Il comitato di Google per il “diritto all’oblio”

In una lettera la società ha annunciato di averlo formato per prendere le misure con la controversa sentenza sulla rimozione dei link "non più rilevanti"

David Drummond, il principale responsabile degli affari legali di Google, ha scritto un editoriale sul Guardian per spiegare come la sua società intende affrontare nei prossimi mesi la complicata questione del cosiddetto “diritto all’oblio”, in seguito alla recente decisione della Corte di giustizia dell’Unione Europea secondo cui i cittadini europei hanno il diritto di chiedere ai motori di ricerca di eliminare della loro pagine dei risultati i link verso che li riguardano, nel caso in cui li ritengano “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati”. L’elemento paradossale secondo diversi osservatori è che secondo la Corte i link devono essere rimossi dalle pagine dei risultati – e solo da quelli di Google, tra tutti i motori di ricerca – ma possono comunque continuare a esistere online.

In seguito alla sentenza, Google ha messo a disposizione un modulo per chi vuole richiedere la rimozione di un link dalle sue pagine dei risultati, ricevendo in poche settimane decine di migliaia di richieste. A inizio luglio sono stati rimossi i primi link, che nella maggior parte dei casi rinviavano ad articoli su siti di notizie, tra molte perplessità e dubbi sulle modalità adottate da Google per farlo. Nel suo editoriale, Drummond spiega che la società sta ancora prendendo le misure e che il processo richiederà un po’ di tempo.

Per migliorare le cose, Google ha messo insieme un Comitato consultivo che avrà il compito di esaminare i suggerimenti degli utenti e di trovare la giusta vita, per bilanciare il diritto all’oblio con il diritto a informarsi e a essere informati. Del comitato fanno parte esperti di Internet, come il fondatore di Wikimedia Foundation Jimmy Wales, importanti giuristi, come lo spagnolo José-Luis Piñar e l’italiano Luciano Floridi, docente di filosofia ed etica dell’informazione presso l’università di Oxford. Gli utenti possono inviare i loro suggerimenti compilando un modulo online, disponibile sul sito del Comitato.

L’editoriale di David Drummond

Quando si effettua una ricerca online, si parte dal presupposto che si otterrà una risposta immediata, nonché ulteriori informazioni per eventuali approfondimenti. Tutto questo è possibile grazie a due decenni di investimenti e di innovazione effettuati da diverse aziende. Oggi, però, i motori di ricerca in tutta Europa si trovano di fronte a una nuova sfida, sulla quale abbiamo avuto solo due mesi per ora per ragionare e la sfida consiste nel capire quali sono le informazioni che dobbiamo volutamente omettere dai nostri risultati, a seguito di una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea.

In passato abbiamo limitato le rimozioni che facevamo dal motore di ricerca ad un breve elenco: informazioni ritenute illegali da un tribunale (per esempio per diffamazione), contenuti piratati (a seguito di notifica da parte del titolare dei diritti), malware, informazioni personali come i dati bancari, immagini di abusi sessuali sui minori e altre cose vietate dalle leggi locali (come ad esempio materiale che glorifica il nazismo in Germania).

Abbiamo adottato questo approccio perché, come afferma l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere “.

Tuttavia, la Corte di Giustizia Europea ha deciso che le persone hanno il diritto di richiedere che informazioni “inadeguate, irrilevanti o non più pertinenti, o eccessive” siano rimosse dai risultati di ricerca che includono il loro nome. Nel decidere cosa rimuovere, i motori di ricerca devono tenere in considerazione anche il pubblico interesse. Questi sono, ovviamente, criteri molto vaghi e soggettivi. Il tribunale ha inoltre deciso che i motori di ricerca non si qualificano per una “eccezione giornalistica”. Ciò significa che un giornale potrebbe avere sul suo sito web un articolo su un individuo, articolo che è perfettamente legale, ma noi potremmo non essere in grado di mostrare legalmente i link a quell’articolo nei nostri risultati quando si cerca il nome di quella stessa persona. E’ un po’ come dire che il libro può stare in una biblioteca, semplicemente non può essere incluso nel catalogo della biblioteca.

E’ per queste ragioni che non siamo d’accordo con la sentenza. Detto questo, ovviamente rispettiamo l’autorità della corte e stiamo facendo del nostro meglio per attenerci ad essa rapidamente e responsabilmente. E’ un compito enorme, dal momento che da maggio abbiamo ricevuto più di 70.000 richieste, richieste che riguardano 250.000 pagine web. Così ora abbiamo un team di persone che esaminano ogni singola richiesta, nella maggior parte dei casi con informazioni limitate e senza quasi nessun contesto.

Gli esempi che abbiamo visto finora evidenziano i difficili giudizi di valore che i motori di ricerca e la società Europea devono ora affrontare: ex politici che vogliono far rimuovere messaggi che criticano le loro politiche quando erano in carica; criminali violenti che chiedono di cancellare articoli sui loro crimini; recensioni negative su professionisti come architetti e insegnanti; commenti che la gente ha scritto (e che ora si pente di avere scritto). In ciascun caso, qualcuno vuole che siano nascoste delle informazioni, mentre altri potrebbero volerle ben visibili.

Quando si tratta di determinare ciò che è di pubblico interesse, prendiamo in considerazione una serie di fattori che includono: se le informazioni si riferiscono a un politico, una celebrità o altre figure pubbliche; se il materiale proviene da una fonte di notizie affidabile e quanto è recente; se si tratta di un discorso politico; questioni di condotta professionale che potrebbero essere rilevanti per i consumatori; il coinvolgimento in condanne penali che non sono ancora state “scontate”; e se l’informazione è stata pubblicata da un governo. Tuttavia tutte queste saranno sempre decisioni difficili e discutibili.

Stiamo anche facendo del nostro meglio per essere trasparenti: per esempio, stiamo informando i siti web quando una delle loro pagine è stata rimossa dai risultati di ricerca. Ma non possiamo essere specifici sul motivo per cui abbiamo rimosso le informazioni perché questo potrebbe violare i diritti alla privacy dell’individuo secondo la decisione della corte.

Naturalmente, in soli due mesi, il nostro processo è ancora molto in fase di sviluppo. E’ per questo che la scorsa settimana abbiamo erroneamente rimosso i link ad alcuni articoli (da allora i link sono stati ripristinati). La buona notizia è che il dibattito attivo che è in corso fornirà elementi per lo sviluppo dei nostri principi, norme e pratiche – in particolare su come bilanciare il diritto alla privacy di una persona con il diritto all’informazione di un’altra.

Ecco perché abbiamo anche istituito un consiglio consultivo di esperti, di cui annunciamo oggi la composizione definitiva. Questi esperti esterni, che provengono da mondo accademico, media, garanti privacy, società civile e dal settore della tecnologia, agiscono come consulenti indipendenti di Google. Il consiglio chiederà opinioni e suggerimenti a diversi gruppi di interlocutori e terrà incontri pubblici in autunno in Europa per esaminare questi temi più in dettaglio. La sua relazione pubblica conterrà raccomandazioni per le richieste di rimozione particolarmente difficili (come le condanne penali); riflessioni sulle implicazioni della decisione della corte per gli utenti europei di Internet, gli editori, i motori di ricerca e altri; e procedure che potrebbero migliorare la responsabilità e la trasparenza per i siti web e i cittadini.

Le questioni in gioco sono importanti e difficili, ma siamo impegnati a rispettare la decisione della corte. In effetti è difficile non entrare in empatia con alcune delle richieste che abbiamo visto – dall’uomo che ci ha chiesto di non mostrare un articolo in cui si dice che è stato interrogato in relazione a un reato (di cui è in grado di dimostrare che non è mai stato accusato) alla madre che ha chiesto di rimuovere articoli che riportano il nome della figlia, che è stata vittima di abusi. E’ una questione complessa, senza facili risposte. Per questo un vivo dibattito è sia benvenuto sia necessario; in quanto, almeno su questo tema, nessun motore di ricerca ha una risposta immediata o perfetta.

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