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  • mercoledì 11 giugno 2014

Anche Tikrit è stata occupata dagli estremisti

Un'altra città irachena è passata sotto il controllo dell'ISIS, il potente gruppo sunnita che combatte sia Assad che il governo dell'Iraq; martedì era successo lo stesso a Mosul

Mercoledì 11 giugno alcuni miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) – gruppo islamista estremista che opera sia in Iraq che in Siria – hanno attaccato la città di Tikrit, capoluogo della provincia di Salaheddine, nota per essere il luogo dove è nato l’ex presidente iracheno Saddam Hussein. Alcune fonti irachene citate da BBC hanno confermato che parte della città di Tikrit si trova ora sotto il controllo dei miliziani dell’ISIS, che già ieri avevano “conquistato” per intero Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq e capoluogo della provincia di Ninawa. Tikrit si trova a 225 chilometri a sud di Mosul e a soli 150 chilometri a nord di Baghdad.

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Martedì 10 giugno, dopo avere preso il controllo di Mosul, i miliziani dell’ISIS si sono diretti verso la città di Baiji, sulla strada che da Mosul porta a Tirkit, e hanno occupato la raffineria di petrolio e la centrale elettrica della città: quella che fornisce di elettricità Baghdad e alle province di Kirkuk e Salaheddine. Nelle ultime ore, scrive il Guardian, i miliziani dell’ISIS hanno anche occupato l’edificio del consolato turco a Mosul e hanno sequestrato il capo diplomatico della missione insieme ad altri 24 membri dello staff: l’operazione, suggerisce il Guardian, potrebbe essere legata alle recenti offensive delle forze di sicurezza turche contro l’ISIS in territorio siriano, nella provincia settentrionale di Aleppo che si trova al confine con la Turchia (nella guerra siriana la Turchia sta dalla parte dei ribelli moderati: qui una mappa interattiva del New York Times molto chiara sulle recenti conquiste dell’ISIS in Iraq e in Siria). I miliziani dell’ISIS avrebbero anche rubato la cifra enorme di 429 milioni di dollari da una banca di Mosul, ha confermato il governatore della provincia di Ninawa, Atheel al-Nujaifi.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, con base a Ginevra, in Svizzera, l’occupazione di Mosul ha spinto circa mezzo milione di persone a lasciare le loro case. A queste vanno aggiunte altre 500mila profughi della provincia di Anbar, dove tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 l’ISIS aveva preso il controllo di altre due città irachene molto importanti: Falluja e Ramadi.

Intanto i residenti della capitale Baghdad hanno cominciato ad armarsi e ad accumulare cibo e carburante nel caso di un attacco dei ribelli. Il governo centrale ha assicurato di avere un piano per riconquistare Mosul, anche se dati gli ultimi sviluppi sembra sempre più improbabile che un’eventuale azione dell’esercito iracheno abbia successo: all’avanzata dell’ISIS, infatti, va aggiunto anche che negli ultimi mesi centinaia di soldati iracheni hanno disertato. Il motivo, scrive il New York Times, è per lo più la mancanza di una strategia di lungo periodo in grado di bloccare gli attentati compiuti a cadenza giornaliera contro i militari iracheni. Buona parte dei soldati che disertano, inoltre, sono sunniti: il rischio è che cresca la percezione che l’esercito iracheno sia uno strumento nelle mani del solo potere sciita.

L’avanzamento dell’ISIS – gruppo sunnita il cui obiettivo è l’istituzione di un califfato islamico basato sulla sharìa – è un durissimo colpo per il governo sciita guidato da Nuri al-Maliki. L’ISIS è tornato ad operare con più intensità nel nord dell’Iraq dal ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011: Mosul si trova per esempio nella provincia settentrionale di Ninawa, che insieme ad Anbar è quella che più è rimasta fuori dal controllo del governo centrale sciita di Baghdad e che è stata più coinvolta dal ritorno dei qaedisti. Qui c’è da fare una precisazione: il ramo iracheno di al Qaida – a cui appartiene l’ISIS – si può considerare “in rotta” con il leader di al Qaida e successore di Osama bin Laden, il medico egiziano Ayman al-Zawahiri, e agisce in relativa autonomia.

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