Il lutto ai tempi di Internet

Il New York Times racconta diverse iniziative per la condivisione delle esperienze più drammatiche, chiedendosi come la rete e i social network cambino il modo di rapportarsi con la morte

Caitlin Doughty, una ventinovenne americana imprenditrice di pompe funebri, ha raccontato che una volta un ragazzo di circa vent’anni, invece che andare di persona a riconoscere e identificare il cadavere della madre, chiese che gli venisse inviata una foto sul telefonino: prima di farlo, l’impresa di pompe funebri gli inviò un’autorizzazione da firmare in cui il ragazzo accettava il “disagio emotivo” che la foto avrebbe potuto procurargli. A partire da questo episodio, raccontato direttamente da Doughty, un articolo del New York Times si è dedicato al tema della morte al tempo di Internet, chiedendosi se e come le manifestazioni private di dolore e di cordoglio legate alla perdita di una persona cara siano state condizionate dalla rapida diffusione dei social network e delle nuove tecnologie.

«Le norme sociali riguardo il lutto ai tempi di Internet sono evidentemente in evoluzione», scrive il New York Times, «ma i Millennials [cioè i nati tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni Duemila] hanno iniziato a proiettare la loro sensibilità intorno a rituali e discussioni riguardo la morte». Quindi capita sempre più frequentemente di assistere all’accostamento di un sentimento già piuttosto problematico come il cordoglio a fenomeni come i blog, i filmati su YouTube e le foto su Instagram, «a volte anche con risultati effettivamente stridenti.»

Il New York Times segnala il caso del Tumblr “Selfies at Funerals”, che raccoglie i selfies scattati da ragazzi, a volte molto giovani, durante i funerali, in un momento in cui si fa effettivamente fatica a trovare opportuni il bisogno o la voglia di condividere una foto di sé stessi. Un effetto per certi versi simile, magari meno macabro, lo aveva suscitato qualche giorno fa il selfie di una ragazza, fatto subito dopo un evento potenzialmente tragico come un incidente aereo (in questo caso, fortunatamente, senza gravi conseguenze).

Secondo Jason Feifer, il creatore di “Selfies at Funerals” contattato dal New York Times, «è importante per la generazione precedente vedere in queste manifestazioni un qualcosa di diverso da una mancanza di rispetto, e vederci piuttosto una qualche forma di comunicazione sincera. Credo che ci siano un sacco di ragazzi che si imbattono in questo Tumblr e non faranno dei selfie a un funerale, ma non significa che chi lo fa non sappia cosa sia il dolore».

Parallelamente a questo genere di espressioni, esistono su Internet molti siti che raccolgono specificamente racconti, storie, articoli e altro genere di materiale legato alle esperienze luttuose degli autori e dei lettori.

Caitlin Doughty, l’impresaria di pompe funebri del racconto iniziale, è anche la fondatrice del sito internet “The Order of the Good Death”, che raccoglie i contributi di artisti, docenti universitari e imprenditori di pompe funebri con l’obiettivo di «preparare una cultura tanatofobica alla sua inevitabile mortalità». Doughty cura anche una serie di video su YouTube – che dal 2011 hanno ottenuto più di un milione di visite – in cui risponde alle domande che le mandano via mail, cose del genere “Come si diventa impresario di pompe funebri?”, “Si possono cucinare le ceneri di qualcuno in una torta al cioccolato?” e “Come sono davvero i corpi morti?”.

A novembre scorso, due ragazze americane di 37 e 34 anni, Rebecca Soffer e Gabrielle Birkner, hanno fondato il sito Modern Loss, che raccoglie saggi, articoli e consigli editati e rivisti in modo da non farli sembrare banali, retorici o eccessivamente religiosi: «non ci sono scritte cose come “Ora si trovano in un posto migliore”», ha detto Soffer al New York Times. Entrambe le fondatrici di Modern Loss hanno affrontato in passato dei lutti per loro molto gravi, e hanno fatto ricorso a servizi e gruppi di supporto psicologico ed emotivo: nel 2010 il padre di Soffer è morto di infarto, nel 2006 Birkner ha perso la madre in un incidente stradale (e due anni prima suo padre e la sua matrigna erano stati uccisi nella loro casa a Sedona, in Arizona, da un tossicodipendente).

Una delle cose che spinse le fondatrici di Modern Loss a creare il sito fu la constatazione che nei gruppi di supporto psicologico c’erano pochissime persone della loro età, cioè intorno ai trent’anni. Per una generazione nota per i monologhi che pubblica su Internet, scrive il New York Times, alcuni sembrano richiedere spazi per esprimere non soltanto le belle cose che si trovano sulle bacheche Facebook di chiunque, ma anche quelle dolorose. Su Modern Loss – in un articolo intitolato “Il dolore silenzioso” – Melissa Lafsky Wall, una ragazza di 35 anni che ha subito un aborto spontaneo, ha scritto: «Internet dovrebbe parlare alle parti della vita di cui tutti facciamo esperienza ma che non sono rappresentate su molti media, e sono in larga parte il dolore e la perdita».

Lisa Frank Mixtape” è invece un sito fondato da una ragazza di 29 anni, Zoe Feldman, che registra e invia una musicassetta o un CD alle persone che condividono sul suo sito una storia legata alla morte di un loro amico o di un loro familiare (animali no, specifica). L’idea di aprire uno spazio per condividere racconti del genere le venne in mente quando dovette affrontare la morte di una sua amica e compagna di classe, Rebecca: «Andai da uno sciamano, da un guaritore e da ogni psichiatra di Manhattan», ha detto Feldman, «ma la sola cosa che mi aiutò fu parlare con persone della mia età che avevano vissuto esperienze di perdite devastanti». Sono racconti anche molto espliciti e dolorosi, avverte il New York Times, e si leggono frasi del tipo “Mio padre è morto il 31 maggio 2003 tra le mie braccia”.

Feldman ha raccontato anche un episodio che pone il problema dei social network rispetto all’eventualità della morte. Sulla bacheca Facebook della sua amica morta ha detto di aver letto, nello scorso febbraio, un lungo post di un amico che diceva un sacco di cose non vere su Rebecca. La madre di Rebecca la prese malissimo, ha raccontato Feldman. Facebook offre un’opzione che permette di “commemorare” un account: impedisce qualsiasi accesso futuro all’account ma permette ad amici e familiari – a seconda delle impostazioni di privacy – di lasciare messaggi sulla bacheca.

Nel 2013 Google ha introdotto un’opzione che affronta un problema simile: cosa fare dell’account di una persona morta? Google ha cercato di risolvere la questione senza porla esplicitamente in questi termini: l’opzione si chiama “Gestione account inattivo” e fa riferimento alle “molte situazioni che potrebbero impedire di accedere o di utilizzare l’account”. È possibile impostare una scadenza di 3, 6, 9 o 12 mesi di inattività, trascorsi i quali Google provvederà a cancellare il proprietario da tutti i servizi a cui risultava iscritto (insieme a tutti i dati). È possibile altrimenti specificare che la notifica di scadenza venga inviata a uno o più contatti fidati, che saranno eventualmente stati autorizzati ad avere accesso ai dati e decideranno cosa farne.