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  • giovedì 23 Gennaio 2014

Che ne è dell’Iraq

A due anni dal ritiro degli americani e a dieci dalla caduta di Saddam Hussein, l'Iraq è tornato di fatto un paese in guerra: chi sta combattendo, e perché?

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Le prime fasi della guerra in Siria si sovrapposero alla preparazione del ritiro dei soldati americani dall’Iraq. Dopo che il ritiro fu completato, le province più lontane da Baghdad, come Ninawa e Anbar, rimasero fuori dal controllo del governo centrale sciita di al-Maliki e iniziarono ad essere pian piano riusate come base operativa da gruppi legati ad al Qaida (erano sede di militanti qaedisti anche prima della strategia di controinsurrezione di Petraeus). Qui c’è da fare una precisazione: il ramo iracheno di al Qaida si può considerare “in rotta” con il leader di al Qaida e successore di Osama bin Laden, il medico egiziano Ayman al-Zawahiri. In pratica agisce con una certa autonomia: uno dei gruppi ribelli oggi più forti militarmente in Siria si chiama Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), e fa capo al ramo iracheno di al Qaida: il suo obiettivo principale non è la caduta di Bashar al Assad, ma la creazione di un califfato islamico nella regione, basato sulla sharìa.

Oggi l’ISIS è una forza completamente destabilizzante: negli ultimi mesi in Siria si è messa contro gli altri gruppi ribelli, sia quelli più moderati come l’Esercito Liberto Siriano, sia quelli più estremisti, come le forze appartenenti al Fronte Islamico. In Iraq l’ISIS si oppone sia al governo centrale sciita che ai leader locali sunniti delle province occidentali. A detta di molti esperti è oggi uno dei motivi più importanti dell’instabilità del fragile sistema democratico iracheno.

Cosa sta succedendo oggi nella provincia di Anbar
Tutti i problemi che l’Iraq ha dovuto affrontare negli ultimi due anni si possono vedere oggi in quello che sta succedendo nella provincia occidentale di Anbar. Dall’inizio di gennaio 2014 i militanti dell’ISIS hanno preso il controllo delle città di Falluja e Ramadi, estromettendo di fatto dal potere locale sia il governo iracheno che le milizie sunnite locali. La provincia di Anbar era già stato il cuore della resistenza sunnita nel triennio successivo all’invasione statunitense del 2003: a Falluja, per esempio, nel novembre 2004 si combatté una battaglia di 46 giorni, una delle più tremende dall’inizio del conflitto.

Ad Anbar, durante gli anni della strategia della controinsurrezione di Petraeus, gli Stati Uniti aumentarono la loro presenza militare e cominciarono a collaborare con i leader locali sunniti per combattere congiuntamente al Qaida. La strategia americana, che ebbe risultati positivi nel breve periodo, è stata replicata recentemente dal governo centrale sciita per ottenere gli stessi risultati di allora: l’indebolimento di al Qaida. Al comando centrale nella provincia occidentale di Anbar, hanno raccontato recentemente due inviati del New York Times in Iraq, gli ufficiali dell’esercito iracheno hanno iniziato a consegnare armi e soldi ai leader locali.

Mappa-Anbar

Provincia occidentale irachena di Anbar

Ad Anbar arrivano anche le armi leggere e le munizioni mandate dagli Stati Uniti. L’obiettivo è comune, almeno sul fronte interno iracheno: sconfiggere le milizie qaediste che hanno preso diverse parti della provincia e riportarle sotto il controllo del governo – o in alternativa, se non ci si riesce, delle comunità sunnite locali. Nello specifico, l’amministrazione americana sta inviando missili Hellfire e droni per la sorveglianza di supporto alle forze irachene e ha inoltre messo pressione al Senato affinché approvi la vendita degli elicotteri Apache. Convincere il Congresso però non è semplice: l’ostacolo più grande è legato ai rapporti che il governo iracheno continua a tenere con quello iraniano. Per esempio, il Congresso chiede che l’Iraq adotti le misure necessarie per impedire all’Iran di utilizzare lo spazio aereo iracheno per mandare rifornimenti e assistenza militare al regime siriano di Bashar al Assad.

Per ora la strategia del governo iracheno è finalizzata a contenere la crisi nella provincia di Anbar, ma i più ottimisti credono che si possa estendere a tutto il territorio iracheno per favorire una riconciliazione tra il governo sciita e la minoranza sunnita. La situazione, un po’ da lontano, assomiglia a quello che sta succedendo in alcune parti della Siria: gruppi diversi tra loro avversari, alleanze fluide che cambiano a seconda dell’opportunità di quel momento, e pezzi di territorio in mano a gruppi che per diverse ragioni non sono in grado di assumere dimensioni e poteri nazionali. Intanto gli scontri continuano a frequenza giornaliera, i militanti vicini ad al Qaida mantengono il controllo di Falluja e parti di Ramadi e gli aiuti militari statunitensi, dicono i leader locali, non sono sufficienti per sconfiggere i qaedisti, che sono armati di fucili da cecchino e mitragliatrici montate sui pick-up. Un gran guaio, in poche parole.

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