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  • lunedì 23 dicembre 2013

C’è una guerra civile in Sud Sudan?

È iniziata con un litigio tra due persone e in una settimana di scontri ci sono già centinaia di morti: i ribelli controllano alcune città del paese, l'esercito prepara la controffensiva

Domenica 22 dicembre Riek Machar, ex vicepresidente del Sud Sudan, ha dato un’intervista al canale qatariota al Jazeera in cui ha parlato della grave situazione in cui si trova il suo paese dal 16 dicembre scorso, cioè dal giorno del tentato colpo di stato contro il presidente sud sudanese Salva Kiir. Machar, accusato proprio da Kiir di essere stato l’ideatore del tentato colpo di stato, ha detto di volersi candidare alle prossime elezioni presidenziali previste per il 2015. Machar ha chiesto anche a Kiir di dimettersi dal suo incarico, visto il degenerare della crisi e delle terribili violenze che in una sola settimana hanno provocato centinaia di morti e hanno costretto decine di migliaia di persone a cercare protezione nei centri delle Nazioni Unite presenti nel paese.

Gli scontri, iniziati nella capitale Juba, sembrano essere nati per un litigio nell’ospedale militare tra un soldato di etnia Dinka, il gruppo etnico di Kiir e il più numeroso del paese, e un Neur, gruppo etnico a cui appartiene Machar. Con il passare delle ore i combattimenti si sono allargati da Juba a diverse zone circostanti e mercoledì 18 dicembre sono stati evacuati molti stranieri in un volo di emergenza organizzato dagli Stati Uniti. Già dai primi giorni di scontri si è iniziato a parlare del pericolo di una nuova guerra civile: la tensione nel paese in realtà era già piuttosto alta dal luglio scorso, quando il presidente Kiir ha “licenziato” il suo vice, Machar, e tutti i ministri e i viceministro del suo governo, in quella che era sembrata una lotta interna di potere tra i due più potenti uomini politici del paese.

Negli ultimi giorni sembra che le forze fedeli a Machar abbiano rafforzato la loro posizione in diverse zone del Sud Sudan: Machar ha detto ad al Jazeera che i suoi soldati hanno preso il controllo di Bentiu, la capitale dello stato sudanese dell’Unità (al-Wahda), dove è stato istituito un governo militare. Il portavoce dell’esercito sud sudanese, il colonnello Philip Aguer, ha confermato domenica la versione di Machar, dicendo: «Bentiu è nelle mani di un comandante che ha dichiarato il suo appoggio a Machar. Bentiu non è più nelle nostre mani». In generale sembra che tutto lo stato dell’Unità, una delle zone più ricche di petrolio dell’intero Sud Sudan, sia diviso tra ribelli e forze militari governative. Mercoledì scorso anche la città di Bor, nello stato di Jonglei, è stata conquistata dai ribelli: BBC scrive che in queste ore si starebbe preparando una controffensiva militare del governo per riprendere il controllo della città.

Domenica sono arrivati a Juba gli inviati speciali degli Stati Uniti e della Nigeria, che hanno preceduto una delegazione di ministri degli Esteri provenienti da alcuni stati dell’Africa orientale. Toby Lanzer, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Sud Sudan, ha detto che le persone che si trovano ora nel centro di accoglienza ONU della città di Bor sono più di 15mila. La situazione non sembra essere migliore nemmeno negli altri centri ONU del paese: un portavoce dell’ONU a Juba ha detto a BBC che i profughi sud sudanesi raccolti nei centri ONU sparsi per tutto il paese sono più di 40mila.

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