazioni Unite a Gaza mercoledì scorso. La scuola, che si trova nel campo profughi di Jabalya, era utilizzata come rifugio da più di 3 mila palestinesi che hanno lasciato le loro case. Fin qui le prove indicano che a uccidere quelle persone è stato il fuoco di artiglieria israeliano.

Per chi vede Israele come un bullo, l’incidente di Jabalya somiglia a un massacro: uno dei tanti attacchi deliberati contro obiettivi civili. Per chi considera Israele uno Stato morale per natura – l’unico Stato ebraico al mondo, democratico, assediato, che agisce per la propria difesa – la conclusione necessaria è che qualcun altro, senza dubbio Hamas, sia il responsabile di questo errore. L’evidenza suggerisce che la verità potrebbe trovarsi nel mezzo: qualsiasi paese civilizzato può commettere atrocità. Il che non lo rende meno un’atrocità. Anzi, lo rende ancora più inquietante.

Ecco le prove, per come sono state riportate dagli investigatori delle Nazioni Unite e dal New York Times. Le Nazioni Unite gestiscono molti rifugi a Gaza e inviano regolarmente le loro coordinate GPS all’esercito israeliano (Israeli Defense Force, IDF). L’IDF aveva le coordinate di questa struttura. Come ogni altra struttura del genere, anche questa aveva una bandiera dell’ONU. Basandosi sulle munizioni, i frammenti di proiettile, le traiettorie calcolate e la testimonianza di due decine di persone, gli investigatori delle Nazioni Unite hanno concluso che tre colpi hanno centrato le case di fronte la scuola, due hanno colpito una classe dove i rifugiati stavano dormendo, e uno ha colpito un cortile dove alcuni uomini stavano pregando. I giornalisti del New York Times, Ben Hubbard e Jodi Rudoren, scrivono:

…il numero, la traiettoria e i segni dell’esplosione, tutto fa pensare all’artiglieria. I funzionari delle Nazioni Unite hanno detto che i frammenti di proiettile recuperati dal luogo dell’incidente presentavano codici che coincidono con quelli di alcuni proiettili inesplosi recuperati in altre scuole, che gli esperti hanno identificato come proiettili di artiglieria da 155 millimetri. I danni indicano che i colpi provenivano da nord est – dove stazionano le unità di artiglieria israeliane, sulle colline fuori dai confini di Gaza.

Israele ha ricevuto mercoledì, dalle Nazioni Unite, un’ampia documentazione fotografica della distruzione della scuola. A un certo punto, una portavoce dell’esercito israeliano ha detto che i militanti di Hamas hanno “aperto il fuoco contro i soldati israeliani dalle vicinanze” della scuola, e che le truppe israeliane hanno “risposto al fuoco verso il punto da cui proveniva il fuoco d’attacco”. Il New York Times dice di aver spedito via mail una mappa dei luoghi dell’attacco al portavoce dell’esercito israeliano, il tenente colonnello Peter Lerner, e “gli ha chiesto di indicare il punto in cui si trovavano le forze israeliane, e da quale parte nel raggio di 180 metri intorno alla scuola avevano visto provenire il fuoco nemico; e non hanno risposto”. Quando il New York Times ha contattato il generale israeliano della commissione investigativa che si occupa di questo tipo di incidenti, lui “ha detto che non conosceva i dettagli di cosa fosse successo a Jabalya perché le truppe coinvolte stavano ancora combattendo e quindi non erano ancora state ascoltate”. Sia il generale che il portavoce dell’esercito “hanno rifiutato di dire quale artiglieria era impiegata”. Il New York Times ha anche chiesto di parlare con i rappresentanti israeliani della Coordination and Liaison Administration, che gestisce le comunicazioni tra l’esercito israeliano e le organizzazioni internazionali. Queste richieste “non sono state accolte, e le dettagliate domande scritte riguardo l’episodio di Jabalya non hanno ricevuto risposta”.

Se l’esercito israeliano ha causato queste morti, come si concilia questa colpa con la sua dichiarazione di impegno a risparmiare i civili? Come può essere accaduto? Ecco quattro possibili risposte.

1. Le buone intenzioni non bastano
Dopo la guerra a Gaza del 2009 un rapporto delle Nazioni Unite accusò Israele di aver deliberatamente ucciso civili in un attacco a un’altra scuola. Israele disse più volte che la morte di quei civili era stata accidentale e che l’esercito aveva mirato in direzione di alcuni militanti che sparavano con un mortaio 80 metri più in là. Il funzionario dell’ONU incaricato della relazione, Richard Goldstone, in seguito rinnegò l’accusa che si fosse trattato di un attacco deliberato. Israele lo considerò come un esonero. Ma la volontarietà non è tutto. Come indica il New York Times, Goldstone non ritrattò mai la conclusione del rapporto secondo la quale l’attacco del 2009 “non supera la prova di ciò che un comandante ragionevole avrebbe potuto considerare una perdita accettabile di vite civili rispetto al vantaggio militare ricercato”.

La stessa mentalità vale anche oggi. Secondo i conti del New York Times, sei rifugi ONU sono stati colpiti durante questa guerra. I funzionari dell’esercito ripetono che nessuno di questi era un obiettivo. Ma a un certo punto accumuli un tale numero di morti e incidenti che le tue buoni intenzioni non sono più una scusa sufficiente. Anzi, la tua fissazione con le buone intenzioni ti rende cieco rispetto alla tua imprudenza.

2. Le armi non sono tutte uguali
Quando ti concentri sulle intenzioni, è facile perdere di vista le decisioni tattiche che come effetto collaterale mettono in pericolo la vita dei civili. In alto in questa lista di queste decisioni si trova la scelta dell’esercito di passare dai missili guidati all’artiglieria. Basandosi sul rapporto delle Nazioni Unite, il New York Times sostiene che i colpi letali a Jabalya “sembrano essere provenuti da artiglieria pesante, non progettata per un uso di precisione”. Questa artiglieria è “considerata efficace se colpisce entro una distanza di 45 metri dal suo obiettivo”. Questo margine di errore aumenta ovviamente il rischio per i civili.

Un avvocato esperto di diritti umani ha detto al New York Times che non importa quanto impegno tu ci metta, “semplicemente non puoi puntare queste armi con abbastanza precisione in quell’ambiente, perché sono troppo distruttive”. Dal punto di vista delle buone intenzioni, questa è una scusa. Ma la moralità non riguarda soltanto il punto verso cui si mira. Riguarda anche le armi che usi. È facile raccontarti che hai mirato meglio che potevi, quando la decisione funesta è stata usare un’arma con cui non potevi mirare meglio di così.

3. Ci sono contesti diversi
Il generale israeliano anonimo intervistato dal New York Times ha detto che poco prima che la scuola venisse colpita, “persone di Hamas stava sparando contro” le truppe israeliane che stavano cercando di distruggere un tunnel di Hamas. Il New York Times ha chiesto al generale se fosse il caso di usare l’artiglieria in una situazione del genere, dato soprattutto che nessuno tra i soldati israeliani era stato ferito dai colpi di Hamas. Lui ha risposto: “il punto è se si trovavano oppure no di fronte a un pericolo grande o imminente”. Se si trovavano di fronte a un pericolo imminente, sostiene il generale, allora potevano essere “autorizzati a usare fuoco di artiglieria o colpi di mortaio in aree urbane”. Un generale israeliano in pensione ha ribadito lo stesso punto: “Per soccorrere forze che si trovano in difficoltà, a volte devi usare una maggiore potenza di fuoco”. Un altro ufficiale israeliano dice che è complicato: “I terroristi sparano ai nostri soldati, i nostri soldati reagiscono”.

Ma questa linea di pensiero perde la sua importanza dal momento in cui ti sposti dalla difesa all’attacco. Quando un nemico spara ai tuoi civili, è terrorismo. Quando mandi truppe in un territorio nemico, e sparano alle tue truppe, e tu rispondi, non è terrorismo. Questa è guerra all’antica, chiaramente. A Jabalya i soli civili in pericolo imminente erano palestinesi. In quel contesto, quando invochi un “rischio imminente”, non stai più usando la sicurezza dei tuoi civili per giustificare l’uccisione di soldati nemici. Stai usando la sicurezza dei tuoi soldati per giustificare l’uccisione di civili stranieri. E sei tu quello che ha messo in pericolo i soldati all’inizio, invadendo il territorio nemico.

4. Gli scudi umani sono un alibi?
Gli israeliani hanno citato numerosi casi in cui i militanti a Gaza hanno sparato razzi dai rifugi dell’ONU, o hanno conservato munizioni lì dentro (anche l’ONU lo ha confermato). Riguardo Jabalya e altre tragedie, il generale israeliano in pensione intervistato dal New York Times sostiene che i combattenti di Hamas cercano di attirare il fuoco israeliano “sperando che qualche errore provochi un disastro, in modo da delegittimare Israele”. Il primo ministro israeliano e altri funzionari di governo hanno sostenuto che l’utilizzo da parte di Hamas di scudi umani li rende completamente responsabili per qualsiasi morte di civili a Gaza.

Questa mentalità rende molto più facile premere il grilletto. Il New York Times dice che gli ufficiali israeliani non hanno fornito alcuna prova della presenza di combattenti nemici vicino la scuola di Jabalya, e tra le persone presenti nelle strade vicine, intervistate dal New York Times, non ce n’è nessuno che abbia visto combattenti nelle vicinanze della scuola. Né c’erano bossoli e fori. L’uso frequente di scudi umani da parte del nemico giustifica l’uccisione di civili quando non c’è alcuna prova di quel comportamento da parte del nemico? Questa considerazione ha avuto un ruolo nella decisione dell’esercito israeliano di sparare?

In generale, simpatizzo per Israele. È molto più attenta riguardo l’obiettivo di risparmiare civili di quanto non lo sia Hamas, e alcune delle sue misure impiegate per ridurre il numero di perdite tra i civili sono esemplari. Ma non puoi permettere che questo ti renda cieco rispetto a quanto è accaduto in questo caso. L’inquietante deduzione a partire dalle prove dell’incidente di Jabalya è che non occorre essere il male per perpetrare una catastrofe simile. Basta essere umani.

© Slate

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