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  • giovedì 12 giugno 2014

Perché in Iraq le cose vanno così male?

Per tre motivi, spiega il New Yorker: c'entrano la guerra in Siria, la politica interna del governo iracheno e gli americani che non ci sono più

Negli ultimi tre giorni la stampa di tutto il mondo è tornata a occuparsi dell’Iraq, uno dei paesi più instabili del Medio Oriente. Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) – gruppo estremista islamista che ha come obiettivo l’istituzione di un califfato islamico nella regione e che combatte anche nella vicina Siria – ha preso il controllo prima di Mosul, seconda città più grande dell’Iraq e capoluogo della provincia di Ninawa, e poi di Tikrit, capoluogo della provincia di Salaheddine e città natale dell’ex presidente Saddam Hussein. Nella notte tra mercoledì 11 e giovedì 12 giugno le forze dell’ISIS hanno raggiunto la città di Samarra, a circa 110 chilometri a nord di Baghdad. Tra la fine di dicembre 2013 e l’inizio di gennaio 2014 l’ISIS aveva già conquistato altre due città irachene, Ramadi e Falluja, entrambe nella provincia di Anbar (Ramadi ne è anche il capoluogo).

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In pratica, sintetizzando parecchio, la situazione dell’Iraq è questa: a Baghdad c’è un governo guidato da un primo ministro sciita, Nuri al-Maliki, che non ha le capacità di controllare tutto il territorio nazionale. Tre capoluoghi di provincia e la città di Falluja sono nelle mani di uno dei gruppi sunniti più estremisti della regione, l’ISIS, che da circa un anno ha rotto i rapporti con i vertici di al Qaida guidata dal medico egiziano al Zawahiri (il successore di Osama bin Laden).

I miliziani dell’ISIS, oltre ad avere cacciato i soldati iracheni dalle città occupate, hanno cominciato in un certo senso anche a “governare” e gestire le istituzioni locali, come i tribunali. Ai miliziani dell’ISIS si sono poi aggiunti altri gruppi sunniti, che non necessariamente hanno i loro stessi obiettivi: per esempio negli ultimi tre giorni hanno partecipato agli assalti gruppi militari baathisti – cioè legati al partito Ba’th, la forza politica prevalentemente laica a cui faceva riferimento Saddam Hussein in Iraq e a cui appartiene l’attuale presidente siriano Bashar al Assad.

La situazione è complicata ancora di più da quanto successo nella mattina di giovedì 12 giugno, quando diversi combattenti curdi hanno preso il controllo della città di Kirkuk – capoluogo della provincia di Kirkuk, a circa 250 chilometri a nord di Baghdad – dopo l’abbandono dei soldati iracheni. Sull’offensiva dei curdi si possono fare due osservazioni generali: la prima è che il governo regionale del Kurdistan iracheno – in pessimi rapporti con il governo di Baghdad – potrebbe sfruttare il momento di grande debolezza di Nuri al-Maliki per mettersi nelle condizioni di poter negoziare su alcuni temi (come i contratti petroliferi con le aziende straniere) da una posizione di forza. La seconda riguarda la più ampia comunità curda presente sia in Iraq che in Siria. Da mesi alcuni gruppi di curdi siriani hanno cominciato ad organizzarsi in milizie per frenare l’avanzata dell’ISIS nel nord est del paese, e più recentemente si sono mobilitati anche i curdi iracheni: mercoledì 11 giugno il Governo regionale del Kurdistan iracheno ha incitato gli abitanti della regione a resistere all’offensiva dell’ISIS. Intanto ha dispiegato migliaia di soldati del Peshmerga – termine che significa “quelli che affrontano la morte” e indica la milizia curda ben addestrata controllata dal governo regionale – attorno al confine meridionale della comunità autonoma curda.

Diversi autorevoli giornali hanno definito l’offensiva dell’ISIS a Mosul e Tikrit come “inaspettata” per la sua rapidità e intensità, ma piuttosto prevedibile come sviluppo di medio periodo, considerate le difficoltà recenti del governo di Nuri al-Maliki. Una delle analisi più sintetiche ed efficaci su quello che sta accadendo in Iraq l’ha fatta l’esperto giornalista Dexter Filkins sul New Yorker. Secondo Filkins il collasso dello stato iracheno è legato a tre cose: la guerra in Siria, le politiche di al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011.

1. La guerra in Siria
La prima cosa da sapere è che Siria e Iraq condividono un confine lungo qualche centinaio di chilometri che viene spesso definito “poroso”, nel senso che è piuttosto semplice far passare cose e persone da una parte all’altra senza particolari problemi e controlli. La maggior parte del territorio iracheno che confina con la Siria è a prevalenza sunnita, l’orientamento maggioritario dell’islam a cui appartengono i ribelli che stanno combattendo contro Assad in Siria. Alcuni gruppi, come l’ISIS, hanno saputo sfruttare queste due condizioni per estendere il proprio controllo al di qua e al di là del confine, muovendosi liberamente e facendo passare combattenti e armi. Questo ha reso ancora più difficile per il governo siriano e per il governo iracheno stabilire un controllo sul territorio, e combattere i miliziani sunniti.

2. Le politiche interne di Nuri al-Maliki
Secondo Filkins la gestione del potere del primo ministro sciita iracheno è l’elemento predominante tra quelli che spiegano il perché le cose in Iraq stanno andando così male. Dalla destituzione del presidente sunnita Saddam Hussein, Al-Maliki ha portato avanti politiche settarie molto dure contro i sunniti, per colpirli e indebolire il loro potere decisionale nel governo (uno dei casi di cui si parlò molto alla fine del 2011 fu l’arresto di uno dei due vicepresidenti dell’Iraq, il sunnita Tareq al-Hashemi, accusato di terrorismo ma per molti obiettivo della politica settaria di al-Maliki). Gli Stati Uniti, scrive Filkins, riuscirono in tre anni – dal 2006 al 2009 – a rimediare alle disastrose conseguenze delle violenze settarie del governo iracheno sciita. Poi però i soldati americani se ne andarono, e le cose cominciarono a peggiorare: al-Maliki cominciò ad accentrare il suo potere e a colpire esponenti sunniti con arresti e repressioni.

3. Lo stato iracheno distrutto e mai ricostruito
Quando i soldati statunitensi invasero l’Iraq nel marzo del 2003 distrussero in pochissimo tempo tutto l’apparato statale del paese – esercito, burocrazia e polizia. Nei successivi nove anni gli americani cercarono di ricostruire ciò che era stato distrutto, ma se ne andarono prima che il lavoro fosse completato. Il presidente statunitense Barack Obama e il primo ministro iracheno al-Maliki parlarono a lungo della possibilità di mantenere un gruppo di militari statunitensi in Iraq con funzioni di intelligence per limitare la ribellione sunnita: poi però i negoziati fallirono, sia per la generale volontà di Obama di andare via dall’Iraq sia per mancate garanzie di sicurezza fornite da al-Maliki.

Il risultato di questi tre elementi – la libertà di movimento e il rafforzamento dell’ISIS e di altre milizie sunnite, l’aumento delle violenze settarie tra sunniti e sciiti, e la debolezza delle strutture statali irachene – sono stati individuati da Filkins e da altri esperti come i tre elementi centrali per spiegare la situazione fuori controllo dell’Iraq di oggi. Per il momento, nonostante le richieste di assistenza rivolte da al-Maliki al presidente statunitense Barack Obama, sembra che l’amministrazione americana non voglia avere a che fare troppo con i guai dell’Iraq: come scrive il New York Times, sembra infatti che Obama abbia rifiutato la richiesta irachena di compiere degli attacchi aerei sui militanti sunniti nelle zone in cui è più forte la presenza dell’ISIS.

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