Perché si litiga sulla riforma del Senato?

Berlusconi ha smentito di avere fatto accordi sul ddl presentato dal governo, oggi Renzi incontra Napolitano per parlare di riforme

Le prime pagine dei giornali di oggi (alcuni con maggiore enfasi di altri) parlano di “rottura“, “affondamento” e “strappo” tra Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il riferimento è al patto stabilito lo scorso 18 gennaio nella sede nazionale del PD a Roma sulle riforme istituzionali e costituzionali e sulle quali ci sarebbe stata tra i due «profonda sintonia». Fino ad ora, Berlusconi non aveva mai messo in discussione gli accordi, smentendo anche alcuni esponenti del suo partito, come ad esempio il capogruppo Renato Brunetta, che qualche tempo fa avevano minacciato di “far saltare tutto”. Nella puntata di Porta a Porta di ieri sera, giovedì 24 aprile, Silvio Berlusconi sembra però aver cambiato posizione.

Che cosa ha detto Berlusconi
Intervistato da Bruno Vespa, Silvio Berlusconi ha sostanzialmente detto tre cose: che «sul Senato non più elettivo non c’è stato nessun impegno da parte di Forza Italia»; che non avendo ancora deciso la composizione, «la riforma sul Senato non sarà fatta prima del 25 maggio perché ancora non è votabile, più che per noi perché non accettata all’interno del PD» (Matteo Renzi aveva promesso che la riforma sarebbe stata votata prima delle elezioni europee); e, infine, che «per il momento la riforma della legge elettorale è spiaggiata. Se poi andrà avanti la riforma del Senato, credo che difficilmente questa legge elettorale potrà essere costituzionale» perché «si riferisce ad un sistema monocamerale». Berlusconi ha concluso dicendo di essere pronto ad andare a nuove elezioni perché «sono state obliterate tutte le regole democratiche».

Non è la prima volta che Berlusconi dichiara il suo sostegno iniziale o la sua disponibilità a un lavoro comune per le riforme e poi cambia idea: accadde nel 1998 con la Bicamerale di Massimo D’Alema che avrebbe dovuto riscrivere la seconda parte della Costituzione; nel 2009 con Walter Veltroni sulla riforma istituzionale prevista dalla cosiddetta “bozza Violante” (che avrebbe dovuto dare maggiori poteri al premier, introdurre il Senato federale e limitare anche il numero dei parlamentari); nel 2012 con Mario Monti quando Berlusconi fece cadere il governo prima dell’approvazione della legge elettorale; nel 2013 con Enrico Letta, quando sempre Berlusconi uscì dalla maggioranza e non si poté procedere all’approvazione della modifica dell’articolo 138 della Costituzione (la norma che fissa procedura e tempi per le leggi di revisione costituzionale).

L’accordo tra Berlusconi e Renzi
Dopo l’incontro tra l’allora segretario del PD Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, avvenuto nella sede del PD di via Sant’Andrea delle Fratte a Roma, Renzi aveva tenuto una breve conferenza stampa in cui aveva sintetizzato le tre cose che erano state decise: la riforma del Titolo V della Costituzione, che oggi consente alle regioni una forte autonomia di spesa; la proposta di mettere fine al bicameralismo perfetto, trasformando il Senato in una “camera delle autonomie”; una nuova legge elettorale.

Quello che però non è chiaro è se sulla riforma del Senato in senso non elettivo tra Renzi e Berlusconi ci fosse effettivamente un accordo. Berlusconi a Porta a Porta ha detto di no, ma il giorno prima il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi aveva detto che «Forza Italia ha ribadito l’impegno a mantenere gli accordi presi». Venerdì Boschi ha però detto al Tg5: «Credo che Berlusconi sia in campagna elettorale come tutti e stia facendo un po’ di calcoli e valutazioni su cosa gli convenga. Secondo me è meglio rispettare l’impegno preso con i cittadini e non fare marcia indietro all’ultimo. Forza Italia valuterà e ci farà sapere». La posizione di Boschi è stata confermata anche dal vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, che ha spiegato: «Il Senato non elettivo» è uno dei punti cardine «dell’impianto dell’accordo contratto con Forza Italia».

La legge elettorale
Le legge elettorale, quella che è stata ribattezzata dallo stesso Renzi “Italicum”, è sostanzialmente ferma al Senato, dopo che il 12 marzo è stata approvata alla Camera. La versione originaria della legge era nata, come abbiamo detto, in seguito all’accordo tra Partito Democratico e Forza Italia, ma diversi altri partiti più piccoli avevano richiesto numerose modifiche alle soglie previste e ai meccanismi di attribuzione dei seggi. La Camera aveva approvato un emendamento sulle candidature multiple fino a otto collegi diversi, ma bocciato praticamente tutti gli emendamenti volti a introdurre le preferenze e una qualche forma di tutela della parità di genere nella composizione delle liste.

Durante la discussione e il voto degli emendamenti, il PD aveva mostrato di non essere particolarmente compatto: in più di una circostanza erano stati decisivi i voti dei deputati che sono anche membri del governo o i voti di Forza Italia, nonostante il PD goda alla Camera di una larghissima maggioranza. La riforma aveva infine ottenuto 365 favorevoli, 156 contrari e 40 astenuti. Al Senato, in base a un accordo tra le forze politiche che dovrebbero votare in via definitiva a favore della legge elettorale, tra cui c’è anche Forza Italia, la maggioranza ha stabilito però di procedere prima all’esame della riforma del Senato stesso e poi a quella dell’Italicum. La riforma del Senato è però quella che Berlusconi ha messo in discussione.

Riforme costituzionali
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (sempre in base a un accordo con Silvio Berlusconi) ha più volte ribadito di voler mettere in atto un’importante riforma della seconda parte della Costituzione che dovrebbe portare all’abolizione del Senato elettivo e alla modifica del Titolo V della Costituzione, quello che riguarda l’autonomia delle regioni e le materie a legislazione concorrente e che ha causato, tra gli altri problemi, anche un numero molto elevato di contenziosi tra le regioni e lo Stato.

(Cos’è il Titolo V della Costituzione)

In marzo il Consiglio dei ministri aveva approvato un disegno di legge costituzionale volto a superare il bicameralismo perfetto, ridurre il numero dei parlamentari, sopprimere il CNEL (il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) e rivedere il Titolo V della parte seconda della Costituzione. Il disegno di legge riprendeva un’idea circolata più volte negli ultimi vent’anni, cioè rendere il Senato una “assemblea delle autonomie” o “Senato delle regioni”, che avesse competenze legislative limitate al governo dei territori e rappresentasse una sorta di elemento di raccordo fra lo Stato e gli enti locali. Della proposta facevano parte quattro punti fondamentali: i senatori non potranno votare la fiducia né approvare leggi (spetterà alla sola Camera), non riceveranno indennità, non potranno approvare il bilancio e soprattutto non saranno eletti direttamente dai cittadini.

(Che cosa prevede la riforma del Senato)

Attualmente il provvedimento si trova all’esame della Commissione affari costituzionali del Senato che dovrebbe preparare un testo unico entro mercoledì prossimo. Ma la strada sembra essere piuttosto complicata.

Le critiche alla riforma del Senato
Una delle prime critiche interne al pacchetto riforma del Senato-legge elettorale è stata espressa da Pierluigi Bersani che ha detto: «Quella roba lì va bene in Sudamerica», spiegando poi di aver parlato con il presidente della Repubblica Napolitano e che «la combinazione delle due riforme crea un sistema antidemocratico» perché mancherebbero i necessari «contrappesi»: «Se c’è il monocameralismo bisogna prevedere dei contrappesi. Non è possibile che chi vince (eletto con liste bloccate decise dai partiti) prende tutto, governo, presidente della Repubblica, nomine…». La posizione di Bersani sarebbe dunque quella di procedere con la riforma del Senato, ma di modificare «significativamente» la legge elettorale.

Sempre all’interno del Partito Democratico il senatore Vannino Chiti ha presentato un disegno di legge sulla riforma del Senato alternativo a quello del governo: entrambi i ddl prevedono che le riforme costituzionali debbano essere approvate anche dal Senato e prevedono l’abolizione del CNEL; entrambi stabiliscono che la Camera sia la sola a poter dare (o non dare) la fiducia al governo e la sola a esercitare la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e di controllo dell’esecutivo. Nel ddl Chiti, però, al Senato spetterebbe anche l’esame del voto delle leggi elettorali, dei trattati europei e dei provvedimenti che abbiano a che fare con i diritti fondamentali della persona. La differenza fondamentale riguarda però l’eleggibilità: il Senato delle Autonomie non sarebbe eletto dai cittadini, il Senato previsto nel ddl Chiti rimarrebbe elettivo, come lo è oggi, e i suoi rappresentanti sarebbero scelti direttamente dai cittadini su base regionale. Differenza anche sul numero di senatori: nel Senato delle Autonomie dovrebbero essere in totale 148, (tra questi, il Quirinale può nominarne al massimo 21), nel ddl Chiti si propongono un Senato con 106 parlamentari eletti e una riduzione anche dei parlamentari (315 deputati rispetto agli attuali 630).

Il ddl Chiti ha raccolto finora, nel complesso, 37 firme, tra le quali 22 di senatori Pd, di 12 senatori fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle e di 3 senatori di SeL. Anche due esponenti del Movimento Cinque Stelle si sono detti favorevoli: Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, ha detto durante un’intervista a Otto e Mezzo il 23 aprile: «Voteremo il provvedimento al Senato con Chiti e gli altri perché lo troviamo in linea con la nostra proposta».

Prima delle dichiarazioni di Berlusconi (che ha smentito un accordo sul senato non elettivo) c’era stata anche l’apertura al ddl Chiti – o comunque a un disegno di legge alternativo a quello del governo e che prevede il Senato elettivo – di altri esponenti di Forza Italia: quella, ad esempio, di Maurizio Gasparri, di Lucio Malan o del capo­gruppo in commissione Affari costi­tu­zio­nali, Donato Bruno («Sull’elettività del Senato credo che serva una nuova rifles­sione di Ber­lu­sconi e Renzi») e quello del capogruppo di Forza Italia al Senato, Paolo Romani: «Sul Senato elettivo è d’accordo buona parte dei gruppi in commissione, anzi mi pare che ci sia la maggioranza in commissione e anche in aula». Infine il senatore della Lega Roberto Cal­de­roli, rela­tore di minoranza in com­mis­sione Affari costi­tu­zio­nali, ha detto: «Solo 3 dise­gni di legge sui 52 pre­sen­tati pre­ve­dono un Senato non elet­tivo. Al momento quindi per il Senato non elet­tivo non mi pare che ci sia una mag­gio­ranza». Una possibile mediazione tra le due proposte è stata infine depositata alla Camera da Giuseppe Civati, deputato del PD, che prevede una composizione mista, in parte elettiva e in parte rappresentativa delle regioni (150 rappresentanti delle Regioni e 50 membri elettivi, oltre a un rafforzamento del ruolo di garanzia del Senato e alla diminuzione del numero dei deputati).

E quindi?
Mercoledì prossimo la commissione Affari costituzionali del Senato dovrà adottare un testo base di riforma su cui poi presentare gli emendamenti. Il capogruppo Luigi Zanda del PD e i senatori renziani insistono perché venga presentato il ddl del governo, ma parte della minoranza interna e diversi senatori di altri gruppi vorrebbero che i relatori, Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, ne propongano un altro in cui ci sia il Senato elettivo.

Intanto è atteso un incontro tra Renzi e il presidente Napolitano. Diversi giornali scrivono che probabilmente si terrà domani al Quirinale.

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