Il cognome della madre

Una scrittrice americana racconta le implicazioni della scelta sua e di suo marito per loro figlia, su un tema complesso e molto attuale anche in Italia

di Giulia Siviero – @glsiviero

Molly Caro May, insegnante e scrittrice che vive nel Montana, ha pubblicato nel sito The Hairpin un articolo intitolato “Che cosa è successo quando abbiamo dato a nostra figlia il mio cognome”. Il tema è particolarmente attuale anche in Italia, dove il 17 luglio il voto sulla proposta di legge in discussione alla Camera per introdurre la possibilità di dare ai propri figli in Italia anche il cognome della madre o quello di entrambi i genitori è stato rimandato a data da definirsi. Molti deputati non erano preparati, altri hanno criticato la proposta perchè avrebbe creato del caos burocratico. The Hairpin è un sito nato nel 2010: è curato da una redazione di donne, raccoglie testi e storie di vario genere inviati soprattutto da donne ed è letto, “per lo più dalle donne”.

La storia di Molly Caro May
La storia di Molly Caro May inizia così:

«Una mattina nevosa al college, mi sono seduta sul mio futon, ho guardato fuori dalla finestra del dormitorio, e ho provato a dire al mio fidanzato Chris: “Che cosa penseresti se i nostri figli avessero il mio cognome?”. “Certo”, ha detto ancora mezzo addormentato: “Perché non dovrebbero avere il tuo cognome?” Probabilmente allora ero troppo timida per mostrargli il mio sollievo».

Molly e Chris si sono sposati dieci anni dopo e Molly era incinta. Molly e Chris avevano deciso di non conoscere il sesso, ma avevano già deciso che il cognome sarebbe stato il cognome di lei: «Non ci sembrava rivoluzionario. Ci sembrava normale»:
«Incinta di quattro mesi, quando la gente ci chiedeva se avessimo scelto un nome, condividevamo invece la nostra scelta del cognome. Nessuno di noi si aspettava un dramma. Le nostre famiglie lontane e vicine erano sempre state di mentalità aperta. Ecco perché il loro stupore ci stupiva così tanto». Il fratello minore di Molly le chiese addirittura se il marito non sentisse di essere stato evirato: «Stava scherzando, e più tardi si scusò con me, ma pensai che mio fratello in qualche modo rappresentasse tutti gli uomini che potevano sentirsi evirati dalla nostra scelta».

«Avevo segretamente sperato che non ci fosse alcuna reazione, e che la nostra scelta fosse qualcosa di comune, come dire, “ho preso la senape al posto del ketchup”. Nessuna reazione dovrebbe significare che va bene, giusto? Che le donne in questo paese, per esempio, non sono più considerate proprietà degli uomini, anche per quanto riguarda il nome. Che i sistemi di un tempo stanno davvero crollando. Che possiamo riappropriarci di un linguaggio che in passato è stato usato per controllarci».

Le reazioni furono invece molte e diverse tra loro: qualcuno si preoccupava che non venisse salvaguardata la discendenza, alcune amiche sposate non dicevano nulla «ma facevano grandi sorrisi», altri li prendevano in giro. Verso la fine della gravidanza, Molly andò a New York a trovare una cugina, «una donna straordinaria e feroce la cui voce “opinioni politiche” su Facebook recitava “Io sono per fare uso di droghe durante un aborto, nonostante abbia sposato un immigrato clandestino gay”». Molly le disse della scelta del cognome:

«Alzò le mani dal volante e gridò: “Che cosa?”, come se stesse pregando, come se la terra avesse tremato. Una breve pausa e poi: “Lo voglio anch’io. Lo desidero davvero. Ma il mio uomo non me lo permetterebbe mai”. Quel momento mi ha confermato che il patriarcato è ancora profondamente radicato in tutti noi. I cognomi sono una delle mani invisibili del vecchio mondo. Dare a un figlio il cognome del padre è ancora un fatto dato per scontato. Che preserva con certezza il posto dell’uomo al potere, dalla Corte Suprema in giù, fino alla alla vita di tutti i giorni. (…) Perché, mi chiedo, siamo così lenti su questo? (…) Sto iniziando a pensare che le coppie omosessuali con figli apriranno la strada».

Molly si confrontò allora con una amica («la più femminista delle mie amiche») che le fece notare come la scelta di non includere il cognome di lui non li mettesse come genitori su un piano di parità:

«Non era equilibrato, ma era stato non equilibrato l’altro modo per millenni e qualche volta il pendolo dovrà pur oscillare all’impazzata prima di tornare ad essere regolare… Non sosterrei mai che tutti i bambini debbano avere il cognome della madre. Ma immaginate se il 50 per cento di loro lo avesse. Immaginate l’impatto sociale sul nostro inconscio collettivo. Sarebbe un’azione che non richiede soldi, o pressioni o grandi fatiche: è una scelta che chiunque e in qualsiasi contesto potrebbe fare, più difficile per alcuni, lo so. Ma il nostro sistema di denominazione sarebbe sorprendentemente diverso. Nessun sesso lo avrebbe occupato».

E affronta a questo punto della sua storia una replica che molti fanno in questi casi: ci sono cose più importanti. «Ma il linguaggio non è mai qualcosa di irrilevante. La lingua dà forma al nostro modo di vedere le cose prima ancora di sapere che le stiamo guardando. Come chiamiamo qualcosa determina anche come la valutiamo. Se i cognomi delle donne sono costantemente assenti dalla storia, mai tramandati, allora dove è la loro, la nostra importanza?»

«Un ventoso giorno di aprile, nostra figlia è nata; o meglio, l’ho partorita. Naturalmente, Chris mi ha aiutato. Ma la mia amica ostetrica mi ha fatto notare che diciamo spesso, “il mio bambino è nato”. La nascita merita più di un’espressione passiva (was born, in inglese, ndr), perché non è un atto passivo. Si merita tutti i suoni animali che emergono da una donna quando deve aprire e spingere un bambino nel mondo. Quattro giorni dopo, l’abbiamo chiamata Eula Kautz May»

Qualcuno ha smesso di commentare. E altri ancora se ne sono scordati: «Anche se le persone lo sanno, si dimenticano. Molly Caro May racconta un ultimo episodio: delle persone avevano commentato quanto suo marito fosse stato fantastico per averle concesso di usare il suo cognome:

«Cercavo di sorridere e dire: “Sì, è fantastico, ma non per questo motivo”. Voglio dire che è fantastico perché la sua virilità non è mai minacciata, perché quando era un ragazzo la sua famiglia lo aveva soprannominato “tesoro”, perché mette alla prova il suo coraggio e i suoi limiti in montagna, perché è paziente con me. (…) Ma mai una volta sono stata preoccupata di doverlo convincere/supplicare/scavalcare per dare a Eula il mio cognome. Quando le amiche mi sussurrano “Sono un po’ invidiosa” mi rendo conto che forse questa è una conversazione che non hanno mai potuto avere. Forse non hanno mai avuto modo di chiederlo al loro partner. Forse sentivano di non poterlo fare. Forse lui non ha mai pensato di porre la questione. La mia speranza è una situazione pro-choice per i cognomi. Invece che un fatto dato per scontato, non potrebbe essere un argomento di discussione tra genitori? Forse qualcuno vuole un nome di famiglia integrato; forse qualcuno vuole onorare una bisnonna o un bisnonno; forse qualcuno vuole disfarsi di un cognome e unirsi a una nuova famiglia; forse qualcuno vuole dare al suo bambino quattro cognomi e lasciare che il bambino scelga a 18 anni. Non lo so. Qualcosa. Qualsiasi cosa. Basta che non sia un fatto dato per scontato».

May conclude immaginandosi la figlia, un giorno, con i suoi amici: «L’aria è frizzante. Il discorso è vivace. I cognomi sono cambiati. E ogni bambino può raccontare la storia del perché, anche se non importa più tanto, perché il pendolo è finalmente tornato al centro».

Perché?
In Europa – ma non in Italia – esistono delle leggi che, pur nella differenza, sono tutte ispirate allo stesso principio: quello della possibilità di attribuire al proprio figlio o alla propria figlia al momento della nascita il cognome paterno, materno o quello di entrambi i genitori. La Spagna — e in generale i Paesi dell’America latina, a parte l’Argentina — rappresenta un’eccezione: c’è infatti la regola del “doppio cognome”, per cui ognuno e ognuna porta il primo cognome di entrambi i genitori. (Qui, una breve guida su come funziona in Europa)

Anche gli Stati Uniti prevedono la possibilità di scegliere il cognome per i nuovi nati. Nonostante questo sono molto pochi i bambini e le bambine che hanno il cognome della madre, quando quel cognome è diverso da quello del loro padre (la percentuale si aggira intorno al 4 per cento). Questo dato è legato ad una seconda questione: sono molto poche le donne che negli Stati Uniti mantengono il loro cognome dopo il matrimonio preferendo assumere quello del marito. Secondo un articolo del New York Magazine del 2013:

«Negli ultimi due decenni, la già piccola porzione di donne americane che mantengono il loro nome da nubile è diminuita. La massima percentuale raggiunta è stata quella del 23 negli anni Novanta. Nel primi dieci anni del 2000 era scesa al 18 per cento. Nel 2011, TheKnot.com ha intervistato 19.000 donne appena sposate e ha scoperto che solo l’8 per cento ha mantenuto il suo cognome».

C’è una grande discussione nel mondo anglosassone, e non solo tra femministe, su queste due questioni, se rivelino battaglie non condivise o battaglie impari. Per alcune è solo «un altro segno scoraggiante della morte del femminismo», per altre, in modo speculare, è «la prova che il concetto di patriarcato è vivo e vegeto».

In un vecchio articolo su Salon la giornalista Carol Lloyd, cercava di analizzare con l’aiuto di alcuni studiosi, le risposte più frequenti date da alcune donne che avevano deciso di perdere il loro cognome (“Il suo cognome suona meglio”, “Non ci ho mai pensato”, “A me non importava a lui sì” e così via). Donne, precisava la giornalista, che avevano scelto «di rinunciare a un collegamento simbolico con i loro figli per evitare la disapprovazione dei familiari conservatori anche quando erano però disposte a opporre resistenza alla tradizione su altre questioni». Per cercare di capire le motivazioni aveva intervistato anche una docente di scienze politiche (Jackie Stevens), una sociologa e psicanalista (Nancy Chodorow) e un’antropologa e biologa evoluzionista (Helen Fisher).

Per Jackie Stevens, il cognome rimane «l’unico modo di dimostrare la legittimità del padre». C’è insomma una ragione storica per cui un bambino dovrebbe assumere il cognome del padre: per dimostrare l’identità del padre stesso e compensare lo svantaggio naturale. La madre ha un legame evidente con il proprio figlio, il padre deve prendere parola per dimostrare quel legame, come dice l’abusato motto latino. Per Nancy Chodorow «dare il cognome dell’uomo al bambino è anche un modo della donna di dimostrare la propria fiducia nel matrimonio, come a dire: “Costui è qualcuno su cui posso contare. Si tratta di godersi il lato positivo del fatto di appartenere a una famiglia e di sentirsi in qualche modo che quest’uomo sta adempiendo ad un impegno. Si tratta poi di un concetto classico della psicanalisi di Jacques Lacan: la madre porta il bambino in utero, ma è con il nome che gli uomini vengono legati ai loro bambini. Il legame deve accadere in qualche modo». Insomma, una specie di cordone ombelicale linguistico.

Helen Fisher spiega infine come sia «estremamente vantaggioso pensare che il padre appartenga alla madre e al bambino, per ragioni evolutive darwiniane. Il motivo principale del matrimonio è per le donne quello di avere un uomo non solo come progenitore, ma anche come colui che le aiuta a crescere quei figli». Fa poi notare come diversi studi abbiano dimostrato come le madri tendano a commentare più spesso come il bambino assomigli al padre, invece che a loro: «Gli psicologi evolutivi hanno finito per pensare che questa abitudine è più di una semplice possibilità: è un modo di costruire una connessione tra padre e figlio»

Sembra dunque che quella del cognome, non sia mai diventata una vera e propria rivendicazione all’interno del movimento femminista (con delle eccezioni), né una conquista di cui si vedono le conseguenze. Tuttavia, visto che una delle pratiche centrali del femminismo è stata quella di rovesciare le disuguaglianze della storia (quelle che erano evidenti, ma anche quelle che sembravano di poco conto), alcune attiviste – che hanno fatto la scelta personale di dare il loro cognome ai figli, ma non di farne una battaglia politica – se ne sono in qualche modo pentite, come ha raccontato la scrittrice Lauren Apfel sul Guardian qualche mese fa.

(foto Hulton Archive/Getty Images)